L’ABC della letteratura algerina in 8 autori

L'ottava edizione di Babel, Festival di letteratura e traduzione (Bellinzona, 12-15 settembre 2013), attraversa il continente africano alla ricerca delle giovani voci e delle nuove letterature di lingua francese, con scrittori dal Madagascar, Maghreb, Mali, Congo Kinshasa, Camerun, Ruanda, Burundi, e inoltre il concerto della band tuareg Tartit, le proposte di artBabel e la rassegna cineBabel.

 
 
 
Come anteprima per Doppiozero, abbiamo chiesto a Selma Hellal, fondatrice e direttrice delle edizioni «barzakh», di scrivere un personale abbecedario della letteratura algerina.
 
 
 
Oltre a Selma Hellal e al suo compagno e co-fondatore di «barzakh» Sofiane Hadjadj, l'Algeria sarà rappresentata al festival da uno dei maggiori autori della casa editrice, lo scrittore e giornalista Kamel Daoud, voce tra le più libere e critiche del Maghreb. Dell'autore algerino, mai tradotto finora in italiano, e di cui Doppiozero proporrà a breve un'anticipazione, Babel ha pubblicato la raccolta di racconti La prefazione del negro con le Edizioni Casagrande, e il racconto "Minotauro 504" per l'antologia Il labirinto della moltitudine con Cascio editore.
 
 

 


 

Nota dell’autrice

In questo abbecedario sono elencati alcuni autori e autrici algerini che amo e che, in qualità di editrice, vorrei proporre ai lettori che parteciperanno al festival Babel di Bellinzona, evento cui sarò felice di presenziare a settembre.

Ritengo necessario precisare che si tratta di una selezione assolutamente soggettiva. Alcuni potrebbero trovarla ingiusta, arbitraria, persino un po' assurda, ma questo fa parte del gioco. L'unico vincolo che mi sono posta è stato di menzionare scrittori e scrittrici di tutte le generazioni, dai “fondatori” della letteratura algerina ai più giovani, che oggi contribuiscono a rinnovarla. Infine, agli autori più affermati ho preferito quelli meno conosciuti, se non addirittura sconosciuti.

 

 

 

A come…

 

ADIMI Kaouther

 

Per pura – e pertanto simbolica – coincidenza, la prima voce di questo abbiccì è dedicata alla più giovane tra le autrici e gli autori presenti. Onore alla nuova generazione!

 

Kaouther Adimi è nata nel 1986 ad Algeri e ha pubblicato il suo primo romanzo, Des ballerines de Papicha2, quando ancora studiava Lettere e aveva 24 anni.

È un testo polifonico, che racconta la vita quotidiana di una famiglia di Algeri, tra pigrizia, inquietudine e rivolta. L’autrice ne offre una “sezione trasversale”, dando a turno la parola a ciascuno dei suoi membri: Yasmine, libera e ribelle; Adel, alle prese con tormenti e sensi di colpa dopo avere scoperto la propria omosessualità; Mouna, ragazzina dall’apparente spensieratezza che, indossando le sue “nuove ballerine tutte blu”, corre per le strade di Algeri al fianco di Tarek, suo angelo custode; ma anche Sarah, Kamel e altri personaggi si succedono nel libro e rivelano la tragica solitudine delle loro esistenze e la fatica del vivere.

Questo primo romanzo, delicato e toccante, è stato ripubblicato nel 2011 dalla casa editrice Actes Sud con il titolo L’envers des autres, a riprova del fatto, a dir poco gratificante, che questo testo promettente è in grado di parlare a un pubblico tanto vasto da poter varcare i confini nazionali.

Kaouther Adimi, che oggi vive e lavora a Parigi, mi ha di recente confidato che come personaggi adora scegliere i bambini: il loro candore rivela la crudeltà del mondo, la loro innocenza è più implacabile della più sottile perspicacia. Il suo prossimo romanzo, ormai in dirittura d’arrivo, si articola intorno a uno scambio di lettere tra una bambina di 11 anni, che vive su una strana “isola senza nome”, e un giovane che abita a Parigi. In questa seconda opera che sta per uscire, il talento della giovane Kaouther trova conferma. Favoriti da uno stile di una semplicità sconcertante, poesia e straordinario si mescolano con armonia, dimostrando una padronanza della scrittura senza dubbio maturata con l’esperienza.

 

AYACHI H’mida

 

Difficile descrivere in poche righe il personaggio poliedrico che porta il nome di H’mida Ayachi. Scrittore, uomo di teatro e giornalista3, nasce nel 1958 a Sidi Bel Abbès, nel territorio ovest-algerino. Alla fine degli anni Settanta, mentre studia scienze politiche e giornalismo, H'mida Ayachi intraprende la sua carriera teatrale. Entra a far parte della compagnia Debza di Kateb Yacine, dove traduce i propri testi più recenti in arabo. H'mida è autore di diverse opere teatrali messe regolarmente in scena e ha creato Kaddour El Blindé, un personaggio molto popolare le cui disavventure narrano la vita quotidiana di un cittadino algerino.

Tra le sue opere troviamo anche diversi romanzi in lingua araba, come Hawas (Chihab, 2008), e Dhaquirat el jounoun oua el intihar (Laphomic, 1986)4, ma è del romanzo Matahat che desidero parlarvi, un romanzo che non esito a definire prodigiosamente “mostruoso”.

Apparso la prima volta a settembre del 2000, quindi ripubblicato nel 2009, Matahat [in francese: Dédales (la nuit de la discorde)], è un romanzo suddiviso in cinque notti e altrettanti capitoli nei quali è di scena il personaggio di H’midou (alter ego dell’autore) nel cuore degli anni Novanta, gli anni del terrorismo islamico in Algeria. L’azione si svolge tra Algeri e il villaggio di Makedra (nei pressi di Sidi Bel Abbès). Romanzo-collage che alterna monologhi, deliri, frammenti di articoli di giornale, estratti di documenti sulla storia dell’Islam in Algeria, questo testo vuole essere la restituzione letteraria dell’incubo degli anni ‘90 – il cosiddetto “decennio nero” – sul modello di Dos Passos. L’autore dipinge il quadro di un’Algeria che scongiura i propri demoni grazie alla forza della letteratura. Da questa prospettiva, l’autore tenta di rimettere insieme i pezzi di una memoria in frantumi, dove le voci dei diversi protagonisti si aggrovigliano, si rispondono e finiscono per esaurirsi.

Ayachi si cimenta inoltre in una sperimentazione vertiginosa, mescolando i diversi registri della lingua araba: la lingua coranica, la lingua cosiddetta “classica” (quella condivisa da tutta l’area linguistica del mondo arabo), e quella giornalistica (l’arabo cosiddetto “standard” la cui evoluzione, rapida e permanente, segue quella dei media). Per quanto riguarda il registro “dialettale”, l’arabo algerino è a sua volta declinato in base alle diverse regioni del paese, e l’autore gioca tra l’arabo di Algeri, parlato nella capitale, e quello del territorio ovest-algerino. Infine, da vero demiurgo, inserisce anche parole in francese, dimostrando in tal modo la complessità della realtà algerina. Mise en abîme babelica sulle lingue e sulla creazione…

 

Il romanzo è ora in corso di traduzione verso il francese: un’ardua impresa che impegnerà a lungo il traduttore algerino Lotfi Nia nel tentativo di rendere, passo a passo, non solo la lingua, ma anche la narrazione tortuosa e frammentata di H’mida Ayachi.

 

B come…

 

BACHI Salim

 

Nato nel 1971 ad Algeri, Salim Bachi è, secondo me, uno dei rappresentanti di spicco – con, tra gli altri, Mourad Djebel – della “nuova generazione” di scrittori algerini.

Cresciuto ad Annaba, nel territorio est-algerino, Salim arriva a Parigi nel 1997 per proseguire i suoi studi umanistici. Nel 2001, si fa notare con il suo romanzo d’esordio pubblicato da Gallimard, Le Chien d’Ulysse, che ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti tra cui il prestigioso Goncourt Opera Prima.

L’autore descrive una città immaginaria, Cyrtha (riferimento a Cirta, nome numidico dell'odierna città di Costantina, anche se la Cyrtha di Salim Bachi si trova in riva al mare – interferenza topografica deliberata ed equivoco sicuramente voluto con Algeri), in cui si muove Hocine, nell’estate del 1996. I protagonisti si spostano a piedi per tutta la città, persi in un vagabondare allucinato, ebbra odissea in cui si mischiano lirismo e grottesco, luci e ombre. Lo stile, in questo primo testo, è già abilmente controllato e fa convivere classicismo, stile essenziale e fughe barocche.

Ritroviamo Cyrtha in La Kahéna, a mio parere il suo romanzo più bello. Il più ambizioso e completo. In questo affresco monumentale, in cui l’autore si concede ancor di più al barocco, si esplora quasi un secolo di storia, condensato nel destino di una casa battezzata La Kahéna. Perché il vero personaggio di questo libro di formidabile spessore è proprio questa casa misteriosa.

Sbarcato nel 1900 in Algeria, Louis Bergagna intraprende la conquista di un paese colonizzato da settant’anni. Una ricerca assurda, un folle desiderio di gloria e ricchezza che lo condurrà in Guyana e quindi nell’Amazzonia brasiliana, prima di riportarlo a Cyrtha, dove costruirà la gigantesca, incredibile Kahéna. Per più di mezzo secolo, in quella casa, si avvicenderanno diverse generazioni che a poco a poco riveleranno la storia dell’Algeria, dalla colonizzazione all’indipendenza, fino ai sanguinosi moti dell’ottobre 1988. Tutti questi destini s’intrecciano in una narrazione che sembra arrivare direttamente da Le mille e una notte. E forse non è un caso che la narratrice, anche se si limita a ripetere il sonniloquio del suo amante, Hamid, sia una donna. Questo romanzo è il mio preferito perché di rado il lirismo di un testo è riuscito a ipnotizzarmi tanto.

 

Salim Bachi ci ha raccontato di aver dedicato alla stesura di questo libro tutta l’energia che aveva in corpo e di esserne uscito letteralmente sfibrato. Da allora, si cimenta in diverse esperienze di scrittura, s’impegna in testi più corti e incisivi e collegati, da vicino o da lontano, all’attualità.

Con Tuez-les tous, Bachi ripercorre l’ultima notte di un giovane kamikaze jihadista alla vigilia dell’11 settembre. Seguono altri testi, tutti accolti con favore dalla critica, tra cui, in particolare: Le silence de Mahomet, che raffigura il profeta dell’Islam attraverso le voci e i ricordi di quattro dei suoi fedeli più vicini, Amours et aventures de Sindbad le Marin e Moi, Khaled Kelkal5. A settembre (2013), uscirà un nuovo racconto, questa volta dedicato alla figura di Albert Camus, Le dernier été d’un jeune homme (Flammarion).

 

BOUDJEDRA Rachid

 

Rachid Boudjedra è un monumento. A mio avviso, è il maggiore scrittore algerino vivente. La prova di quanto appena affermato sta nella sua opera, immensa, prolifica, polimorfa. Poeta, saggista, romanziere, tradotto in tutto il mondo, continua a viaggiare in tutta l’Algeria per incontrare i suoi lettori, e a essere invitato a parlare di letteratura nelle università straniere più prestigiose.

Nato nel 1941 a Aïn Beida (territorio est-algerino), Rachid Boudjedra riceve un’educazione eccezionalmente erudita, prima frequenta il celebre liceo Sadiki a Tunisi, poi intraprende studi di matematica e filosofia. Con La Répudiation (19696), il suo primo romanzo, dà il via a una nuova generazione di scrittori e segna una rottura importante per la narrativa algerina (dopo i “padri” rappresentati, tra gli altri, da Mouloud Mammeri, Mouloud Feraoun, Kateb Yacine, Mohammed Dib). In questo romanzo, che ha l’effetto di una deflagrazione nel paesaggio letterario algerino, il narratore racconta alla sua amante, Céline (dal nome dello scrittore francese di cui Boudjedra rivendica l’influenza), alcuni frammenti della sua infanzia nella grande casa di famiglia, dove chi detta legge è il padre, tirannico e dominatore. Sesso, violenza e potere sono evocati con una prosa geniale, le frasi sono polverizzate, le parole si succedono feroci, selvagge, al servizio di ridondanze destinate a far soffocare il lettore, a fargli sentire il giogo del clan e dei suoi codici retrogradi. Questo libro, che in primo luogo è una prodezza romanzesca, è anche una critica senza precedenti, assolutamente inedita, degli asservimenti generati da una società tradizionalista.

A seguire, sono stati pubblicati molti altri romanzi, che mi è impossibile citare in modo esauriente. Quello che mi affascina di questo autore è il modo in cui è riuscito a inserire alcuni motivi ricorrenti (attingendo liberamente e con coraggio dalla psicanalisi: il motivo familiare – con la figura castratrice che nella maggior parte dei casi è il padre; il motivo sessuale – in tutte le sue declinazioni, in particolare, quelle della voracità sessuale, dell’impotenza, della frigidità e dell’omosessualità; il motivo della follia), in una narrazione che mescola i destini individuali alla grande storia. Boudjedra si dichiara “lo storiografo lirico, poetico, di una società che è nello stesso tempo bloccata e sbloccata”. Così, i suoi romanzi riprendono attivamente, ma in modo sovversivo, l’eredità culturale algerina, gonfia di contraddizioni.

Altra caratteristica ragguardevole di questo scrittore: il modo in cui la sua letteratura investe molto esplicitamente la cultura araba. La sua formazione ha fatto di lui un intellettuale perfettamente bilingue, di grande erudizione in entrambe le culture. A tale proposito, all’inizio degli anni Ottanta, Boudjedra attua una riconversione linguistica: scrive i suoi romanzi in arabo e poi li traduce lui stesso in francese, avvalendosi della collaborazione del traduttore Antoine Moussali (ad esempio: il bellissimo monologo La Pluie7 o Journal d’une femme insomniaque).

Tra le sue opere ne elenco solo alcune, le mie preferite: L’Insolation, Topographie idéale pour agression caractérisée, L’Escargot entêté, Le Désordre des choses8. Quest’ultima svela una discendenza – che l’autore stesso rivendica esplicitamente –, dallo scrittore francese del Nouveau Roman, Claude Simon.

Infine, come tutte le figure intellettuali carismatiche, Rachid Boudjedra, con i suoi romanzi e la sua personalità, ha sempre suscitato parecchie controversie. Ma questo, in fondo, poco importa. Stabilitosi in Algeria, all’età di 72 anni, rimane uno dei protagonisti più appassionanti della letteratura algerina e continua a scrivere romanzi che interrogano la memoria, la trasmissione generazionale, i corpi e la solitudine esistenziale. Questo vale anche per il suo ultimo romanzo, Les Figuiers de Barbarie9.

Boudjedra è, senza dubbio, uno scrittore della trasgressione, della demistificazione e della complessità.

 

BALI Hajar

 

Hajar Bali è uno pseudonimo. L’autrice l’ha scelto perché tenersi in disparte è una costante della sua vita, una filosofia, un rapporto col mondo. Quando non scrive, questa donna molto (troppo?) discreta, appassionata di cinema e di scacchi, insegna matematica alla facoltà di Bab Ezzouar (Algeri).

Nel 2010, pubblica una raccolta di opere teatrali, Rêve et vol d'oiseau, accostando testi gravi e al contempo leggeri, caratterizzati dall’assurdo e dall’umorismo nero. La pièce più riuscita, “Le Château”, mette in scena un confronto a porte chiuse bergmaniano tra un vecchio padre e sua figlia. Dal loro scambio, che inizialmente appare anodino e nutrito d’amore e rispetto, affiora impercettibilmente, ma solo per farsi sempre più terrificante, il riferimento alla tragedia degli anni ’90. La violenza di quel decennio sembra aver lasciato il non detto aleggiare su questa strana coppia, provocando terribili strascichi e rendendola, a dire la verità, più inquietante che commovente.

Lo stesso anno, Hajar Bali scrive un racconto intitolato “Les chiens errants” che compare nella raccolta Alger, quand la ville dort. In quest’ultimo testo, cui sono particolarmente affezionata, mi sembra di poter scorgere un condensato del progetto letterario dell’autrice e del suo universo così attentamente cesellato, sensuale e minaccioso. È il racconto di un innamoramento breve ma intenso, destinato a finire per colpa di una tragica fatalità; sullo sfondo Algeri, capitale venefica in cui vagano i suoi abitanti.

Hajar Bali, immancabilmente, descrive scene e storie anodine, che a volte flirtano con una forma di surrealismo o realismo magico, e gradualmente si guastano, con l’avvicinarsi del disastro, del tracollo finale.

Inoltre, l’autrice tratta con estrema precisione le problematiche che l'Algeria contemporanea si trova ad affrontare, destreggiandosi sapientemente tra serio e burlesco, e con quella malinconia che è il suo marchio di fabbrica. Ad esempio: la guerra (d’Indipendenza o guerra civile degli anni Novanta), e le sue tracce, i conflitti generazionali, i dissapori tra uomini e donne.

 

D come…

 

DIB Mohammed

 

Se da un lato affermo che Rachid Boudjedra è il maggiore scrittore algerino vivente, dall’altro ritengo che Mohammed Dib, nato nel 1920 a Tlemcen (territorio ovest-algerino), e morto il 2 maggio 2003 a Parigi, sia uno dei maggiori scrittori dei nostri tempi. Quest’anno ricorre il decimo anniversario della sua morte.

La sua opera, tradotta in molte lingue, conta una trentina di lavori in diversi generi letterari (romanzo, poesia, teatro, saggistica). Trasferitosi in Francia nel 1959, Mohammed Dib è stato professore all’università della California nel 1974, e nel 1975 ha soggiornato in Finlandia, dove in seguito è tornato più volte.

Questo scrittore non si è mai stancato, attraverso un’opera proteiforme, di mischiare e confondere tutti i punti di riferimento, spingendo sempre più lontano i limiti del suo stile con un’incredibile padronanza delle tecniche narrative più sofisticate.

La famosa “trilogia Algeria”, che comprende i tre romanzi La Grande Maison, L’Incendie, Le Métier à tisser10, è un affresco della realtà dell’Algeria colonizzata. La miseria e l’oppressione subite dal popolo sono dipinte con inesorabile autenticità. Questi tre romanzi, per bellezza e impegno, sono un atto insieme letterario e militante. Con un talento raro, Dib è riuscito, così, di primo acchito, a fare interagire “progetto poetico” e “progetto politico”.

Subito dopo, tuttavia, nel romanzo Qui se souvient de la mer11, il suo stile imbocca altre strade e si emancipa dalla politica e dal “locale” per esplorare territori meno tangibili e circoscritti: quelli del fantastico e dell’allegorico. Ma anche della poesia, poiché dal 1961, con Ombre gardienne, lo scrittore comincia un grande lavoro poetico che termina con la raccolta L’Aube Ismaël (2001)12.

Per tutta la vita, Mohammed Dib – pur rimanendo “in disparte” dal mondo e mantenendo una discrezione al limite del misterioso – si è impegnato a disegnare i contorni di un universo letterario singolare, attingendo dalla fonte delle proprie radici algerine, ma anche aprendosi – e sempre di più, man mano che la sua opera prendeva forma – agli orizzonti infiniti dell’universale. Ed è per questo che la “trilogia nordica” (Les Terrasses d’Orsol, Le Sommeil d’Eve, Neiges de marbre13), scritta negli anni Ottanta e costituita da testi cesellati e raffinati, sfugge a ogni contesto, a ogni costrizione.

E per citare uno dei maggiori esperti di Dib, Naget Khadda: “il suo carattere pugnace nel braccare con costanza una forma che gli fosse propria, lo qualifica tra i grandi scrittori del suo secolo, considerando tutte le nazionalità. (…) L’universalità dei suoi temi e la modernità del suo stile, riconosciuti anche dai critici più severi, garantiscono alle sue opere la trascendenza dalla loro epoca e dal loro primo livello di ricezione”.

Questa conclusione ha la sua importanza, quando si conoscono i rapporti di forza che presiedono alla “geopolitica” del mondo editoriale e il luogo ristretto in cui sono confinate le letterature cosiddette “minori”, tra cui quelle dei paesi anticamente colonizzati, e i ruoli (o le missioni) preconcetti che sono loro assegnati, all’ombra delle letterature “maggiori”.

 

Mi piacerebbe terminare con un ricordo molto personale. Mohammed Dib ha anche scritto tre racconti per bambini, tra cui “L’Histoire du chat qui boude”. Un testo malizioso che trae la sua struttura narrativa (tutta fatta di incastri e accumuli) da un vecchio racconto popolare algerino. Io e mio marito lo amiamo a tal punto che abbiamo intitolato così una pubblicazione del nostro gazzettino annuale in erba, uscito tre anni di seguito in occasione del Salone Internazionale del Libro di Algeri. E, soprattutto, è stato il primo libro di nostro figlio, che oggi ha 2 anni!

 

L come…

 

LAKHOUS Amara

 

Ecco un autore che dovrebbe appassionare i lettori italofoni, i quali, del resto, saranno senz’altro in tanti a conoscere…14

Amara Lakhous è nato ad Algeri nel 1970 in una famiglia in cui si parla kabyle e arabo dialettale. Frequenta la scuola coranica e prosegue gli studi in arabo classico. In seguito, impara l’italiano e perfeziona il suo francese. Una base culturale erudita, nutrita di mescolanza linguistica – Lakhous ha una grande predisposizione per le lingue. Quando, nel 1995, lascia l’Algeria per l’Italia, ha già terminato i suoi studi di filosofia, è giornalista radiofonico e autore di due romanzi in arabo: El boukou wal korsan15 e Kayfa taṛda'u min al-̲di'bah d̄una an ta'ụḍdak : riw̄ayah16.

In pochi mesi perfeziona il suo italiano, studia antropologia culturale e decide di riprendere il suo secondo romanzo Kayfa… non soltanto per tradurlo in italiano, ma per riscriverlo in questa lingua amata, imparata e padroneggiata. Così, nel 2006, compare Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, pubblicato da E/O – il successo è folgorante. Il romanzo riceve molti riconoscimenti, fra cui il premio internazionale Flaiano 2006, ottenuto a pari merito con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas.

L’anno seguente, Actes Sud ne pubblica la traduzione in francese (dall’italiano), Choc des civilisations pour un ascenseur Piazza Vittorio, e barzakh ne acquista i diritti e lo pubblica nel 2008 ad Algeri. Successo raddoppiato. Straordinaria fortuna di questo romanzo algerino, italiano – e anche di più.

Di lì a poco, Amara Lakhous ha ripetuto l’esperienza. Già scritto e pubblicato in arabo, il romanzo El Kahira el saghira17 diventa – riscritto in italiano, rimodellato e ristrutturato – Divorzio all’islamica a viale Marconi18, che, tradotto in francese, è uscito nel 2012 presso Actes Sud e barzakh quasi simultaneamente: Divorce à la musulmane à viale Marconi.

Qui incontriamo Christian Mazzari, giovane siciliano senza storia, appassionato di lingua e civiltà araba. La sua vita precipita il giorno in cui, incaricato dai servizi segreti del suo paese, deve infiltrarsi nella comunità musulmana di Roma per smascherare una rete terrorista. Ribattezzato Issa per necessità di missione, si trova messo a confronto con il quotidiano sordido degli immigrati bengalesi, egiziani, senegalesi… e scopre la loro miseria affettiva e sessuale, la loro precarietà e la loro solitudine. Combinazione di generi diversi, strutturato sull’alternanza dei monologhi di Christian-Issa e Safia-Sofia (arrivata dall’Egitto con il sogno di diventare parrucchiera), questo testo rivendica la sua discendenza dalla commedia agrodolce all’italiana. E non serve ricordare che il titolo stesso del libro è una strizzata d’occhio al film di Pietro Germi “Divorzio all’italiana”.

Il lettore rimane coinvolto in questo gioco di ruoli – e di imbrogli – utilizzato con rigore e malizia dall’autore per scomporre i cliché e confondere le frontiere delle identità. Lakhous non risparmia nessuno e si prende gioco di tutti, da Teresa, affittacamere senza scrupoli, ad Akram, proprietario del servizio di telefono pubblico Little Cairo, senza tralasciare i servizi segreti europei, grottescamente paranoici.

Come nel suo primo romanzo, Scontro di civilità, la satira sociale è sempre presente e Amara Lakhous, in modo abile ed efficace, continua a esplorare le tematiche dei rapporti con l’Altro e con la diversità. Il suo ultimo romanzo, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario (2013), sviluppa ulteriormente questa riflessione.

 

Z come…

 

ZEHAR Hacène

 

Non si sa quasi niente di questo scrittore che è comparso e scomparso nel cielo della letteratura algerina come una meteora. Ed è per questo motivo che desidero rendergli omaggio qui. Il mio incontro con la sua opera, che si riassume in due soli testi (Peloton de tête e Miroir d’un fou19), lo devo a Sid Ahmed Semiane – altro scrittore promettente20 – che, un giorno, mi ha dato da leggere Miroir d’un fou, dispiaciuto del fatto che questo romanzo, uscito in Francia nel 1979, fosse del tutto misconosciuto. Lui ci suggeriva di ripubblicarlo. E noi lo abbiamo fatto.

Perché questo libro è un capolavoro. Il fatto che sia passato inosservato resta un enigma.

Fine anni Settanta. Salem, un algerino di 27 anni, conduce a Parigi un’esistenza movimentata e vagabonda, come allucinata. Il romanzo racconta le peripezie di questo giovanotto che si fa benvolere, disperato e pertanto ardente di furore. È scritto in una prosa aspra e lacera, che cattura il flusso della vita in tutta la sua violenza. Si tratta di un racconto con frasi sincopate da scosse e trasalimenti, che ci si chiede di continuo se siano indotti dall’agonia o dall’estasi. Ci viene subito in mente Kateb Yacine, ma anche Kerouac, e la Beat Generation con le sue vertigini, le sue incrinature, e quel “furore” di vivere che poteva compiersi solo consumandosi.

Si tratta del racconto di una caduta o, al contrario, di una frenetica ricerca della libertà, quand’anche il prezzo fosse la follia? Me lo sto ancora chiedendo…

È un romanzo sconvolgente, scritto da un autore morto nel 2002 nell’assoluto anonimato, che merita assolutamente di essere riscoperto.

 


 

1 Selma Hellal, insieme al compagno Sofiane Hadjadj, ha dato vita alla casa editrice barzakh nel 2000, ad Algeri. Ad oggi annovera nel suo catalogo più di un centinaio di titoli, includendo testi letterari, saggi e anche libri di pregio.

2 I titoli il cui editore non è citato sono stati pubblicati da barzakh.

3 Nel 2008 fonda due quotidiani, uno in arabo, «El-Djazaïr News», l’altro in francese, «Algérie News», tuttora diretti da lui.

4 Dhaquirat el jounoun oua el intihar è stato tradotto in francese con il titolo Zana da Youcef Mila (barzakh, 2003).

5 Tuez-les tous (Gallimard, 2006) [Uccideteli tutti, trad. di Riccardo Bentsik, Excelsior 1881, Milano, 2007]; Le Silence de Mahomet (Gallimard, 2008) [Il silenzio di Maometto, trad. di Gaia Amaducci, Epoché, Milano, 2009]; Amours et aventures de Sindbad le Marin (Gallimard, 2010); Moi, Khaled Kelkal (Grasset, 2012).

6 Éditions Denoël, Parigi. [Il Ripudio, trad. di T. Maraini e T. Colusso, Edizioni Lavoro, Roma, 1993].

7 Denoël, Parigi, 1987. [La Pioggia, trad. di G. Toso Rodinis, Edizioni Lavoro, Roma, 1989]

8 L’Insolation (1972), Topographie idéale pour agression caractérisée (1975) [Topografia ideale per un’aggressione caratterizzata, trad. di G. Igonetti, Marietti, Genova, 1991], L’Escargot entêté (1977) [La lumaca testarda, trad. di G. Colace, Zanzibar, Milano, 1991], Le Désordre des choses (1991), tutti pubblicati da Denoël, Parigi.

9 Éditions Grasset e barzakh, Parigi, Algeri, 2010.

10 Éditions du Seuil, Parigi: La Grande maison (1952), L’Incendie (1954), Le Métier à tisser (1957). [La grande casa, L’incendio, Il telaio, trad. di G. Amaducci, Epoché, Milano, 2004 e 2007, e Feltrinelli, Torino, 2008]

11 Éditions du Seuil, Parigi, 1962.

12 Ombre gardienne (prefazione di Louis Aragon, Gallimard, Parigi). L’Aube Ismaël, (bilingue, francese/arabo), barzakh.

13 Sindbad, Parigi: Les Terrasses d’Orsol (1985), Le Sommeil d’Eve (1989), Neiges de marbre (1990).

14 Per gli italofoni, tutti i suoi romanzi sono stati pubblicati da E/O.

15 (Les puces et le pirate). 1999, disponibile in versione bilingue arabo/italiano.

16 (Comment téter la louve sans être mordu). Pubblicato in Algeria – edizioni El Ikhtilef – e in Libano, 2003.

17 (Le Caire miniature). El Ikhtilef, 2010.

18 E/O, 2010.

19 Peloton de tête, racconti, Julliard, 1966; Miroir d’un fou, romanzo, Fayard, 1979 (ripubblicato da barzakh nel 2009).

20 Nato nel 1971 ad Algeri, giornalista, autore di molte opere: Octobre, Ils parlent (Le Matin, 1998), e Au refuge des balles perdues, Chronique des deux Algérie (La Découverte, Paris, 2005). Ha pubblicato un testo nella raccolta già citata Alger, quand la ville dort (2010), intitolato “Des nuits dans mon rétroviseur”, destinato a diventare presto un romanzo.

(Traduzione di Daniela Marina Rossi)

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11 Settembre 2013