Acqua primo amore

Raccontiamo insieme le fontanelle d'Italia

Credo che il periodo del terremoto del ‘76 in Friuli sia stato uno dei momenti più felici della mia vita. La mia terra era in ginocchio, il dolore e la morte più reali e brutali che mai, ma non mi sfioravano minimamente. Vivevo in una mia bolla euforica lontana galassie da quel che stava succedendo. Ero innamorato, e il mio amore corrisposto. Del resto non mi importava nulla. Avevo la fortuna di non essere toccato personalmente dalla tragedia, e così nessuno dei miei amici. Non provavo la minima paura. Dopo i primi scossoni, che avevano mandato all'aria vite e case come briciole ai passeri, continuavano a manifestarsi frequenti lievi scosse di assestamento che facevano impazzire di paura la gente. Non me. Poteva succedere in piena notte, ed ecco che la casa si svegliava con una vibrazione di terrore, i miei balzavano fuori dal letto per fare di corsa tre piani di scale e passare il resto della notte in macchina. Tentavano di far uscire anche me, inutilmente. Non avevo nessuna voglia di alzarmi per una paura che proprio non mi toccava. Se va giù tutto, pensavo, faccio fatica per niente, tanto vale stare a dormire. E dormivo beato e incosciente.

 

Fu in quel periodo che mi spostai in pianta stabile da amici, in una villa d'altri tempi, con tanto di bastioni merlati. I padroni di casa avevano deciso per motivi di sicurezza di alloggiare nei locali delle serre, mentre noi, vale a dire i quattro rampolli adolescenti e una corte variopinta e mutevole di amici, occupavamo lo studio di pittura del padre, un ampio locale a pianoterra tutto vetrate e lettone a quattro piazze, dove mi ero guadagnato un posto fisso in virtù del mio rapporto fraterno coi ragazzi, due femmine e due maschi di una bellezza speciale. La maggiore aveva, come me, quasi 18 anni, il più piccolo 13, un tesorino baciosissimo. Ma il mio cuore era per Sebastian, che a sua volta si era preso una cotta per me. Una cosa irresistibile, in qualsiasi circostanza ci trovavamo uno accanto all'altro. Io avevo alle spalle la mia carovana di giochi fisici con un mio amico d'infanzia, ma una storia d'amore reale mi coglieva totalmente impreparato. La timidezza e la goffaggine mi paralizzavano. Toccò a Seba, anima libera, fare i primi passi.

 

Una notte eravamo soli nello stanzone. Strano. Forse gli altri ragazzi, più bravi di noi, erano in giro a cercare di dare una mano nelle zone più colpite. Forse. Di fatto vivevamo in una sfera di totale anarchia. Era la prima volta che facevo l'amore. Seba si addormentò che albeggiava, io ero sveglio come un grillo e realizzavo trasognato il momento trascorso, l'alba all'esterno, la stranissima sensazione che dà la felicità quando si realizza e non è immaginata. Volevo stare da solo. Mi vestii e uscii all'aperto, nell'aria fresca e profumata di primavera, una primavera caldissima quell'anno. Appena oltre il portone principale di ferro battuto, mai chiuso a chiave, sulla destra, sotto il muro di cinta a nord, c'era una fontanella arrugginita ma funzionante, una sorta di colonna fatta di tre cilindri metallici man mano più sottili verso l'alto, con una specie di coperchio largo in cima, qualche motivo ornamentale, la bocca mezza da papera mezza da drago e un bel pulsante massiccio e senza fronzoli, meno ruggine del resto, per pompare l'acqua con la mano a coppa. Bisognava premerlo più volte perché ne uscisse un flusso copioso, trasparente e contorto come un tronchetto di glicine, che colava sulla grata corrosa della pedana quadrata. Acqua sulla testa, acqua sulle tempie, acqua sugli occhi brucianti, acqua sulle braccia, acqua fresca in bocca e giù per la gola. Spruzzi iridati nel sole ancora basso, quasi un'immagine fisica delle mie sensazioni. Mi asciugai e mi sedetti sulla pedana, accesi una sigaretta guardando il cielo verso nord est sopra un capannone industriale oltre la ferrovia lì vicino. Non mi sfiorò neanche l'idea di tornare a casa mia. Rientrai nello studio e mi stesi di nuovo vicino a Seba.

 

Via Lumignacco 139. Udine.

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