Il lamento dell'insegnante

Dovendo una buona volta tirare le somme di tutto il nostro percorso, cercando di esporre la conclusione delle conclusioni, per parafrasare la Bibbia, o la madre di tutte le conclusioni, per parafrasare il Corano, potremmo ben dire che aveva ragione Hans Magnus.

 

Hans Magnus chi? Hans Magnus Enzensberger, poeta, professore, traduttore, saggista tedesco e innamorato dell’Italia. Era già piuttosto noto, in Italia, quando una ventina di anni or sono un film, e che film!, contribuì al sensibile incremento della sua popolarità qui da noi.

 

Si tratta di Caro diario di Nanni Moretti, per la precisione del secondo degli episodi di quel film, «Isole», in cui è narrata l’imprevedibile metamorfosi di un austero professore: costui, ritiratosi a Lipari, per scrivere il libro della vita, si trasforma a poco a poco in un teledipendente, fanatico delle soap-opera più corrive. Che c’entra Enzensberger? C’entra, c’entra. Dato che in una delle ultime scene l’austero professore, gridando ai quattro venti la sua nuova passione per le serie televisive triviali, finisce per mandare letteralmente a quel paese Enzensberger. E perché? Perché Enzensberger, in quegli anni, scrisse un saggio sulla televisione che fece epoca e che, tra l’altro, fu assai ridimensionato se non demolito da Beniamino Placido, allora critico televisivo del quotidiano «la Repubblica».

 

Tutto l’episodio «Isole» è costruito intorno al saggio di Enzensberger, o meglio intorno a quello che ne scriveva Beniamino Placido in vari articoli, usciti per la sua rubrica di recensioni televisive intitolata A parer mio. Il saggio di Hans Magnus Enzensberger, Il medium zero ovvero perché tutte le lamentele sulla televisione sono inconsistenti, sosteneva, in estrema sintesi, che è del tutto inutile lamentare il vuoto d’idee dei programmi televisivi, perché gli spettatori – che non sono degli stupidi, come comunemente si crede – lo cercano, quel vuoto d’idee, lo desiderano, lo agognano. La televisione è il nirvana elettronico. Uno torna la sera a casa, stanco, dopo aver lavorato tutto il giorno, e vuole pulirsi il cervello, vuole staccare – e non c’è niente di meglio della televisione, proprio perché i suoi programmi sono così insignificanti, proprio perché non comunicano niente. La televisione è una perfetta macchina buddhista.

 

Secondo il mio modesto parere aveva ragione Hans Magnus, ragione da vendere. So di parecchie persone che usano la televisione al posto dei tranquillanti, che godono appieno del suo dolcissimo effetto ipnoinducente. Certi programmi, forse, sono più indicati di altri. Ma quasi tutti alla lunga producono il risultato voluto: fanno dormire.

 

Anche solo lo zapping con il telecomando, annullando qualunque residuo di comunicazione o suo brandello, favorisce l’immersione ipnotica. E sia benedetto il telecomando! Magari, nella vita reale, con la semplice pressione del dito su un tasto, si potesse cancellare la presenza di certi individui molesti! (Si potrebbe usare a scuola, durante le riunioni di dipartimento.) Parimenti, sempre il nostro Hans Magnus rilevava che il grande successo in Germania della Bild-Zeitung avviene non benché quel quotidiano non comunichi nulla, ma proprio perché non comunica nulla, vuoto spinto molto ricercato.

 

Per analogia si possono applicare comodamente anche alla scuola le tesi di Hans Magnus Enzensberger. Le lamentele sono del tutto inutili anche in questo caso. Perché lamentarsi che la scuola soffochi il genio? È esattamente quello il suo compito. Perché lamentarsi degli insegnanti impreparati, o ingiusti, o dai nervi labili? Sono come devono essere. Perché lamentarsi dello scadimento degli studi? Gli studi scadono da sempre, e sono scaduti da sempre, se è vero, com’è vero, che già Tacito e Petronio la stigmatizzano, quest’eterna decadenza degli studi. E tutti quelli che vengono dopo Tacito e Petronio non sono che sfiatati epigoni, ripetitori dell’infinita ripetizione – del lamento. Perché lamentarsi della noia? È una componente essenziale della scuola. Ed è, inoltre, la noia, il più sublime dei sentimenti umani: non poter essere soddisfatti da alcuna cosa terrena, considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio e il numero e la mole meravigliosa dei mondi – e trovare che tutto è poco e piccolo rispetto alla capacità del proprio animo; considerare l’universo infinito e sentire che la nostra immaginazione è ancora più grande, più vasta, più estesa, di quell’infinito universo, che ci annoia – tutto ciò è reso possibile da questo eccelso sentimento, tipico delle menti più fini – e tipico delle scuole, anzi compagno fedelissimo di quasi ogni momento e aspetto delle scuole, di ogni ordine e grado.

 

Basta allora con le lagne, sulla scuola! Finiamola con i piati, i pianti, i compianti e i plori! La scuola va bene come è. Nessuna riforma varrebbe a cambiarla. Nessuna riforma potrebbe sanare il suo peccato d’origine. Tutte le cosiddette riforme sono riforme di Sisifo (o di Tantalo). Tutto è bene, secondo Linceo nel Faust di Goethe. Viviamo nel migliore dei mondi possibili e frequentiamo la migliore delle scuole possibili. Cosa vogliamo di più? Eppure. Eppure, nonostante abbia cercato di smontare razionalmente le motivazioni del bimillenario lamento scolastico, sospetto che esso continuerà imperterrito.

 

Più vado avanti negli anni, più mi rendo conto che la razionalità serve a poco. Forse a niente, dal momento che la maggior parte delle decisioni dell’umanità vengono prese su basi emotive e non razionali, o meglio: totalmente irrazionali. E se fossi intelligente, direi che anche l’intelligenza non serve a molto. Forse a niente. Forse è addirittura nociva. Cosa c’è di meno razionale e meno intelligente del meccanismo pubblicitario?

 

Jorge Luis Borges, in uno dei suoi ultimi racconti, Utopia di un uomo che è stanco, faceva dire a un suo sconsolato personaggio: «Nell’ieri che mi è toccato vivere, la gente era ingenua; credeva che una merce era buona perché così affermava e ripeteva il suo stesso fabbricante».

 

Nondimeno, nel trionfale ingranaggio dell’onnipresente meccanismo pubblicitario, siamo presi tutti. Inoltre non c’è niente di più resistente e tenace degli automatismi di linguaggio, e quello del lamento è uno dei più forti. Perciò sono sicuro che la lagna scolastica proseguirà. Con gli stessi argomenti. Con le stesse parole. Con le stesse identiche frasi, che si ripetono da duemila anni e che si ripeteranno per altri tremila.

 

Ci aspettano cinquemila anni di lagne. Sulla scuola. Amen.

 

 

Questo brano è tratto da Alessandro Banda, Il lamento dell’insegnante, Guanda, Milano 2015.

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