Battaglie

Raccontiamo insieme le fontanelle d'Italia

Non sapevamo che venissero  dette “vedovelle” e non credo di aver mai fatto troppo caso a che l’acqua uscisse dal Drago (sempre smagliato, ingiallito dall’uso e che brillava come oro), ma una cosa la sapevamo bene, anzi due: che sul Piazzale Martini c’era una sola fontanella, così la chiamavamo, sul lato verso via Cicero Visconti, avamposto del territorio ostile e pericoloso  costituito dalla via Fausto Tommei e da Piazzale Insubria, e che non era prudente avvicinarsi quando i ragazzi più grandi la presidiavano con un piede appoggiato sulla piccola vasca, dimostrando così che la consideravano una proprietà loro e che se ne sarebbero andati forse mai. Ma quando, in certi torridi pomeriggi di tarda primavera o d’estate, vedevamo da lontano che era tutta a nostra disposizione, ci precipitavamo, la palla sotto il braccio, per rinfrescarci e bere a più non posso. C’erano tre modi di bere: il primo consisteva nel succhiare avidamente l’acqua che scendeva fresca bagnandosi la faccia e i capelli, il secondo raccogliendola nel palmo delle mani (questo era tipico dei più educati e dei signorini), il terzo, di gran lunga più diffuso, consisteva nel tappare il getto nella parte inferiore, lasciandolo zampillare con più forza in quella superiore. Quest’ultimo veniva quasi sempre usato anche per annaffiare gli incauti che si avvicinavano troppo alla fontanella e dava luogo a piccole ritirate e promesse di vendetta. Verso sera, quando dovevamo tornare a casa, lo scroscio della fontanella (allora era possibile udire ancora certi rumori, così come era possibile giocare al pallone in strada mettendo il portiere all’incrocio con il doppio compito di parare e di avvisare se arrivava un’auto) ci accompagnava, stanchi e sudati, come una piccola canzone d’addio. Dall’alto dei balconi che si affacciavano sul piazzale avrei visto, più tardi, qualche operaio di ritorno dalla fabbrica che, appoggiata la bici, si dissetava a lungo, accendeva una sigaretta e riprendeva la strada. Ma quelle figure adulte, magre, solitarie, erano come ombre che non avevano niente a che fare con il piazzale e la fontanella, drappelli dispersi di un esercito in rotta.

Vedovella di piazzale Martini, Milano.

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