Copricapi e corone

Pubblichiamo un estratto dall'ultimo libro di Claudio Franzoni, Da capo a piedi (Guanda) da pochi giorni in libreria.

 

 


 

Copricapi e corone

«Forse qualche lettore è stato colpito da una fotografia di Papa Paolo VI con in testa una corona di penne Sioux circondato da un gruppetto di ‘Pellerossa’ in costumi tradizionali: un quadretto folcloristico estremamente imbarazzante quanto più l'atmosfera appariva familiare e bonaria».

 

 

Con queste parole Pier Paolo Pasolini commentava sul «Corriere» una foto apparsa sui giornali dieci giorni prima, in occasione di un’udienza di nativi americani a Castel Gandolfo. Il papa è in piedi, al centro della foto, in tonaca bianca e sorride; sul capo ha un vistoso copricapo di penne multicolori; sorridono accanto a lui anche un giovane e una ragazza in costumi tipici, mentre alcuni prelati si intravvedono alle loro spalle. Da un lato la fotografia imbarazzava Pasolini – su di essa ««il tacere è bello» (ma non per ipocrisia, bensì per rispetto umano)» –, dall’altro l’atteggiamento del papa gli sembrava «particolarmente coerente con l'ideologia, consapevole o inconsapevole, che guida gli atti e i gesti umani, facendone ‘destino’ o ‘storia’», coerente cioè con «‘destino’ di Paolo VI e ‘storia’ della Chiesa». Pasolini si riferisce a un discorso tenuto dal papa pochi giorni prima, sempre a Castel Gandolfo, discorso in cui, secondo lo scrittore, egli stesso lasciava intravvedere «la fine del ruolo tradizionale della Chiesa durato ininterrottamente duemila anni».

 

La foto scattata in occasione dell’udienza pontificia, col copricapo indiano indossato tra monsignori e «pellirosse» sorridenti, non sarebbe allora una casualità, una parentesi senza particolari significati; al contrario, dimostrerebbe visibilmente la situazione di una Chiesa «cinicamente abbandonata» dal «nuovo potere consumistico», che progettava invece «senza tante storie, di ridurla a puro folclore». «La traumatizzante maschera del Paolo VI folcloristico che ‘gioca’ con la tragedia» non è certo tale a causa del sorriso fermato dalla fotografia; quante volte, infatti, Pasolini era rimasto colpito e commosso dal sorriso di un altro papa, di Giovanni XXIII? Il punto chiave è invece il copricapo indiano, per indicare il quale Pasolini usa – involontariamente? – l’espressione «corona di penne»; i segni millenari dell’autorità papale vengono sostituiti, anche se per un istante, da una corona esotica, ma è proprio in questo breve spazio di gesti che Pasolini vede aprirsi una voragine di senso. Il copricapo indiano sarebbe insomma «folclore», in una lettura che riformula concetti già espressi a proposito di un’altra, più celebre, immagine, la pubblicità dei jeans «Jesus»; anche qui, oltretutto, era in gioco un atto (andar dietro a un corpo femminile), marcato però da una frase evangelica («chi mi ama mi segua») degradata in battuta a doppio senso.

 

 

In realtà nella foto di Castel Gandolfo c’è un papa che indossa qualcosa (il copricapo indiano), ma c’è anche un papa che si è già spogliato. A quella del 1974, infatti, andrebbe accostata una fotografia di dieci anni prima, 13 novembre 1964, che riprende Paolo VI mentre depone sull’altare una corona, anzi la tripla corona della tiara papale: il triregno non era infatti un copricapo d’uso liturgico, ma il simbolo per eccellenza del potere papale, con cui egli stesso era stato incoronato nel 1963 e che invece non verrà più usato dai suoi successori al soglio pontificio.

 

 

«Il gesto giunto inaspettato, ha destato dapprima sorpresa e poi vari interrogativi», commenta un giornale; al termine di una cerimonia in San Pietro assieme ai Padri conciliari, il papa prese in mano la tiara che gli era stata donata dalla diocesi milanese, e la depose sull’altare del Concilio, mentre monsignor Pericle Felici annunciava che era un segno di «carità verso i poveri e i diseredati».

 

In questo inizio degli anni Sessanta dovette essere abolito un altro rito che aveva al centro il triregno, quello cioè dell’incoronazione dell’antica statua bronzea di san Pietro nella basilica vaticana. Una grande foto a colori su «Life» mostra un chierico mentre sistema, davanti a un gruppo di fedeli, un manto rosso sulla statua, mentre sul capo è già stato collocato il triregno con le infule pendenti. Sulla rivista americana la pagina accanto a questa fotografia è tutta di pubblicità: un grande pomodoro tagliato in due reclamizza «The newest Campbell Tomato» e spiega che si è riusciti a mantenere invariato il prezzo della «soup» da otto anni. Due sopravvivenze, ma di misura enormemente diversa, si fronteggiano: ancora si incorona la statua di Pietro e ancora il prezzo del Campbell Tomato rimane stabile; la prima sta per uscire dalla storia delle immagini, la seconda sta per entrarvi sotto gli auspici della Pop-Art.

 

 

Mettersi nei panni

 

C’è almeno un precedente per la scena di Castel Gandolfo che tanto colpì Pasolini, e ci sono tanti episodi congeneri.

 

 

Una fotografia del 1924 ritrae il presidente degli Stati Uniti Calvin Coolidge mentre sorride alzando un cappello sulla testa; è il cappello con rifiniture in rosso e blu della tribù Smoki (Arizona), che era stata ricevuta alla Casa Bianca. Qualche mese prima il presidente aveva firmato un atto  riguardante la cittadinanza dei nativi americani e il senso del gesto è più che mai chiaro: il capo di vestiario più importante (copre la testa) viene momentaneamente ceduto per un travestimento momentaneo che dimostra confidenza e sigla un’amicizia.

 

Qualche anno dopo Coolidge si mise in testa il più classico copricapo di penne indiano, quello dei Sioux. Proprio questo scatto venne pubblicato qualche anno fa dal New York Times, per dimostrare quanto avesse preso piede, presso i potenti, l’abitudine di indossare capi di vestiario dei popoli cui si andava in visita: Jimmy Carter con un turbante pakistano (1986), Hillary Clinton in un costume del Kazachistan (1997), Bill Clinton in un abito del Ghana (1998), Al Gore in una camiciola della Malesia (1998), il principe Carlo d’Inghilterra con un cappello di piume di una tribù della Guyana (2000), George Bush in un poncho cileno (2004), Vladimir Putin con un abito vietnamita (2006); la ragione di questa rassegna era stata la polemica suscitata, durante le primarie statunitensi, da una fotografia dell’allora senatore Barack Obama in turbante e abito del Kenia (2006).

 

 

È curioso che, tra i vari abiti e indumenti tipici, la «corona di penne» dei nativi americani riscuota uno speciale successo, forse perché, indossandola, si allaccia un contatto con quei popoli, ma anche con l’immaginario cinematografico del western. Se la mise in testa anche Cossiga, da presidente della Repubblica, durante una visita negli Stati Uniti.

 

 

Del resto sono i copricapi, in genere, a funzionare benissimo in questi tentativi di allentare la tensione delle cerimonie. Una decina di anni prima dell’episodio commentato da Pasolini scopriamo una scena analoga in La giornata dell’onorevole, all’interno de I mostri di Dino Risi (1963).

 

 

Un parlamentare democristiano fa di tutto per non ascoltare le rivelazioni di un generale e per non impedire una truffa ai danni dello Stato; si inventa così una serie di impegni inderogabili, mentre il generale lo attende davanti a una scrivania vuota; una delle incombenze è appunto presenziare a una premiazione militare, dove l’onorevole calca sul capo il cappello piumato dei bersaglieri sotto lo sguardo compiaciuto degli spettatori. Veri e propri riti di disinvoltura che accadono di continuo anche nella realtà: un papa porta l’elmetto dei minatori, un altro un cappello di piume dei bersaglieri o il caschetto da lavoro di operai delle acciaierie.

 

 

In tutti questi casi l’abito o il copricapo rendono immediato il bonario (e provvisorio) cambio d’identità, ma una cosa è vestirsi con costumi tipici, un’altra è mettersi nei panni degli altri.

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