Panta rei?!

Raccontiamo insieme le fontanelle d'Italia

È sempre bello tornare nel proprio paese natale, dove il pane è il più buono, i pomodori sono più pomodori e l’acqua disseta meglio di tutte le altre.

Panta rei” afferma Eraclito e sono d’accordo, certo! Non ci si può bagnare due volte con la stessa acqua, come non si può fare la stessa medesima esperienza due volte giacché ogni cosa nella sua realtà apparente è sottoposta alla inesorabile legge del tempo. Già, già.

Ma allora come si spiega quello che mi è successo lo scorso week end quando, tornata nella mia Pisa in cerca di colori e suoni familiari, mi è capitato di portare mia figlia a sciacquarsi gli stinchi, rigati di sangue in seguito ad una rovinosa caduta sulla ghiaia, alla fontanella che si trova davanti a casa di mia nonna.

 

La fontanella, o meglio “la fonte” come la chiama mia nonna, è lì da sempre ed è sempre uguale, anonima nel suo modo camaleontico di confondersi con lo sfondo ma così attenta a ciò che le succede attorno, ritta e vigile nel suo aplomb discreto. La nonna ha sempre abitato case poste a qualche decina di metri da quella stessa fonte, strane coincidenze o desiderio di non volersene allontanare. Adesso tra l’altro la mia cara fonte è di un rosino pesca perché gli eredi del vecchio signorotto del paese, esercitando non si sa quale diritto, l’hanno dipinta come il loro muro di cinta che le si erge quasi attaccato, imprimendole pennellate coercitive di dubbio gusto cromatico.

Lavo via il sangue dalle gambine di Bianca e le rischiaro il viso dalle lacrime miste a polvere.

“È cattiva”, mi dice con una smorfia, “sa di ferro!” e di corsa raggiunge i suoi fratelli intenti a scambiarsi lanci col pallone.

 

Resto colpita da quello che Bianca dice e comincio a sentire che nella mia testa, stanno prendendo corpo dei ricordi che avevo dimenticato. In piedi davanti alla fonte che ora mi chiama ammaliatrice di freschezza ad assaggiare quel sapore di ferro che le parole della bimba mi hanno evocato come in un riflesso Pavloviano, mi bagno la mano, me la porto alla bocca ed ho improvvisamente quattro anni. Con la manina stretta nella mano ruvida e dura della nonna piango mentre mi lascio sciacquare le gambe che portano i segni di una caduta di bicicletta nel piazzale della villa del signorotto del paese. Abita presso di lui la nonna, gli fa le pulizie e gli cura il pollaio mentre il nonno gli lavora i campi e i vigneti.

 

Inspiro e sento l’odore dei gelsomini che si trovano oltre il muro rosa pesca, lo stesso odore che da piccola sentivo alla fonte mentre con la nonna aspettavamo la lattaia di buon’ora al sabato mattina e il panaio poco prima di mezzogiorno con le altre donne della strada che si ritrovavano tutte lì a riempire una bottiglia d’acqua per poi raggiungere i propri uomini al desinare col sacchetto del pane fresco. E sempre alla fonte, dopo mangiato, aspettavo i miei genitori che mi passavano a prendere prima di rientrare a casa dal lavoro.

 

Mi chino e prendo un sorso d’acqua e il cuore mi si accelera improvvisamente, galoppa all’impazzata e sono con i miei amici delle scuole medie, le biciclette gettate nel fosso asciutto di metà estate, che facciamo a gomitate per bere dalla fonte dopo che il contadino del poggetto ci ha sgamato a rubargli i poponi facendoci fare una volata per centinaia di metri inseguendoci con l’ape. Non abbiamo più fiato, ma quel poco che ci è rimasto lo usiamo per ridere con i nostri apparecchi luccicanti ai denti e per schizzarci premendo sull’augello del rubinetto mentre l’acqua scorre fresca. La nonna ha traslocato qualche anno prima ed ora abita in una casa in affitto a circa cento metri dalla fonte.

 

Metto ora le mani a conca, le riempio d’acqua e mi lavo la faccia restando per un attimo senza respiro per quanto è fredda. Sono confusa per ciò che ho appena fatto. Mi sono fatta lasciare alla fonte dal mio ragazzo che è tornato a casa dopo che siamo improvvisamente cresciuti insieme nella sua macchina poco meno di un’ora fa nei campi vicini. Mi lavo il viso e il collo bevendo un sorso d’acqua e con la bocca che sa di ferro e baci torno a casa a piedi, sicura che a quest’ora della notte la nonna starà dormendo nella sua casa nuova di fronte alla fonte.

 

Dall’ultimo week end trascorso nei miei posti sono tornata rigenerata e felice di aver sovvertito, con la potenza dell’acqua e dell’evocazione dei ricordi, persino l’oscuro Eraclito che tanto mi ha fatto lambiccare il cervello al liceo! Non posso pensare al futuro della mia fontanella chiusa da una fantomatica azienda privata o peggio ancora resa una specie di orribile distributore automatico a bordo strada recante l’allucinante slogan: “Metti il gettone e ne bevi un bicchierone!”.

 

Tante ginocchia graffiate ha lenito e tante altre voglio pensare che lenirà la mia fontanella; tanti ragazzini rientrati a scapicollo da una bravata ha dissetato e altri ancora ne deve dissetare; i visi infuocati di passione di tante ragazze ha rinfrescato e deve continuare a farlo, perché di passione si vive e perché bere, lavarsi, rinfrescarsi sono gesti semplici e vitali, come l’acqua.

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San Giuliano Terme, Pisa.