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Pomeriggi di maggio

Ho installato una app sul mio computer: lo schermo si scurisce con l'arrivare della sera e rende difficile la lettura notturna, costringendomi ad alzarmi e spegnere tutto. Così riesco ad andare a letto. Da quando l'ho fatto, leggo più libri. Quando viaggio in treno invece infilo il telefono nello zaino, così sono costretto a concentrarmi su un giornale o un libro. Ogni tanto, quando devo scrivere, stacco la wi-fi. Essere connessi in reti digitali è uno dei più grandi avanzamenti tecnologici della nostra società, ma non è facile separare il sé collettivo dal sé privato. Quando ci riesco riscopro all'improvviso il piacere adolescenziale per le ore di lettura immersiva, senza nessuna intrusione esterna. La pressione dell'esterno, sia sociale che digitale, è sempre molto alta ma per quel che posso sto re-imparando, come un atleta in riabilitazione, a fare quelle cose che un tempo sembravano la normalità e oggi sono un lusso, tipo uscire di casa un mercoledì sera per andare al cinema o ad un concerto. Nell'epoca di Netflix e di Spotify, gli spettacoli "dal vivo" (concerti, teatri, musei), le esperienze "fisiche" (un libro) o collettive (il cinema) sono un lusso di godimento profondo. L'altra sera ero al cinema e ho pensato: "Forse tra vent'anni penserò: Ti ricordi quando andavamo a vedere i film sedendoci accanto ad uno sconosciuto, così vicino da sentirne l'odore? Com'era strano". Come diceva Moretti? "I pomeriggi di maggio, non torneranno più. Le merendine di quand'ero bambino, non torneranno più" (Palombella Rossa).

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