Le creature di Alejandra Costamagna

Durante un conflitto a fuoco raramente si ha l’occasione di fermarsi a riflettere sulle sorti dei volatili di piccola taglia, quelli che, come i passeri, ben si adattano alla prossimità dell’uomo, locatari di tetti, muri, tegole e comignoli. Tuttavia, nel caso in cui lo scontro avvenga in zone ad alta densità abitativa, i primi a lasciarci le penne pare siano proprio loro, colpiti dalle raffiche dei mitra nel cielo o carbonizzati nei nidi sulle case che bruciano. In un quartiere di una metropoli cilena, forse la capitale, mentre gli uccellini si trasformano in pezzi di carbone che puzza, un uomo sparisce al passaggio dei camion blindati della polizia che terrorizzano tutti, comprese le bestiole domestiche e quelle semidomestiche. 

 

È il padre della protagonista del testo “C’era una volta un passero”, contenuto nella breve, omonima raccolta in cui Alejandra Costamagna racconta l’epoca della dittatura senza mai nominarla, attraverso punti di vista poco informati, perché troppo giovani. Sono ragazzine impegnate costantemente nell’indagine della realtà circostante, mosse da una curiosità che non è solo caratteristica della loro età ma deriva da un personale e prepolitico senso della giustizia. La loro attenzione si concentra sulle parole in codice pronunciate dagli adulti e, qualche volta, anche sull’affaccendarsi degli animali che convivono con gli uomini, condividendone le sorti. 

 

Le pagine di questo piccolo capolavoro nascono sotto il segno della grande tradizione (latino)americana del racconto, che Costamagna condensa nella ripresa letterale delle parole di Clarice Lispector. Ha scelto, quindi, come nume tutelare un’autrice, la brasiliana Lispector, che molto ha scritto di voci femminili e animali domestici, e che, peraltro, pare abbia cercato, in tenera età, di comunicare con i polli di famiglia, proprio come un’altra grande voce della narrativa d’oltreoceano, Flannery O’Connor. Vien dunque da sperare, e si conceda la breve digressione, che tra i comparatisti si faccia avanti qualcuno interessato ad approfondire l’indagine sul rapporto tra un certo tipo di infanzia, quella trascorsa a parlare con gli animali, e la scrittura. Nel frattempo, limitiamoci a costatare la loro presenza come motivo ricorrente della poetica delle tre autrici, presenza che nel caso di questi racconti ha la funzione di anticipare, per analogia, le vicende dei protagonisti.

 

“C’era una volta un passero. Dio mio” recita la citazione intera, messa dall’autrice in epigrafe alla novella per chiarire fin dal principio le intenzioni di una scrittura costruita sulla perdita. Nella forma, perché è prosa a togliere, elaborata tagliando sapientemente ciò che, non essendo depositato sulla pagina, rimane dentro gli occhi del lettore: come gli uccelli in fiamme che una delle protagoniste ha nella testa, o come i cani che un’altra enumera a mente, senza mai riuscire a chiudere il conto. Nel contenuto, perché a raccontare sono voci femminili cui è stato sottratto qualcuno di caro. Vivono sulla soglia (sono tutte preadolescenti) e in stato d’assedio (il governo di Pinochet), e per questa duplice ragione sono costrette a riarticolare gli affetti così come l’immaginario, nel quale i fiabeschi C’era una volta cedono il passo alle mezze parole e alle esclamazioni, che irrompono nel silenzio lasciandone dietro di sé uno ancor più pesante, quello della paura e dei morti. 

 

In questo contesto, le improvvise apparizioni di bestie e bestioline non sono segnali di un evasivo ritorno alla natura da parte dei personaggi, bensì presagi della barbarie umana in atto: “Nel sogno di quella notte la cagnolina abbaia agli elicotteri e in cucina una fila di formiche marcia lungo il bordo di un muro. Jani le schiaccia a una a una con il dito indice mormorando «coprifuoco, coprifuoco»” (p. 21). La possibilità della fuga è un inganno, come l’illusione di riuscire a scappare varcando la frontiera cilena: la polizia e l’esercito uccidono anche oltre i confini nazionali.  

 

Alejandra Costamagna. 

 

Dentro le giovani voci delle protagoniste, Costamagna incastona i punti di vista degli altri personaggi. Tuttavia, l’autrice possiede un’abilità compositiva tale da non cedere all’abuso di un procedimento che padroneggia: il movimento tra centri di coscienza diversi è circoscritto, si manifesta solo in corrispondenza di un’accelerazione, o meglio, la determina. In questo modo le interferenze tra voci diverse sono momenti incisivi di effrazione della struttura ellittica su cui poggia il suo periodare.

 

Un periodare che è senza dubbio una sfida per chi traduce, perché va trattato con cauta premura: meno lo si lascia esposto alle intemperie di una traduzione sbrigativa, più il ritmo di Costamagna, riconoscibile, emerge anche attraverso la resa nella lingua d’arrivo. Così, grazie al lavoro di Maria Nicola, che se ne è presa egregiamente cura, i tre testi raccolti in C’era una volta un passero si acclimatano all’italiano mantenendo la rapidità propria della scrittura dell’autrice cilena, il cui rigore diabolico è stato segnalato più volte da Roberto Bolaño, notoriamente severo nel giudicare la narrativa scritta dai suoi compatrioti. 

 

Il merito della comparsa in Italia di questa piccola meraviglia, un libriccino composto da poco più di settanta pagine, va a Edicola, la giovane casa editrice italo-cilena che pare essersi presa a cuore i suggerimenti dell’autore di 2666, pubblicando alcune tra le voci più interessanti del panorama letterario cileno contemporaneo, tra cui anche Nona Fernández, finora inedita in italiano. 

 

Il libro: Alejandra Costamagna, C’era una volta un passero, trad. it. di Maria Nicola, Edicola, pp. 75, € 10. 

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