Elie Wiesel. Rashi

“Perché Rashi? E perché io?”, si chiede Elie Wiesel nella prefazione al suo ultimo libro, Rashi, in uscita presso la casa editrice Giuntina e del quale proponiamo la lettura di alcune pagine in anteprima.

La risposta alla prima domanda è che Rabbi Shlomo ben Yitzchak, Rashi appunto, fu il più grande commentatore del Talmud di Babilonia (la raccolta delle tradizioni rabbiniche, di cui esistono due versioni, quella detta di Gerusalemme e quella chiamata Babilonese, redatte tra il V e il VI sec d.c.). La risposta alla seconda, è che Elie Wiesel ama profondamente Rashi, gli è grato per molte ragioni - che spiega nel libro- e, soprattutto, ne ha nostalgia.

Wiesel inizia ricordando l’influenza di Rashi nella sua vita, e parla del legame profondo, intenso, vissuto sempre al presente, che unisce maestro e allievo, anche quando sono separati da secoli, nella tradizione ebraica. Passa poi a dare qualche esempio del metodo interpretativo rabbinico, la cui creatività può sfociare in una complessità disperante. Nel Talmud si dice che la Torah fu data a Mosè come fuoco bianco inciso con fuoco nero: il fuoco nero sono le lettere, il fuoco bianco è lo spazio tra le lettere, lasciato vuoto da Dio stesso affinché l’uomo possa contribuire alla Sua opera interpretandone la Legge, di generazione in generazione. Per questo, ancora oggi, dove si studia il Talmud, risuona la domanda: “Cosa dice Rashi?”. Ogni interpretazione parte dal suo commento; e a Rashi si ritorna ogni volta che qualcosa proprio non la si riesce a capire. Infine Elie Wiesel inserisce la vicenda umana di Rashi nel suo contesto storico, quello della prima tragica Crociata per la conquista di Gerusalemme, forse l’inizio della fase più crudele della storia dell’odio contro i giudei di cui lo stesso Wiesel ha vissuto l’ultima, tremenda esplosione.

 

Dal cap. 1 Impressioni:

 

“Me ne vado in giro per le strade vecchie e nuove della città di Troyes, nella Champagne. Vi sono tuttora echi di storia medievale… Quanto a me, oggi, cerco le tracce di un uomo il cui sapere ancora influenza la mia vita come anche le vite di tutti coloro che hanno sete di conoscenza. Case grandi e piccole, negozi, giardini. L’uomo che cerco deve aver camminato qui, sognato qui, sparso lacrime qui per la distruzione del Tempio di Gerusalemme, confortato cuori affranti, consigliato coloro che si erano smarriti, insegnato loro a superare la paura e a sperare nell’arrivo del Messia. Ricordo: da bambino il carattere corsivo dei suoi testi mi terrorizzava più di quello della Bibbia, faceva pensare a un mondo che era senza dubbio complesso e probabilmente misterioso, dove solo gli adulti avevano il diritto e la capacità d’entrare. In seguito, col passare degli anni, nel cheder o nella yeshivà, davanti alle candele sul tavolo, ogni volta che qualcuno chiedeva “Cosa dice Rashi?” mi affrettavo a guardare i suoi innumerevoli commenti. Ogni volta che non riuscivo a comprendere il significato di una parola, era lui, il Maestro dei miei Maestri, che mi veniva in soccorso. Una relazione intima, personale, tra il bambino e l’anziano. Mi diceva, come in confidenza: “Guarda, bambino mio, non avere timore alcuno, ogni cosa deve essere afferrata e trasmessa con semplicità. Strane parole intralciano la tua strada? Ricomincia tutto da capo con me. Anche a me è successo”, e allora iniziavo tutto da capo. Devi aprirti un varco attraverso il guscio di una parola, di una frase, di un’espressione. Ogni cosa è al loro interno. Ogni cosa è lì che ti aspetta… L’amavo. Non riuscivo a fare progressi senza di lui. Naturalmente esploravo altre impostazioni, altri commentari: quelli di Abravanel, di Sforno, di Radak, dell’Or ha-Chayim, di Ibn Ezra, ma quelli di Rashi erano unici, diversi, indispensabili. Emana calore, amicizia e semplicità. È eccezionale perché rimane fedele al testo e al suo significato letterale. Non usa mai il suo sapere per rendere le cose complicate, ma per semplificarle. Non ostenta mai la sua erudizione per impressionare i suoi studenti con l’originalità del suo ragionamento. A lui basta far quadrare due parole, due frasi, due versi. Al timoroso sembra voler dire: “Non aver paura, sono qui al tuo fianco.Talvolta, nella mia piccola città, mi sembrava che Rashi fosse stato mandato sulla terra soprattutto per aiutare i bambini ebrei a vincere la solitudine. E la paura”.

 

Dal cap. 2 Commenti biblici:

 

“Per comprendere meglio il genio di Rashi come esegeta proponiamo di studiare alcuni dei suoi commenti sul primo libro della Bibbia, il libro della Genesi. Prendere in considerazione questi commenti vuol dire avere una vaga idea di una mente rabbinica, di un modo di leggere e di scrivere che dominò la creatività ebraica per centinaia di anni. Ogni parola della Bibbia viene esaminata attentamente, ogni frase sottoposta a possibili interpretazioni, e il risultato è non solo profondamente fedele al testo sacro ma anche il prodotto di una sfrenata creatività, che è briosa ma anche seria, opera dell’immaginazione umana e tuttavia, contemporaneamente, opera di sacra interpretazione.

 

Pace

Riecheggiando il Talmud, Rashi celebra nei suoi commenti le virtù della pace, un ideale ebraico e umano che riguarda sia l’individuo che la comunità, ebrei e non. Cos’è la pace? È l’amore e la compassione tra gli uomini. Rashi lo afferma in un commento talmudico. Il Diluvio universale fu il risultato delle contese che caratterizzarono la generazione di quel periodo, dice Rashi. E questo dimostra la grandezza della pace. Se le persone avessero aspirato alla pace si sarebbero salvate. Quando il popolo d’Israele è unito e in pace, dice Rashi, il nome di Dio è lodato nell’alto dei cieli. Rashi si spinge ben oltre, fino a citare una leggenda talmudica: grande è il valore della pace, perché anche se il popolo d’Israele arrivasse ad adorare gli idoli, fino a quando manterrà la pace al suo interno Satana si asterrà dall’intervenire. In un responsum dice: Date valore alla pace… La pace vi aiuterà a salvarvi da chi vi sta perseguitando. Satana non regnerà più su di voi. I nostri Maestri lo hanno già affermato: grande è la pace, perché fu consegnata ai Giusti e non agli empi. Possa Colui il cui nome e benedizione è Pace compensarci con la pace.

 

Studio 

Nell’esaltare la sete per lo studio della Torà, Rashi commenta il verso “Nell’amare il Signore” nel modo seguente: “Non dire: studierò la Legge per diventare ricco, per essere onorato come Maestro, per ricevere ricompense; piuttosto, in tutte le tue azioni, lasciati guidare solo dall’amore per la Torà”.

Nell’interpretare il libro di Giobbe, Rashi afferma: “La Torà si conserva grazie agli sforzi fatti per apprenderla”. Altrove osserva: “È vero, è difficile abbandonare la Torà, ma è ancora meglio stare uniti ad essa”. “E insegnerai ai tuoi figli” si riferisce agli alunni. Il Maestro deve considerarli come suoi figli, così come per loro deve essere un padre. (Nel Talmud la legge sui riscatti è densa di significato: se devo scegliere fra pagare il riscatto per mio padre o il mio maestro, il maestro ha la precedenza). E ancora: “È con gioia, zelo e entusiasmo che dobbiamo studiare la Torà”. E inoltre: spetta allo studente rispettare il Maestro. Per evitare di metterlo in imbarazzo, lo studente dovrebbe evitare domande a cui il Maestro potrebbe non essere in grado di rispondere. E poi cercare un nuovo Maestro.

 

Giustizia

Il Talmud mette insieme giustizia e amore del prossimo. Vediamo cosa dice Rashi. Shimon il Giusto dice: il mondo si regge sulle tre seguenti cose: la Torà, il culto a Dio e la compassione. Commento: gli atti di compassione possono essere estesi sia ai ricchi che ai poveri, e ai morti come ai vivi; dando del denaro ma anche attraverso delle azioni (ma questa non è giustizia), al contrario della tzedakà, cioè fare la carità, che è un atto di giustizia. Rabbi Akiva dice “‘E amerai il tuo prossimo come te stesso’ è un grande precetto della Torà”. Rashi: questa legge riguarda tutti gli uomini, non solo gli ebrei.”

 

Dal cap. 4 Tristezza e memoria:

 

“Rashi aveva cinquantacinque anni al tempo della prima crociata, sulla quale dovevano essergli giunte delle notizie. Come reagì? Partiamo da una prospettiva più vasta. I secoli undicesimo e dodicesimo furono un’epoca di agitazioni politiche, di disordini militari e di tumulti religiosi. Il cristianesimo e l’islam perseguivano le loro guerre religiose attraverso conquiste territoriali. Norvegia, Svezia, Borgogna, Spagna, Francia… troppi re volevano regnare sopra troppi paesi. L’imperatore bizantino Romano III s’impadronì della Siria. A Costantinopoli, il patriarca Michele I Cerulario venne scomunicato, provocando lo scisma tra i cristiani d’Oriente e quelli d’Occidente. Benedetto IX, uomo corrotto e crudele, fu incoronato papa solo per essere deposto e rieletto. Egli poi vendette il titolo e la carica a Gregorio VI che abdicò un anno più tardi. Nel mondo islamico la situazione non era certo migliore. Sciiti e sunniti vivevano nel terrore e nel desiderio costante di ottenere il dominio supremo attraverso la violenza. Ci fu la vittoria di Guglielmo il Conquistatore a Hastings e il suo regno turbolento; l’invasione dell’Impero bizantino da parte dei turchi; la presenza degli antipapisti; gli sforzi di Roma per indebolire l’autorità dei principi locali; la scomunica da parte di Gregorio VII del re di Germania Enrico IV, costretto a recarsi a Canossa in atto di penitenza; le battaglie tra gli arabi per la riconquista della Spagna; la presa di Capua per mano delle truppe normanne di Roberto il Guiscardo… Che secolo! Prima della sua fine, Rashif ed-din Sinan fondò la società segreta sciita chiamata degli hashishiyyn, o “assassini”, il cui fanatismo omicida e suicida è attivo ancora oggi. Inviati alle quattro estremità dell’Impero islamico, i suoi capi addestrarono degli assassini professionisti efficienti e impeccabili il cui curriculum d’imprese renderebbe gelosi i migliori specialisti sotto contratto con le varie mafie. E nel mondo ebraico? I Gentili, pur essendo assai impegnati tra di loro in aspre battaglie e guerre sanguinose, trovarono tuttavia il tempo per sfogare la loro rabbia sugli ebrei. Ma in misura minore nell’undicesimo secolo […] Il sentimento prevalente deve esser stato: “Speriamo che duri!”. Be’, non durò. Per gli ebrei dell’Europa occidentale il secolo terminò in un diluvio di sangue, fuoco e morte, tutto nel nome di un uomo che era nato ebreo da genitori ebrei, e il cui sogno meraviglioso era portare amore nei cuori e nelle anime dei credenti.

Ma ritorniamo alle Crociate. Non esserne sorpreso, lettore; non ci stiamo allontanando dal nostro argomento principale. Le Crociate riguardano Rashi. È impossibile leggere o rileggere le cronache crude e dettagliate del periodo senza sentire spezzarsi il cuore ed essere sopraffatti dalla disperazione.

Tutto iniziò a Clermont-Ferrand il 27 novembre del 1095, quando papa Urbano II si rivolse ai cristiani perché andassero a Gerusalemme e usassero la forza per liberare la tomba di Cristo e tutti i luoghi santi allora sotto il dominio musulmano…”

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