I pomi della discordia del Kashmir

Nel 2008, una settimana prima di vincere le elezioni, il presidente Obama disse che risolvere la controversia sulla lotta per l’autodeterminazione nel Kashmir (causa di tre guerre tra India e Pakistan dal 1947 a oggi) rientrava nei suoi obiettivi cruciali». L’India accolse con sbigottimento la sua dichiarazione; da allora, però, Obama non si è quasi più pronunciato in merito. Ma lunedì 8 novembre 2010, durante la visita al nostro paese, ha dato un’immensa soddisfazione ai suoi ospiti affermando che gli Stati Uniti non interverranno in Kashmir e annunciando il proprio sostegno alla candidatura indiana a un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Pur parlando con eloquenza delle minacce poste dal terrorismo, non ha detto una parola sulle violazioni dei diritti umani nelle valli kashmire.

 

La decisione di cambiare idea un’altra volta sul Kashmir è legata a parecchi fattori: l’andamento della guerra in Afghanistan, l’entità dell’aiuto pakistano di cui hanno bisogno gli Stati Uniti e gli eventuali acquisti di aerei da parte del governo indiano nel corso del prossimo inverno. (L’ordine di dieci Boeing C-17 Globemaster III, per un valore di 5,8 miliardi di dollari, potrebbe garantire il silenzio del presidente.) Ma con ogni probabilità, né il disinteresse di Obama, né il suo intervento indurranno gli abitanti del Kashmir a lasciar cadere le pietre che stringono in pugno.

 

Ero laggiù dieci giorni fa, nella bellissima vallata al confine con il Pakistan, patria di tre grandi civiltà: quella islamica, quella induista e quella buddhista. Un luogo di miti e di storia. Alcuni credono che vi sia morto Gesù; altri che sia stato la meta di Mosè partito alla ricerca della Tribù Perduta. Milioni di pellegrini vanno a pregare al santuario di Hazratbal, dove per pochi giorni all’anno i fedeli possono contemplare un capello del profeta Maometto. Oggi il Kashmir, stretto tra l’influenza dell’Islam militante afghano e pakistano, gli interessi statunitensi per la regione e il nazionalismo dell’India (sempre più aggressivo e imbevuto di induismo), è considerato una polveriera nucleare. Pattugliato da oltre mezzo milione di soldati, è divenuto la zona più intensamente militarizzata al mondo. Lungo il tragitto tra il capoluogo, Srinagar, e la mia meta, il piccolo centro produttore di mele di Shopian, nel Sud della valle, l’atmosfera era tesa. Si vedevano gruppetti di militari ai margini della carrozzabile, nei frutteti, nei campi, sui tetti degli edifici e di fronte alle botteghe affacciate sulle minuscole piazze del mercato. Malgrado i vari mesi di coprifuoco, erano tornati in azione i «lanciatori di pietre» che invocano la azadi (la libertà ) ispirandosi all’intifada palestinese. Alcuni tratti della strada erano coperti da una tale quantità di quelle pietre che ci sarebbe voluto un SUV per riuscire a superarli.

 

Donne in preghiera al santuario di Hazratbal

 

Per fortuna gli amici con i quali viaggiavo conoscevano percorsi alternativi attraverso vicoli secondari e viottoli all’interno dei villaggi. La lunga deviazione mi ha dato il tempo di ascoltare le loro storie sulla rivolta. Il più giovane della comitiva, ancora un ragazzo, mi ha raccontato che la polizia, dopo aver arrestato tre dei suoi amici sorpresi a lanciare pietre, ha strappato loro le unghie, una per una, da entrambe le mani. Ormai da tre anni consecutivi, i Kashmiri scendono per le strade a protestare contro quella che considerano un’occupazione violenta del loro territorio da parte dell’India. Ma la ribellione armata al governo indiano, iniziata più di vent’anni fa con il sostegno del Pakistan, è in declino. In base ai dati dell’esercito indiano, i militanti rimasti tuttora attivi nella valle del Kashmir sono meno di cinquecento. La guerra si è lasciata alle spalle settantamila morti e decine di migliaia di mutilati in seguito alle torture. Parecchie altre migliaia di persone sono «scomparse». Oltre duecentomila Kashmiri di religione indù hanno abbandonato la regione. Nonostante il numero degli attivisti sia calato, quello dei soldati indiani non è diminuito.

 

Ma il dominio militare non va confuso con la vittoria politica. La gente comune, senza altre armi che la propria rabbia, è insorta contro le forze dell’ordine indiane. C’è un’intera generazione di giovani cresciuta in un ginepraio di posti di blocco, bunker, accampamenti militari e centri in cui si svolgono gli interrogatori, assistendo per tutta l’infanzia a inseguimenti, catture e uccisioni: la loro fantasia è infestata da spie, informatori, «killer non identificati», agenti segreti ed elezioni truccate. Quei giovani hanno perso la pazienza e la paura. Con un coraggio al limite della follia, hanno tenuto testa a un esercito armato e si sono ripresi le strade del Kashmir.

 

A partire da aprile del 2010, quando i militari hanno ucciso tre civili poi spacciati per «terroristi», un gran numero di lanciatori di pietre con il volto coperto, per lo più studenti, ha costretto la vita del Kashmir a una brusca battuta d’arresto. Il governo indiano ha contrattaccato con i proiettili, il coprifuoco e la censura. Solo negli ultimi mesi hanno perso la vita centoundici persone, in gran parte adolescenti; ci sono stati più di tremila feriti e sono finiti in carcere mille Kashmiri. Eppure i giovani continuano a farsi avanti e a scagliare pietre. A quanto pare non hanno leader e non appartengono a partiti politici. Rappresentano se stessi. A un tratto il secondo esercito permanente al mondo non sa bene come reagire. Il governo indiano non sa con chi negoziare. E molti cittadini dell’India si rendono lentamente conto di essersi sorbiti decenni di bugie. All’improvviso il consenso sul Kashmir, un tempo solido, sembra vacillare.

 

Occupazione dei militari indiani in Kashmir

 

Ero un po’ turbata la mattina in cui siamo partiti per Shopian. Pochi giorni prima, a Delhi, avevo definito pubblicamente il Kashmir «un territorio conteso», aggiungendo che, a differenza di quanto afferma il nostro governo, non lo si può considerare «parte integrante» dell’India. Uomini politici e giornalisti televisivi indignati pretendevano che fossi arrestata per sedizione. Il governo, timoroso di essere giudicato «debole», aveva emanato dichiarazioni minacciose e la situazione si era inasprita. Ogni giorno, durante i notiziari trasmessi nelle fasce orarie di maggior ascolto, venivo chiamata traditrice e terrorista dal colletto bianco, oltre a essere gratificata di parecchi altri epiteti riservati alle donne ribelli. Ma mentre sedevo sulla macchina diretta a Shopian e ascoltavo i miei amici, non riuscivo a pentirmi di ciò che avevo detto a Delhi.

 

Stavamo andando a visitare un uomo chiamato Shakeel Ahmed Ahangar. Il giorno precedente, Shakeel era venuto fino a Srinagar per esortarmi, con un’urgenza difficile da ignorare, a recarmi a Shopian. L’avevo conosciuto nel giugno del 2009, ad appena poche settimane dal ritrovamento dei cadaveri di Nilofar, ventidue anni, sua moglie, e di Asiya, diciassettenne, sua sorella. I corpi giacevano a circa un chilometro di distanza l’uno dall’altro nel letto di un corso d’acqua poco profondo che scorre in una zona di massima sicurezza: un’area illuminata a giorno, compresa tra gli accampamenti dell’esercito e della polizia di stato. I referti delle prime autopsie confermavano lo stupro e l’assassinio. Ma poi entrò in azione il sistema. Nuovi controlli smentirono le conclusioni iniziali e, dopo la brutta faccenda dell’esumazione delle salme, la violenza carnale fu esclusa. Si dichiarò che la morte era sopravvenuta in entrambi i casi per annegamento. Per quarantasette giorni Shopian rimase bloccata dalle manifestazioni di protesta e per mesi l’intera valle fu agitata dalla rabbia popolare. Alla fine sembrò che il governo indiano fosse riuscito a controllare la crisi. Ma il furore per il doppio delitto ha esasperato la veemenza della rivolta.

 

Kashmir, gennaio 2012

 

Shakeel voleva che andassimo a trovarlo a Shopian per via delle minacce subite dalla polizia perché non teneva la bocca chiusa; la nostra visita, sperava, avrebbe dimostrato che persino gente estranea al Kashmir s’interessava al suo caso, che lui non era solo. Era la stagione della raccolta delle mele, e avvicinandoci a Shopian vedevamo le famiglie nei loro frutteti, indaffarate a riempire le cassette di legno nella luce obliqua del pomeriggio. Mi sentivo quasi preoccupata che qualcuno dei bimbetti più piccoli, dalle gote rosse e paffute così simili alle mele, potesse finire per sbaglio insieme ai frutti. La notizia del nostro arrivo ci aveva preceduti e lungo la strada ci attendeva un capannello di persone. La casa di Shakeel si trova ai margini del cimitero in cui sono sepolte sua moglie e sua sorella. Era buio quando siamo giunti a destinazione e mancava la corrente. Ci siamo seduti in semicerchio intorno a una lanterna e abbiamo ascoltato il nostro ospite raccontare la vicenda che conoscevamo tutti cosı` bene. Sono entrati altri nella stanza. Abbiamo sentito nuove storie terribili, storie assenti dai rapporti delle organizzazioni umanitarie, sulla sorte delle donne che vivono nei villaggi più remoti dove ci sono più militari che civili. Il figlioletto di Shakeel giocava nell’oscurità, passando da un grembo all’altro. «Presto sarà abbastanza grande per capire cos’è successo a sua madre» ha detto Shakeel più di una volta.

 

Proprio quando ci siamo alzati in piedi per andarcene, è arrivato qualcuno ad avvertirci che il suocero di Shakeel (il padre di Nilofar) ci aspettava a casa sua. Ci siamo scusati: era tardi, e se ci fossimo fermati ancora, il tragitto di ritorno sarebbe stato pericoloso. Pochi minuti dopo che ci eravamo accomiatati e stipati a bordo dell’automobile, ho sentito suonare il telefono di un amico. All’apparecchio c’era un suo collega giornalista, con una notizia per me. «La polizia sta battendo a macchina il mandato. La arresteranno stasera». Abbiamo proseguito in silenzio per un po’, superando un camion carico di mele dopo l’altro. «Improbabile» ha commentato infine il mio amico. «È solo terrorismo psicologico». Ma poi, mentre prendevamo velocità lungo la strada, ci ha sorpassati una vettura carica di uomini che ci hanno fatto cenno di fermarci. Due individui a bordo di una motocicletta hanno invitato il nostro autista ad accostare. Mi sono preparata ad affrontare il peggio. Uno sconosciuto si è affacciato al finestrino. Aveva occhi a mandorla color smeraldo e una barba sale e pepe che gli arrivava a metà del torace. Si è presentato con il nome di Abdul Hai, padre di Nilofar, la giovane donna assassinata.

 

«Come potevo lasciarla partire senza darle neanche una mela?» ha detto. I motociclisti hanno caricato due casse di mele nel bagagliaio della nostra auto. Poi Abdul Hai si è frugato in tasca al logoro cappotto marrone per tirarne fuori un uovo. Me l’ha piazzato sul palmo, chiudendomi le dita intorno al guscio. Poi me ne ha messo un secondo nell’altra mano. Le uova erano ancora calde. «Che Dio la benedica e la protegga» ha soggiunto, e si è allontanato nelle tenebre. Una scrittrice può forse desiderare una gratificazione migliore?

 

Quella sera non mi hanno arrestata. Invece, con una strategia politica sempre più diffusa, le autorità hanno subappaltato il loro malcontento alla parte peggiore della piazza. Ero rientrata da pochi giorni quando le donne del BJP (il partito di opposizione della destra nazionalista indù) hanno inscenato una manifestazione di fronte a casa mia, invocando il mio arresto. I furgoni televisivi sono arrivati in anticipo per trasmettere l’evento dal vivo. I criminali del Bajrang Dal, il gruppo militante indù alla testa delle violenze del 2002 contro i musulmani del Gujarat, finite con duemila morti, hanno annunciato che «mi impartiranno una lezione» con tutti i mezzi di cui dispongono, a cominciare da una serie di denunce a mio carico presentate presso vari tribunali del paese.

 

Nazionalisti e governo sembrano convinti di poter rinsaldare il loro ideale di un’India risorgente con una combinazione di bullismo e Boeing. Ma non si rendono conto del potere eversivo delle uova sode ancora calde.

 

 

 

Da Arundhati Roy, I fantasmi del capitale, Trad. di Federica Oddera, Ugo Guanda Editore, Milano 2015, pp. 172.

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