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Alessandro Piperno, Di chi è la colpa

In prima approssimazione, l’ultimo libro di Alessandro Piperno, Di chi è la colpa (Mondadori, 2021, pp. 238), appartiene al genere del romanzo di formazione. Il personaggio-narratore che si accampa al centro della trama racconta infatti la storia della propria vita, dall’adolescenza alla prima giovinezza; il settimo e ultimo capitolo, Diritto al risarcimento, il più breve – una dozzina di pagine, a fronte di una media di oltre sessanta, di norma suddivise in paragrafi numerati – è un’appendice collocata nel presente, alcune decine di anni dopo gli ultimi fatti narrati. La vicenda non manca di interesse per gli argomenti di cui parla, dalla rievocazione del clima di un’epoca al ritratto d’ambiente della borghesia ebraica romana. Non c’è dubbio, tuttavia, che il nocciolo dell’operazione compiuta da Piperno consista nell’invenzione della voce narrante. È sulla presa e sulla tenuta di questa voce che si giocano, in ultima analisi, la riuscita del libro e il suo spessore letterario. 

 

A dominare l’intonazione, per la maggior parte del romanzo, è un’esibita cordialità, una spigliatezza signorile e nutrita di ironia, che si modula tra accenti confidenziali, eleganza espressiva, allusioni colte: un felice amalgama di affabilità comunicativa e di forbitezza formale, abbastanza duttile da piegarsi alle esigenze di un racconto dalle campate piuttosto lunghe. Si veda ad esempio l’incipit, che fingendo un discorso già avviato delinea con due tratti l’eredità dell’infanzia, la situazione originaria: un piccolo nucleo familiare isolato dal mondo circostante. «E gli altri? Oh, gli altri erano lì per bellezza: come cactus nei film western. // In quanto a me, da bravo animaletto incapace di concepire mondi alternativi alla gabbia in cui da sempre vive recluso, non avevo ragione di dubitare che il mondo si riducesse a questo: io, lui, lei e le vecchie care sbarre che rendevano inesorabile la detenzione e così struggenti i panorami». Purtroppo non si tratta di una famiglia felice. Fra la madre, un’austera e stimata professoressa di matematica, e il padre, che si dedica senza successo a velleitarie iniziative commerciali, i rapporti sono guasti da tempo, anche se i due cercano di nascondere al figlio l’asprezza dei loro litigi. La vita quotidiana scorre, fra molti silenzi, nelle ristrettezze imposte dalla precaria condizione economica. Con il padre, peraltro, il protagonista ha una sorta di complice solidarietà, a partire dalla musica (entrambi suonano la chitarra); nella sua memoria si imprime una estemporanea, clandestina e provvidenziale gita al mare, in un posto segreto, che gli risparmia una giornata scolastica sicuramente penosa, causa una punizione annunciata. 

 

In apparenza, i genitori non hanno amici né parenti, e non parlano mai del passato. Un anno accade però un evento inatteso: la partecipazione alle festività pasquali – il Seder di Pesah – insieme alla numerosa famiglia materna, i Sacerdoti. Il protagonista scopre così una serie di circostanze fino ad allora taciute. La madre è ebrea; ha perso entrambi i genitori in un doloroso incidente, ed è cresciuta con una severa zia; il parentado aveva disapprovato il suo matrimonio con un non ebreo (un «chiuso») e del resto la stessa sua scelta di sposarsi era stata un modo di prendere le distanze dall’ingombrante clan familiare, sulle orme di quanto suo padre aveva fatto tempo prima. Ma i meandri genealogici sono solo un aspetto della novità. Non meno rilevante è il fatto che questi inopinati parenti – fra i quali spiccano lo zio Gianni, il patriarca, avvocato di grido e fratello minore del nonno materno; lo zio Bob e la moglie, nota e avvenente attrice; i due cugini, più meno coetanei, Leone e Francesca – sono ricchi. Assaporare un tenore di vita decisamente superiore eccita l’immaginazione del protagonista, che però sulle prime non approfitta delle nuove conoscenze; riservato e introverso, poco incline a prendere iniziative, continua a crogiolarsi nell’incomodo nido domestico, dove peraltro le risonanze di quell’anomala rimpatriata sembrano aver compromesso ogni residuo equilibrio. 

 

Una svolta si verifica quando lo zio Gianni offre al nipote ritrovato un viaggio a New York, insieme a Leone e Francesca. Sono dieci giorni memorabili, anche se non tutto è rose e fiori; a Manhattan vive un cugino americano che ha perso a Auschwitz entrambi i genitori, e che a dispetto delle velleità nei campi della musica, della sapienza orientale e della psicologia, risulta essere un individuo fragile, dedito agli stupefacenti. Al ritorno a Roma, il protagonista trova una situazione mutata. Il padre se n’è andato di casa, beve, si è ridotto alle condizioni di un vagabondo. La madre, al solito, non dà spiegazioni. Una notte le cose precipitano; la madre muore in circostanze poco chiare, il padre finisce in carcere con l’accusa di omicidio. Comincia così una nuova vita in casa del tutore, lo zio Gianni.

 

Virtualmente orfano, il protagonista si abitua in fretta agli agi materiali e allo stile brillante dei Sacerdoti; accantonata l’antica passione per la musica, comincia a dedicarsi alla scrittura, assumendo le pose di un intellettuale dandy dal passato misterioso. Ma quel passato è destinato a riemergere, perché nel giro di amici che frequenta – tutti rampolli di famiglie benestanti, indolenti e conformisti – c’è anche chi investiga, con maligna curiosità, sulla sua vita precedente. Lungo questo cammino si svolgono anche le prime esperienze sessuali e sentimentali: un’effimera avventura con Francesca, che poco dopo decide di trasferirsi in Israele, poi un controverso legame con la ragazza più bella del liceo, discendente di uno storico casato romano. Nel capitolo finale il protagonista, ora un uomo di mezza età, dialoga con Francesca, di passaggio a Roma per un funerale in famiglia; ed è l’occasione per un bilancio esistenziale che molto deve al Frédéric Moreau dell’Éducation sentimentale

 

 

Il concetto-chiave del romanzo, più ancora che «colpa», è «impostura». Ciò che il protagonista sperimenta nei suoi anni di formazione – sia come vittima, sia come soggetto agente – è l’inganno, in una estesa gamma di varianti: dalla reticenza alla menzogna, dalla finzione alla doppiezza. Il ragazzino timido cui sono state occultate le memorie familiari e l’esistenza di uno stuolo di consanguinei si rende conto della quantità di contraffazioni che pervadono la vita associata. Tutti fingono, posano, si nascondono: ovunque dominano omertà e ipocrisia. Nella sua insicurezza, il protagonista è però abbastanza sagace da rendersi conto di avere delle carte da giocare. I suoi stessi limiti possono ribaltarsi in risorse, perché il confine tra ritegno e artificio è sottile, la circospezione può essere scambiata per avvedutezza, nella riservatezza molti ravvisano una marca di superiorità. E tuttavia ogni successo risulta apparente, a fronte della coscienza della cronica inautenticità dei comportamenti e delle relazioni. Di qui la pervasiva presenza, oltre ogni filtro offerto dall’ironia, di un persistente senso di colpa.

 

Si diceva dell’impostazione della voce narrante. La superiorità del maturo narratore sull’inesperto, ignaro adolescente di tanti anni prima si dispiega in una quantità di osservazioni critiche e autocritiche; ed è proprio la dominante ironica ad assicurare l’efficacia dei passaggi in cui il resoconto distaccato e venato di arguzia lascia il campo a una rievocazione emotivamente partecipe, a volte sgomenta. Valga per tutte la scena dell’evento tragico, su cui si conclude il terzo paragrafo del capitolo Non si sa mai: nel dubbio tormentoso su quanto sta succedendo, l’unica cosa certa è che il protagonista se ne sente – oltre ogni logica, è doveroso aggiungere – irrimediabilmente responsabile. Di fatto, man mano che il racconto prosegue, il tono tende a incupirsi; l’io narrante inclina sempre più spesso all’autoaccusa («Non c’è che dire: l’avevo imparata proprio bene, la parte in commedia. Da bravo pappagallo sapevo fare un’imitazione impeccabile del giovane ebreo sprezzante e altolocato»). Di qui la desolazione del finale. Supporre che, a conti fatti, Francesca sia stato l’unico vero amore della vita, sarebbe una indebita romanticheria; le ultime righe sono una variante sull’immagine della vanitas vanitatum.    

 

Il lettore di queste note potrebbe a questo punto sbottare: ma insomma, è un bel libro o no? La risposta è sì, senza dubbio. Il romanzo è condotto e orchestrato con accorto senso del ritmo narrativo; i personaggi sono ben caratterizzati; la figura del protagonista viene ritratta a cesello in tutta la sua arrovellata problematicità. Piperno si destreggia con abilità in una tradizione narrativa di consolidato credito, tra Saul Bellow e Mordecai Richler. Quello che tuttavia disturba è l’impressione che il lettore ha di non uscire mai, nemmeno per un istante, dai labirinti dell’ego. Nello stesso profluvio di notazioni autocritiche è difficile non avvertire una meticolosa ricerca di alibi. E qui davvero la sintonia del personaggio narrante con il personaggio narrato s’impone: il giovane che, pur consapevole della pochezza dei coetanei che frequenta, continua a frequentarli dicendosi che non ha titolo per ritenersi migliore di loro, sta solo scusando una ritrosia a giudicare che è frutto di pigrizia, di inerzia, insomma di adattamento all’esistente. Dubito che questo sia il senso originario della frase di Tolstoj messa in epigrafe («Dove si giudica non c’è giustizia»). Allo stesso modo, il precoce disincanto ideologico che a volte affiora, benché scaturito da un acuto esercizio dell’intelligenza, appare motivato soprattutto dalla necessità di trovare pretesti per evitare decisioni coraggiose e assunzioni di responsabilità. 

 

Un’opera d’arte è una confessione, scriveva a suo tempo Saba, e ogni confessione è una richiesta di assoluzione. Di chi è la colpa mi pare nell’insieme un autodafé concepito al preciso scopo di assolversi. Il punto cruciale è che non viene mai davvero chiarito quale sia la colpa cui il titolo si riferisce (a meno, beninteso, che non si tratti della colpa di esistere). Se infatti il riferimento è a un’ingiusta detenzione del padre, che sconta una pena detentiva per un delitto che (forse) non ha commesso, allora di questo, nel romanzo – pur senza sottovalutare due intense pagine del paragrafo 6 del penultimo capitolo, Fantasmi – si parla troppo poco. Non dico del fatto in sé, o della controversia giudiziaria, ma della relazione padre-figlio dopo quel terribile incidente.

 

Se invece la colpa consiste nel non aver mai avuto il coraggio di essere sé stesso, la risposta sta nel citato incipit. Solipsista impenitente, prima per autodifesa, poi per apatia e abitudine, infine per calcolo e convenienza, il protagonista rende conto di una vita durante la quale il ruolo degli altri, chi più chi meno, è stato sempre riducibile a quello dei cactus nei western (ammesso e non concesso che nei western i cactus siano solo un ornamento). 

D’altro canto, lo fa in un modo che insieme attrae, irrita e interroga. E questa è una delle ragioni per le quali vale la pena di scrivere romanzi, o di leggerli; e poco importa se alla fine ci si trova a rimuginare se la vergogna ostentata dall’eroe sia di buona o cattiva lega. Anzi.

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