Il segreto di Goya

Pubblichiamo un estratto dal libro Il segreto di Goya di Marco Belpoliti pubblicato da Johan & Levi

 


 

Nel corso delle sue avventure don Chisciotte non dorme mai. Così avviene nella prima parte del romanzo, dalla veglia d’armi nell’osteria sino al primo ritorno a casa a dorso di giumento, tutto dolorante per le botte ricevute. Mentre il curato e il barbiere esaminano i libri, fonte della sua pazzia, e li gettano nella catasta, cui verrà appiccato il fuoco con l’aiuto della nipote del signor Quijana, don Chisciotte sta dormendo. Ma è un sonno agitato, abitato da continue visioni, che lo inducono a parlare in un soliloquio fatto di prodi cavalieri, cortigiani e tornei, e che lo spingono ad alzarsi di scatto dal letto e a menare fendenti e rovesci a dritta e a manca, tanto che pare «così sveglio come se non avesse mai dormito».

 

L’insonnia non lo abbandona mai nel corso delle avventure successive, sino al capitolo trentacinquesimo, quando il curato, il barbiere, Cardenio, Dorotea e l’oste, giunti quasi al termine della lettura della novella dell’Incauto Sperimentatore, vengono interrotti dall’arrivo di Sancho che li supplica di correre nella soffitta dove riposa don Chisciotte. Qui il “Cavaliere dalla Triste Figura” sta urlando e infliggendo gran colpi di spada alle pareti. Vestito solo di una camicia che gli lascia scoperte le spalle, con le gambe nude, pelose e non troppo pulite, il berrettuccio unto e rosso dell’oste, la coperta avvolta nel braccio sinistro, don Chisciotte rivela ancora una volta la sua condizione di folle.

 

  

 

Nel sonno, guidato dai suoi sogni, ha reciso gli otri di vino e ora è convinto di aver ucciso un gigante e sparso il suo sangue sul pavimento. La sua condizione non è quella di un uomo desto, bensì di un dormiente – «E il bello è che non aveva gli occhi aperti, perché stava dormendo e sognava di trovarsi in battaglia con il gigante» –, di un sonnambulo che segue le sue fantasie dal mondo dei sogni sino alla soglia di quello reale. Il suo desiderio è così forte e la sua immaginazione così intensa che sogna di essere già arrivato nel regno di Micomicone, come gli avevano promesso nel loro gioco ingannatorio i suoi compagni di viaggio, e in quel reame di battersi con il nemico.

 

Nel continuo scambio tra sogno e realtà, tra follia e ragione, don Chisciotte ha talmente allargato i confini del regno dell’insonnia che ormai non conosce più la distinzione tra il giorno e la notte – lui, del resto, in questa prima parte del romanzo dorme solo due volte e comunque solo in pieno giorno –, e quella tra vicende reali e vicende immaginarie – quando dovrebbe partecipare all’agnizione finale tra don Ferdinando, Lucinda, Dorotea e Cardenio, il Cavaliere «dorme beato», mancando ancora una volta l’appuntamento con la realtà, e persino il suo sonnambulismo, a ben riflettere, non è affatto un’estensione del sonno nel mondo diurno, ma al contrario un’estensione della realtà folle dentro il regno del sogno.

 

Goya, Don Chisciotte

 

La sua prima notte d’avventura, che don Chisciotte trascorre insonne, è una veglia d’armi nell’attesa dell’investitura a cavaliere. E se questa vigilia è destinata a concludersi solo verso l’alba, in un precipitare improvviso del tempo della promessa, a causa delle intemperanze e delle violenze commesse nei confronti di un ignaro e inesperto mulattiere, intemperanze che costringono l’oste a fingersi castellano per spegnere quel furore impetuoso, nelle notti che seguiranno il protagonista avrà superato la condizione dell’attesa. Tutto infatti è già accaduto: ricevuta l’investitura dovrà, come novello Sisifo, ripetere incessantemente le sue avventure con meccanica iterazione, perché in questa ripetizione consiste la sua identità.

 

La follia non gli concede alcuna evasione dal suo stato, dal momento che in lui la differenza tra la notte e il giorno non esiste più. Nell’insonnia i contrari vengono alla minima distanza, e la natura di questa prossimità consiste proprio nel partecipare a entrambe le polarità: ragione e follia, giorno e notte, luce e tenebre. Goya ha raffigurato in un disegno l’eroe di Cervantes alle prese con la sua «macchina d’immaginarie invenzioni», che scaturisce, come dice l’autore del romanzo, dalla sua fantasia che «gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità ».

 

Don Chisciotte è raffigurato al tavolo, con un gran libro aperto dinanzi, uno di quei cento grandi volumi che possedeva; la posizione del corpo è sbilanciata in avanti, il ginocchio destro appoggiato per terra e l’indice rivolto alle pagine, il fido spadino al fianco e un cane, come nella Melencolia I di Dürer, ossuto, vicino al rustico tavolino, in basso. Ma è soprattutto il viso del Cavaliere che ci attrae, con lo sguardo allucinato rivolto agli spettatori e i capelli pettinati verso l’alto, quasi a indicare la direzione dei suoi pensieri e delle sue visioni, che somigliano a una fiamma levatasi all’improvviso dal cervello. Sopra la sua testa aleggiano invece i fumi dell’insonnia che Goya ha voluto liberamente descrivere: un serpente, un mostro dalle orecchie asinine con un gran berretto calcato sul capo, al suo fianco un nanerottolo in costume che brandisce una tenaglia e un altro indecifrabile arnese, poi un orso uccello che porta in volo due donne dai seni nudi, come nelle sue più celebri incisioni.

 

Goya, Autoritratto in piedi

 

Mentre nelle tavole dei Capricci e dei Disparates (Sciocchezze) ai personaggi manca il contorno e la figura si legge attraverso il fitto tratteggio e la trama del chiaro e dello scuro, in questo disegno, acquerellato con inchiostro di seppia, tutto è sfumato e l’atmosfera della scena è resa evanescente. Anche per Goya don Chisciotte rappresenta lo stato della follia a occhi aperti, opposta e simmetrica alla celebre incisione dei Capricci: Il sonno della ragione genera mostri. E se nella tavola il volo degli animali notturni si leva non appena il pittore ha abbassato il capo vinto dal sonno, nel disegno di don Chisciotte è dalla follia a occhi aperti che ha inizio il volo del mostruoso della pazzia. Michel Foucault ha letto la figura del “Cavaliere dalla Triste Figura” come quella del Medesimo, del Differente che conosce le differenze.

 

Tuttavia occorrerà distinguere tra due diversi modi di concepire l’assenza di differenze: quello del «sonno della ragione», dove «le forme di Goya nascono dal nulla» – «esse sono senza fondo, sia perché si staccano sulla più monotona delle notti, sia perché nulla può definire la loro origine, il loro termine e la loro natura» (Foucault); e quello dell’insonnia di don Chisciotte, dove ragione e follia si trovano alla minima distanza, convivono senza elidersi, in un continuo scambio  barocco di ruoli – la saggezza di don Chisciotte e la follia di Sancho; oppure la necessaria follia d’amore del “Cavaliere dalla Triste Figura” per l’inesistente Dulcinea e quella sincera di Cardenio per una dama assai manierata. Goya, ha scritto Baudelaire, è un «incubo pieno di cose sconosciute», un incubo che «si agita nell’orrore del vago e dell’indefinito», e, come ha mostrato Foucault sulla scia dell’intuizione del poeta romantico, in lui «la follia è diventata la possibilità di abolire, nell’uomo, l’uomo e il mondo; e perfino queste immagini che rifiutano il mondo e deformano l’uomo. Ben al di sotto del sogno, ben al di sotto dell’incubo della bestialità, la follia è diventata l’ultimo scampo: la fine e l’inizio di tutto» (Storia della follia nell’età classica).

 

La follia tuttavia non ha un segreto che possa essere svelato; essa oppone sempre e comunque la sua impenetrabilità, che è fatta della solida materia del nulla. Semmai, se un segreto esiste, appartiene all’uomo Goya, è inscindibile da lui. Ma neppure questo può essere compiutamente divulgato. È un segreto custodito con tenacia, con acredine, nascosto nelle infinite pieghe dell’esistenza. Tuttavia sappiamo con certezza che in lui non c’è solo la follia delle incisioni, o le visioni ossessive della Casa del Sordo; non c’è solamente la più «monotona dellenotti», ma anche una assoluta, sincera e insopprimibile umanità; qualcosa che lo apparenta inspiegabilmente a quel ridicolo, strampalato e caricaturale don Chisciotte del disegno, che nella sua insonnia grottesca continua a partecipare degli opposti.

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Goya, Autoritratto con dr. Arrieta

08 Ottobre 2013