La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska

Ricordi di viaggio a cineprese spente

Pubblichiamo un estratto di La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska, libro + dvd, scritto da Katarzyna Kolenda-Zaleska, regista del Film.

 

 

 

Ho conosciuto Wisława Szymborska in viaggio. Ci siamo incontrate a Palermo e in seguito abbiamo visitato splendidi angoli di Sicilia, colline toscane assolate, misteriose falesie in Irlanda, stradine strette a Amsterdam, piazzette a Bologna, Padova, Ravenna e in molte altre cittadine italiane. Ci siamo viste spesso anche a Cracovia, sua e mia città natale. Ricordo Szymborska come un’infaticabile cacciatrice di cose belle o insolite che si entusiasmava per ogni nuova scoperta. Quei viaggi assieme hanno cambiato sia me sia il mio modo di guardare il mondo, perché grazie a lei ho potuto vedere sotto un’altra luce molti luoghi che già conoscevo, e imparare a goderne in tutt’altro modo.

 

Wisława Szymborska amava il caffè nero, non troppo forte e con una gran quantità di acqua. “Caffè lungo”, insomma. Con il caffè, necessariamente, una sigaretta. Ma il caffè non si può bere così, solo per alzare la pressione. Il caffè richiede tranquillità, è un rituale che va celebrato, di preferenza in una piazzetta italiana immersa nel sole. Bisogna onorare il momento. Fermarsi per un attimo dalla corsa, scherzare, chiacchierare. Oppure, al contrario, soffermarsi a pensare, star seduti in silenzio. In ogni caso, trasmettere senso al gesto che si sta compiendo. Davanti a un caffè e a una sigaretta, nel tratto di strada tra Catania e Palermo (a dire il vero, una stazione di servizio), ha preteso – così si espresse – qualche parola su di me. Entrambe ci stupimmo di esserci incontrate così tardi. Dopotutto avevamo abitato per anni nello stesso luogo, a Cracovia, a una distanza di cinquecento metri l’una dall’altra, facevamo la spesa allo stesso mercato, frequentavamo gli stessi incontri letterari.

 

Andai in Sicilia per girare un reportage su di lei. Michał Rusinek, il suo segretario, mi avvertì che avrei potuto filmare gli incontri ufficiali, ma che per il resto si sarebbe visto sul momento. I primi tentativi non furono incoraggianti. La signora Wisława con grande gentilezza, ma con altrettanta decisione, distoglieva sistematicamente lo sguardo dall’obiettivo. “Può forse leggerci una poesia?” A Taormina, seduta su uno scalino del teatro greco. Un attimo di esitazione. “No, qui è troppo bello, diventerebbe banale”. Invece di filmare una poesia andammo a prendere un caffè. La presenza della macchina da presa non le piaceva mai, ma ogni tanto smetteva di farci caso. La svolta avvenne a Corleone. Ci andammo per un unico motivo, chiaro a chiunque la conoscesse bene, ma per tutti gli altri impossibile da capire, perché quello che aveva in mente la poetessa era un percorso decisamente tortuoso disseminato di singole fotografie con il nome di città che non aveva mai avuto la minima intenzione di visitare. Sotto il cartello che segnala “Corleone”, la signora Wisława estrae un foglio, si volta verso la macchina da presa, e legge un limerick scritto apposta per l’occasione:

 

Nella ridente città di Corleone

Ti prendono a legnate sul groppone.

Tutti i bimbi han qui abilità siffatte,

le bevon dalla mamma con il latte.

Come dire, una dote per alimentazione.

 

Dopo aver girato il reportage in Sicilia, sento il bisogno di qualcosa di più ampio. Un film. Su di lei. La signora Wisława fa un cenno con la mano. Posso farlo, basta che non le rompa troppo le scatole, il che si rivela subito un compito a dir poco rischioso. Certo, possiamo incontrarci, bere un caffè e fumare una sigaretta, ma la macchina da presa è assolutamente necessaria?

 

Wisława Szymborska

 

Devo trovare un altro sistema. Qualcosa che la intrighi, una piccola follia. Penso dunque ai viaggi, ai luoghi e alle persone che non ha modo di vedere spesso. Dopo essermi consultata con Michał Rusinek, propongo la cittadina di Limerick, in Irlanda, che ha dato il nome ai limerick, appunto. Ecco, questa idea ottiene la sua approvazione. Il viaggio a Limerick non rientra nel catalogo delle banalità turistiche. L’esca è naturalmente la fotografia di lei accanto all’insegna della località, che andrà ad aggiungersi alla sua collezione di ritratti in luoghi dai nomi divertenti o simbolici: Neanderthal, Sodoma, Wariatkowo (“Pazzopoli”). È qui la sorpresa: il cartello col nome della città è introvabile, ma il limerick è già stato composto e bisogna decidere dove leggerlo. Alla fine l’insegna salta fuori, e anche se non esaudisce le nostre aspettative (troppo grande, troppo decorata, ricorda piuttosto uno stemma nobiliare), ce la facciamo andar bene. Il caffè in Irlanda è imbevibile, ci buttiamo quindi sulla Guinness, che secondo la signora Wisława ha il sapore e la consistenza della maionese. “Ti piace viaggiare?”, le chiedo molto dopo. “No. A me piace tornare”. Da Limerick però non torniamo subito a Cracovia, andiamo in Olanda per un incontro con il pittore Vermeer. Non c’è verso però di “volare come una piuma” – come disse lei – e guardare tutti i quadri. “Mi ribolle la testa”, dichiara la signora Wisława dopo la seconda sala, e sappiamo quindi che da lì a poco bisognerà uscire. Vermeer, naturalmente, e forse ancora un Rembrandt. Poi basta, perché il quadro bisogna viverlo, conservarlo sotto le palpebre. La signora Wisława rimane a lungo davanti alla Lattaia, in silenzio, chiaramente emozionata. “Questo è un capolavoro, un capolavoro assoluto, quelle luci, i chiaroscuri”, mi dice quasi in un sussurro. La ragazza con l’orecchino di perla le suscita tenerezza, ma è La lattaia, intenta a versare il latte da più di trecento anni, che vince nella sua personale classifica. “Lei fa qualcosa per il mondo”, dice il giorno dopo, quando sulla piazza di Delft, città natale di Vermeer, ricordiamo le impressioni del viaggio. “Finché quella donna del Rijksmuseum”, scriverà poi nella poesia Vermeer (dalla raccolta Qui, del 2009), «(...) giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella ciotola, / il mondo non merita / la fine del mondo».

 

Szymborska non sopporta il pathos, deve dunque infastidirla l’atmosfera da museo che richiede l’estasi davanti ai capolavori. Distoglie lo sguardo dalla Lattaia e con un sorriso ironico mi chiede: “E adesso? Tiriamo fuori il coltello e la ritagliamo? Ai giornali bisogna pur dare qualcosa da scrivere: La Nobel polacca si rivela una vandala”.

 

A Catania Szymborska preferisce andare al famoso mercato del pesce piuttosto che visitare i monumenti. Estasiata, si bea dei profumi esotici, della vista di sconosciuti mostri marini e della melodia degli ordini gridati in italiano, mescolati al rumore del coltello che squarta via la vita ai pesci. Ad Amsterdam ci chiede di essere fotografata sotto l’insegna di un negozio dal grazioso nome di “Baba” (che è un generico modo per indicare la femmina, ma può, a seconda dell’ironia o meno del contesto, indicare maliziosamente una “bella donna” perché elegante, come anche una contadina, se lo si usa in campagna, oppure un “donnone”, o ancora una strega, in casi di particolare malanimo). A Bologna è un altro negozio a farla sorridere: “Pupa stracci”, in polacco: “il culetto perde”. La signora Wisława apprezza l’eccezionalità delle scogliere irlandesi Cliffs of Moher così come i souvenir kitsch delle bancarelle. A chi come lei ammira Vermeer e adora Edward Hopper, la pittura religiosa non suscita grandi emozioni. Non quella simbolica quantomeno. Eppure a Padova si fa sedurre dagli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. “È stata una grande esperienza”, confessa all’uscita, “è valsa la pena arrivare fin qui a piedi da Bologna. La preferisco alla Cappella Sistina, perché Giotto mi risveglia una certa tenerezza. La Cappella Sistina è lì soltanto per essere ammirata. Qui invece c’e calore”.

 

Wisława Szymborska

 

Amsterdam. La città dei seicento canali. Nei diversi porticcioli i battelli turistici offrono gite a ore. Dagli altoparlanti scorre monotona la storia degli edifici, dei ponti, dei musei. Wisława Szymborska la ascolta solo per un attimo. La guida: “Qui si trovava un tempo il quartiere più ricco dei patrizi, ciascun edificio apparteneva a una famiglia e quelle finestrelle sotto le scale erano per il personale di servizio”.

 

Wisława Szymborska comincia invece un suo racconto, l’immaginazione le detta una sua versione della storia. “Abitava qui un tempo un mercante di spezie. Oppure, meglio, di seta, proprietario di una flotta di vascelli. E nel sottoscala abitava il suo servitore, un bel ragazzo giovane – si gira verso il suo segretario – un po’ simile a lui. E quel servitore si innamorò della figlia del mercante, una ragazza giovane e bellissima. Il mercante lo chiamo a sé – perché a questo punto bisogna aggiungere che aveva un debole per lui.

– Cos’hai da offrirmi? Cosa assicurerai a mia figlia?

– Sono giovane e prometto bene, – rispose il servitore. Il mercante ci pensò su e poi disse: – Margareta non l’avrai, ma ho una figlia di otto anni più grande. Ha la schiena un po’ storta, la gobba e zoppica. Aggiungo cento fiorini. Sposala”.

 

Prima che il nostro battello arrivasse al porto il servitore aveva dissipato il tesoro del mercante, aveva lavorato per Baruch Spinoza, aveva combattuto in difesa della città e infine si era innamorato della gobbetta. Scendiamo sulla riva e con lo sguardo cominciamo a cercare gli eroi del racconto, stupiti del così rapido rientro nel ventunesimo secolo. Wisława Szymborska trasforma una banale gita turistica in un viaggio letterario pieno di avventura e di passioni, creando una propria storia di questa città di mercanti. Quando a volte siamo sedute qualcuno la riconosce, soprattutto in Irlanda, dove lavorano centinaia di polacchi. Sorride allora imbarazzata, e io ho l’impressione che si sotterrerebbe volentieri. E il caffè perde il sapore, disturbato dall’intruso. A Bologna, ad esempio. La più antica università del mondo, la sala stracolma, più di millecinquecento persone. Qui ormai non è più smarrita, è semplicemente terrorizzata. Per lei, che sei persone sono già una folla, è un vero incubo. In prima fila Umberto Eco con in mano una sigaretta elettronica, perché da poco ha smesso di fumare. Szymborska non smette di fumare, perché, come lei afferma, le considerazioni sulla salute non le fanno impressione. “Del resto”, mi dice con serietà e senza alcun dubbio, “le grandi opere sono nate tutte sotto il fumo delle sigarette, quindi, perché preoccuparsi della salute quando si può godere della perfezione della Montagna incantata. Thomas Mann fumava”. Per lei un giorno senza nicotina era l’apice dello squallore.

 

La sua ritrosia nei confronti delle apparizioni pubbliche era leggendaria, ma – insomma – a tutto c’è un limite. Come, ad esempio, l’occasione d’incontrare la coppia reale svedese. Il re Gustavo le aveva consegnato il Nobel, con la regina Silvia aveva cenato al termine della cerimonia e adesso, dodici anni dopo, alloggiavamo nello stesso albergo a Bologna. Il responsabile dell’ufficio stampa del Palazzo Reale svedese è sorpreso della coincidenza e apprezza il ruolo del caso. «Un caso inconcepibile / come ogni caso», ha scritto Szymborska nella poesia Nella moltitudine (dalla raccolta Attimo, del 2002) – anche se, poco dopo, è lei stessa a non apprezzarne l’intervento. Con il responsabile dell’ufficio stampa di Sua Altezza ci scambiamo i numeri di telefono. Ci chiama un paio di ore dopo, mentre stiamo facendo colazione al ristorante dell’albergo. Il re e la regina vorrebbero salutarla, tra un attimo usciranno, tra non molto rientreranno in Svezia. Wisława Szymborska non sembra così entusiasta ma, per quanto malvolentieri, riconosce che l’etichetta non le consente di tirarsi indietro. Eppure continua a sorseggiare il suo caffè in modo sospettosamente lento, finche le Loro Altezze non lasciano l’albergo. Quel lieve sorriso sul suo viso esprime sollievo o soddisfazione? Il destino comunque non si rassegna. Due ore più tardi ci imbattiamo di nuovo nella coppia reale, stavolta nella piazza bolognese. Il responsabile dell’ufficio stampa agita energicamente la mano e ci fa cenno di raggiungerlo. Ma Wisława Szymborska finge di non capire e riesce a sgattaiolare in mezzo alla folla dei curiosi. Da dietro una fila di robuste spalle italiane, osserva però il corteo delle limousine e la sfilata reale. Le cose belle le piacciono, apprezza la raffinatezza della seta e la maestria dei gioiellieri. Una volta mi ha raccontato, con aria afflitta, che da quando il suo amore per il kitsch è diventato di dominio pubblico, da ogni parte del mondo le arrivano gli obbrobri più orrendi. Dalle vacanze le porto quindi un filo di perle bianche, eleganti quanto il collier della regina svedese. Ma all’incontro con i reali svedesi non si riesce proprio a portarla. Più tardi le chiedo come mai, ma in risposta ottengo soltanto un gesto della mano. Dovrei ormai sapere perché. L’argomento è chiuso e non c’è di che parlarne.

 

Wisława Szymborska

 

Si nega alla coppia reale, ma al termine dell’affollata lettura bolognese, quando la gente si mette in fila per un autografo, lei, instancabilmente, firma un libro dopo l’altro per più di due ore. Il giorno seguente, in una piazzetta di Bologna, ci dirà che così sarà il suo inferno. “Per tutta la giornata dovrò firmare autografi e dediche per le anime dei dannati”. “E rilasciare interviste”, aggiunge Michał Rusinek. Si sa che Wisława Szymborska non sopporta le interviste. “Eh sì”, ride lei, “non stop”. Nell’attesa quindi immaginiamo un’intervista infernale. Signora Wisława, perché scrive poesie? Signora Wisława, com’è nata l’avventura della poesia? Signora Wisława, da cose trae ispirazione? Signora Wisława, come nasce una poesia? “Ecco, sì! Belle domande. Infernali”, sorride lei divertita.

 

Nell’inferno di Szymborska, oltre a interviste da rilasciare e autografi da firmare, ci sarà da mangiare polmone marinato e pasta scotta, si camminerà per strade dove i negozi traboccano di splendidi vestiti ma sono sempre chiusi, si mangeranno aringhe bevendo Vov (cosa accaduta per davvero), si stireranno le camicie, ma soltanto le maniche. Nell’inferno di Szymborska non ci sarà modo di ignorare le riunioni dei premi Nobel e le discussioni sul rimboschimento della Groenlandia. L’operatore Witek Jabłonowski aggiunge ironicamente che all’inferno si potranno filmare solo le persone che non sopportano di essere filmate. “Eh sì, sarà un vero inferno per te”, ridacchia Szymborska, guardando eloquentemente in macchina. Fine delle riprese per oggi.

 

Con la signora Szymborska abbiamo viaggiato per mezza Europa, ma non siamo riusciti a portarla a New York. Eppure l’occasione non era da poco: incontrare Woody Allen, che lei adora, perché, ci dice, nei suoi film le persone leggono ancora i libri, e perché nessuno ormai è più capace di scrivere simili dialoghi. Quindi ci andiamo noi, con Michał Witek, l’operatore, con un regalo sotto il braccio: un enorme collage realizzato per l’occasione dalla Premio Nobel, il più grande che abbia mai fatto. “Ha un grande significato per me”, ci dice Woody Allen, “molto più grande di tutte quelle statuette d’oro che danno nel cinema”.

 

Per l’intervista con Woody Allen dobbiamo aspettare a lungo, ma persino i suoi amici americani che ci hanno messo in contatto con lui sono già stupiti che abbia accettato, “perché lui dice sempre di no a tutto”. Non è la sola somiglianza con Wisława Szymborska. Quando entra nella stanza, Allen ha in testa un cappellino beige, identico a quello che indossa la poetessa. Il perché stavolta abbia accettato, si chiarisce subito: “Ho letto tutto quello che ha scritto, eppure torno in continuazione sui suoi versi. La reputo una grande artista che ha un’enorme influenza sulla mia gioia. Mi si crede un uomo allegro e ironico, ma la sua ironia è infinitamente più grande della mia. Szymborska sa essere divertente e seria allo stesso tempo. Riesce a cogliere il dolore e la tristezza dell’esistenza senza però perdere per questo il fascino per la vita”.

 

Sbalorditi, lo ascoltiamo citare le poesie, perché eravamo certi che sarebbero arrivate le solite frasi di circostanza sulla grandezza della poetessa. Ma qui invece neanche una frase scontata: “Nella sua poesia si sente la disperazione e il dolore, ma Szymborska non dimentica mai che il compito di un artista è anche quello di intrattenere il lettore. E nessuno lo fa meglio di lei”. E ancora una confessione: “Sapete che sono un ipocondriaco, quindi la sua poesia Vestiario (dalla raccolta Gente sul ponte, del 1986) è sempre accanto al mio letto: solo così riesco a superare la notte”.

 

Durante uno dei viaggi ci lasciamo per un paio di giorni. Wisława Szymborska va a Udine, noi (io e il mio operatore) a Roma. La mia assistente da Varsavia chiama allarmata: “Alla radio hanno detto che il premier Berlusconi andrà a Udine a incontrare Wisława. Telefona subito a Rusinek!”. Lo chiamo. Il telefono tace. Dopodiché una serie di sms. “C’e un caos terrificante qui”, “Sta succedendo qualcosa, c’è polizia ovunque”, “La capa è sgomenta”. Io pure. Su internet cerco un volo Roma-Udine. Non trovo niente, ma possiamo volare su Trieste. Ennesimo sms: “Proviamo a negoziare. Szymborska non vuole l’incontro”. Di nuovo un sms: “Forse non avrà via d’uscita”. Trovo un volo. Prima dell’ultimo click su “compra” arriva una telefonata da Udine. Sento una risata in sottofondo. Ovvio. Non ci sarà alcun incontro. L’incontro era previsto per il primo di aprile. Uno scherzo, come più tardi verrò a sapere, pianificato da tempo.

 

Il titolo del mio film, La vita a volte è sopportabile, sembra tratto da un verso di Wisława Szymborska. Potrebbe addirittura essere il titolo di una sua poesia, o di un suo libro o, ancora meglio, di un’antologia. Ma in realtà non è una citazione. È una frase venuta fuori in una piazzetta di Trieste, tra un sorso di caffè e una sigaretta: in uno di quei momenti in cui in lontananza si apre la vista sugli edifici antichi, si sente il mormorio del mare in sottofondo, i passanti si affannano dietro alle loro incombenze quotidiane, e noi con calma beviamo il caffè. Ecco, in quei momenti la vita è sopportabile. A volte, perché in genere, invece, è insopportabile.

 

Durante i nostri viaggi Wisława Szymborska mi ha insegnato a prestare attenzione alle piccole cose quotidiane. Da allora bevo con attenzione ogni caffè. Ma mi ha anche insegnato a non prendere il mondo, e prima di tutto me stessa, troppo seriamente e troppo alla lettera. Bisogna osservare con attenzione i momenti che rendono la vita sopportabile. I dettagli che in genere ci sfuggono. Mi ha insegnato a stupirmi dei dettagli in apparenza privi di significato. Come quella scritta all’ingresso di un ristorante in Italia: “Le armi bianche o da fuoco e gli ombrelli vanno lasciati fuori”.

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