Ogni uomo si trova preso nell’avventura, ogni uomo ha, per questo, a che fare con Daimon, Eros, Ananche, Elpis. Essi sono i volti – o le maschere – che l’avventura – la tyche – ogni volta gli presenta. Quando l’avventura gli si rivela come demone, la vita gli appare meravigliosa, quasi che una forza estranea lo sorreggesse e guidasse in ogni situazione e in ogni nuovo incontro. Presto, tuttavia, la meraviglia cede al disincanto, il demonico si traveste da routinier, la potenza che portava la vita – Ariele, Genio o Musa – si oscura e nasconde, come un gabbamondo che non mantiene le sue promesse.

 

Mantenersi fedele al proprio demone non significa, infatti, abbandonarsi ciecamente a lui, confidando che in ogni caso ci condurrà al successo – se siamo poeti, che ci farà scrivere le poesie più belle; se siamo uomini dei sensi, che ci darà la felicità del piacere. Poesia e felicità non sono i suoi doni: è lui, piuttosto, il dono estremo che felicità e poesia ci fanno nel punto in cui ci rigenerano, ci fanno nascere nuovamente. Come la Daênâ della mistica iranica, che ci viene incontro dopo la morte, ma che siamo stati noi a plasmare con le nostre azioni buone o malvagie, il demone è la nuova creatura che le nostre opere e la nostra forma di vita sostituiscono all’individuo anagrafico che credevamo di essere – egli è l’autore anonimo, il genio cui possiamo attribuirle senza invidia né gelosia. E si chiama “genio” non perché, come dicevano gli antichi, ci ha generato, ma perché, facendoci nascere nuovamente, ha reciso il legame che ci univa alla nostra nascita. Questo significa che al demone appartiene costitutivamente il momento del congedo – che, nel momento in cui lo incontriamo, dobbiamo separarci da noi stessi.

 

Il demone – così si dice – non è un dio, ma un semidio. Ma semidio può solo significare: potenza, possibilità e non attualità del divino. Per questo – perché mantenersi in relazione con una potenza è la cosa più ardua – il demone è qualcosa che incessantemente si perde e a cui dobbiamo cercare di restare a ogni costo fedeli. La vita poetica è quella che, in ogni avventura, si mantiene ostinatamente in relazione non con un atto, ma con una potenza, non con un dio, ma con un semidio. Il nome della potenza rigeneratrice che, al di là di noi stessi, dà vita al demone è Eros.

 

Certo amare significa “essere portati”, abbandonarsi all’avventura e all’evento senza riserve né scrupoli; e, tuttavia, nell’atto stesso in cui ci abbandoniamo all’amore, sappiamo che qualcosa in noi resta indietro, in difetto. Eros è la potenza che, nell’avventura, costitutivamente la eccede, così come eccede e scavalca colui a cui essa avviene. L’amore è più forte dell’avventura – e questa è forse la certezza che aveva spinto Dante a uscire dal cerchio magico dei poemi cavallereschi; ma proprio per questo nell’amore noi facciamo ogni volta l’esperienza della nostra incapacità d’amare, di andare al di là dell’avventura e degli eventi – e, tuttavia, proprio questa incapacità è l’impulso che ci spinge all’amore. Come se l’amore fosse tanto più ardente e intriso di nostalgia, quanto più forte si rivela in esso l’incapacità di amare.

 

L’appagamento dei sensi è il “piccolo mistero della morte” (così gli antichi chiamavano il sonno) attraverso il quale gli uomini cercano di venire a capo della loro incapacità di amare. Poiché in esso l’amore sembra quasi spegnersi e congedarsi da noi – ma non, secondo il pregiudizio borghese, per disincanto e tristezza, quanto piuttosto perché, nell’appagamento, gli amanti perdono il loro segreto, cioè si confessano l’un l’altro che non vi è, in essi, alcun segreto. Ma proprio in questo vicendevole smagarsi dal mistero, essi – o il demone in loro – accedono a una vita nuova e più beata, né animale né divina né umana.

 

L’amore è, in questo senso, sempre senza speranza e, tuttavia, soltanto a lui appartiene la speranza. E questo è il senso ultimo del mito di Pandora. Che la speranza, l’ultimo dono, resti chiusa nel vaso, ciò significa che essa non aspetta il suo adempimento fattuale nel mondo. E non perché rimandi la sua soddisfazione a un invisibile al di là, ma perché essa è stata in qualche modo già sempre esaudita.

 

L’amore spera, perché immagina e immagina, perché spera. Spera che cosa? Di essere esaudito? Non veramente, perché proprio della speranza e dell’immaginazione è di legarsi a un inesaudibile. Non perché esse non desiderino ottenere il proprio oggetto, ma perché, in quanto immaginato e sperato, il loro desiderio è stato già sempre esaudito.

 

Che, secondo le parole dell’apostolo, “nella speranza noi siamo stati salvati” (Rom. 8,24), è, per questo, insieme vero e non vero. Se oggetto della speranza è l’inesaudibile, è solo in quanto insalvabili – già salvi – che abbiamo sperato nella salvezza. Così come supera il suo esaudimento, la speranza oltrepassa anche la salvezza – anche l’amore.

 

 

 

Questo testo è tratto da Giorgio Agamben, L'avventura, in uscita presso le edizioni Nottetempo.

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Ai Weiwei, Dropping a Han Dynasty Urn, 1995

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