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Lo studio del mito nel Novecento

Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo un estratto dall'introduzione e l'indice del volume collettivo Filosofie del mito del Novecento, Carocci 2015 (a cura di Giovanni Leghissa ed Enrico Manera): il volume si propone come strumento di sintesi e confronto delle principali linee di studio emerse nel Novecento, tra gli estremi segnati da Freud e Sloterdijk, e intende mostrare, attraverso gli studi di filosofi, psicologi, antropologi, sociologi, storici delle religioni e delle idee, il nesso tra il 'mito' e gli ambiti delle pratiche sociali con cui i vincoli collettivi trovano stabilità e fondamento.

 

 

 

Dall'introduzione dei curatori

 

Un’esposizione storico-critica delle principali linee teoriche di riflessione sul mito nel Novecento deve muovere dalla consapevolezza che il mito si manifesta tanto quale fantasma dell’origine quanto quale doppio della ragione; ambivalente in modo costitutivo, esso è pervaso dalla ripetizione e dalla modifica, pertanto sfugge alla presa quasi fosse una nave pirata che solca il vasto oceano inseguita faticosamente dalle flotte delle scienze umane. Più che tentare di afferrare il mito in quanto tale, sarà opportuno cogliere con uno sguardo d’insieme le trappole che gli sono state tese dalle scienze umane animate dal desiderio di definirlo e dominarlo. Articolata in discipline dallo sguardo differente – antropologia, etnologia, storia delle religioni, estetica, filosofia politica, semiotica – la letteratura scientifica sul mito diventa così il vero campo di indagine.

 

Solo tale spostamento dello sguardo può rendere conto della molteplicità dei discorsi che si sono fatti sul mito nel corso del Novecento, secolo al quale si limita la panoramica esposta in questo volume. Il «carattere paradossale del mito» consiste nel suo essere «un oggetto senza tratti definiti» così da permettere «variazioni vaste anche divergenti. Gli si addicono sia l’ultrarazionalismo di Lévi-Strauss, sia il punto di vista mistico di Eliade, sia le sottili analisi filologiche e comparative di Dumézil sia le affermazioni nebulose di Jung» (Dubuisson, 1995, p. 30).

 

Questo non vuol dire che ogni opzione sia uguale all’altra e relativisticamente indifferente rispetto al significato dei suoi risultati; la capacità che una teoria mostra di essere strumento euristico per la comprensione della realtà storico-culturale è un criterio dirimente per l’assunzione, piena o parziale, dei risultati in materia. Solo che tali risultati non potranno mai essere intesi come l’esposizione di una costellazione di fatti che abitano un altrove, spaziale o temporale, collocato al di fuori della sfera in cui opera il soggetto della scienza. Quest’ultimo, ogniqualvolta utilizzi la nozione di mito quale concetto operativo, isola un insieme di pratiche discorsive che, letteralmente, non esistono al di fuori del campo che tale nozione serve a circoscrivere e, nel far ciò, immette in tale campo un pezzo della propria soggettività. Ciò che in tale immissione è in gioco tocca i fondamenti della stessa scientificità a cui il soggetto si appella per definire la neutralità della propria posizione, per misurare, cioè, la distanza che è possibile prendere rispetto all’oggetto a cui ci si rivolge definendone la miticità.

 

In altre parole ancora: il soggetto della scienza, se parla del mito, lo fa sempre dopo che, a monte, è stata presa una decisione che dirime la differenza epistemica tra chi studia il mito e chi lo produce. E non sempre il responsabile di tale decisione è lo stesso soggetto della scienza. Questo spiega perché, nello studiare i discorsi che il Novecento produce sul mito, si deve sempre stare all’erta al fine di non lasciarsi sfuggire ciò che, eventualmente, il soggetto della scienza tace di sé per dirlo attraverso l’articolazione di una serie di enunciati che descrivono il passato o l’altrove mitico.

Qui si mette in scena una situazione problematica più generale che riguarda il modo in cui le scienze umane, costituendo i fenomeni storici, culturali, religiosi, sociali e politici che descrivono, costituiscono anche il soggetto moderno che in quella descrizione ambisce a trovare la verità del proprio altrove o della propria origine (de Certeau, 2006).

 

I primi che hanno definito quello spazio discorsivo – fatto di metodi e architetture categoriali – che permette di isolare la distanza che separa il soggetto moderno dal proprio altrove sono stati i filologi. Ciò va ricordato non solo perché l’enciclopedia filologica ha partorito tanto i saperi antropologico-culturali quanto quelli storico-religiosi, ovvero quei saperi che, in varia misura e con accenti diversi a seconda della storia nazionale propria di ciascuna disciplina, hanno poi prodotto il sapere novecentesco sul mito, ma soprattutto perché nulla meglio delle aporie che si accumulano all’interno del sapere filologico fa intravedere in che misura le scienze umane siano sempre, in maniera costitutiva, il luogo che il soggetto moderno abita per dirsi, per raccontarsi, per testare la tenuta dei modelli di razionalità che sono supposti certificare la sua superiorità rispetto ad altre forme di soggettivazione (Leghissa, 2007).

 

[…]

 

Questo libro si presenta come una sintesi di uso didattico ma anche di confronto interdisciplinare delle principali linee di studio del mito emerse nel Novecento. A fronte della vastità del tema che per sua stessa natura si presenta plurale, abbiamo ritenuto che un’opera collettiva fosse lo strumento meno inadatto a restituire la complessità e la multiforme varietà dei diversi accessi disciplinari al mito, che intendiamo nella sua eccezione più ampia.

 

Quando abbiamo iniziato a ragionare sull’indice e sulla struttura del libro abbiamo individuato come obiettivo prioritario lo sviluppo storico dell’ideazione sul mito, in cui si intersecano gli studi di filosofi, teoretici, morali, politici ed estetologi, di psicologi, antropologi e sociologi, di storici delle religioni e delle idee, di semiologi, di teorici della letteratura e dell’arte, quando non di scrittori e di poeti. Nel rifiuto di un’impossibile, impensabile e indesiderabile sistematizzazione, abbiamo optato per una sistemazione provvisoria fatalmente imperfetta che tenesse conto di esigenze pratiche di attualità, ricerca e leggibilità.

 

Ci è sembrato dunque opportuno proporre un incrocio tra una prospettiva storico-cronologica e una tematica, tendenzialmente fedele al canone condiviso tra gli addetti ai lavori, che proceda per autori e, in taluni casi, per scuole. Oltre a essere in linea con la propensione a far coincidere lo studio della mitologia con lo studio dei mitologi, tale impostazione risulta funzionale all’offerta di uno strumento didattico per corsi universitari di diverse discipline che vogliano affrontare le questioni poste dallo studio scientifico del mito. Ai saggi dedicati a ogni singolo autore/scuola si affiancano saggi di inquadramento di problemi trasversali e comuni a più aree culturali o di particolare attualità e problematicità.

 

Tra gli estremi cronologici del Novecento, oltre a interventi sui classici degli studi sulla mitologia (Freud, Frazer, Malinowski, Pettazzoni, Eliade, Cassirer, Lévi-Strauss) e sui loro eredi, sono stati previsti saggi su figure 'eccentriche', come Benjamin, Simondon, Derrida, Sloterdijk. In una seconda sezione, alcuni saggi tematici sono stati dedicati al rapporto tra mito e religioni monoteiste, ebraismo, cristianesimo e islam, con l’intento di mostrare come il rapporto tra cosa è mito e cosa è verità sia cruciale dentro i rispettivi dibattiti teologici e in un ottica di esclusione dalle verità delle fedi ritenute antagoniste; altri saggi sono stati specificatamente dedicati alla questione delle mitologie politiche: a destra, laddove il fascismo e il nazionalsocialismo sono esperienze dotate di un’elevata densità mitologica; a sinistra, laddove lo stalinismo in particolare si presenta come caso esemplare di cultualità all’interno di un progetto di ingegneria sociale, a dispetto della sedicente vocazione illuministico-materialista.

 

A dispetto di tutte le attenzioni, le scelte che hanno prodotto l’indice sono inevitabilmente arbitrarie; sono le scelte – di cui ci assumiamo la responsabilità – che ci sono sembrate le migliori per mettere insieme diversi sguardi rivolti a un tema posto al crocevia di altri, come il politico, la società, l’identità, l’immaginario, la memoria, la storia, le credenze.

 

Testa di toro. Riton in steatite, Kato Zakros, Creta orientale, 1450 a.C., Museo di Eraclion, Creta

 

 

Note al testo

 

agamben g. (2006), Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma.

blumenberg h. (1991), Elaborazioni del mito, il Mulino, Bologna (ed. or. 1979).

brelich a. (1979), Storia delle religioni: perché?, Liguori, Napoli.

certeau m. de (2006), La scrittura della storia, Jaca Book, Milano (ed. or. 1975).

chirassi colombo i. (2005), Il mito e il ’900, in Interrompere il quotidiano. La costruzione del tempo nell’esperienza religiosa, a cura di N. Spineto, Jaca Book, Milano, pp. 97-137.

dubuisson d. (1995), Mitologie del xx secolo. Dumézil, Lévi-Strauss, Eliade, Dedalo, Bari (ed. or. 1993).

jesi f. (2002), Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su R. M. Rilke, Quodlibet, Macerata (ed. or. 1976).

kerényi k. (1993), Scritti italiani (1955-1971), Guida, Napoli.

leghissa g. (2007), Incorporare l’antico. Filologia classica e invenzione della modernità, Mimesis, Milano.

 

Pablo Picasso, Testa di uomo, 1943, Collezione di Omid e Bita Kordestani

 

 

Indice del volume

 

Introduzione. Mitologie bianche, tra filosofia e scienze umane, di Giovanni Leghissa ed Enrico Manera

 

Parte prima
Teorie, scuole, interpretazioni

 

1. Freud e Jung alla conquista del segreto del mito, di Romano Màdera

2. Otto e Kerényi: dalla Theophania alla condition humaine, di Roberta Bussa

3. Mito e rito nella riflessione teorica di Durkheim e Mauss, di Cristiana Facchini

4. Il mito in Frazer e nelle poetiche del modernismo, di Fabio Dei

5.  Mito in Malinowski e nell’antropologia sociale britannica, di Fabio Dei

6. Pettazzoni: il mito tra storia e antropologia, di Tatiana Silla

7. Dramma e salvezza: il carattere protettivo del mito in de Martino, di Marco Tabacchini

8. Wittgenstein: il mito e la funzione performativa del linguaggio, di Enrico Manera

9. Il mito in Eliade, di Natale Spineto

10. Cassirer: il mito come forma simbolica, di Massimo Ferrari

11. Lévi-Strauss e l’analisi strutturale del mito, di Enrico Comba
 


12. Dumézil e i miti degli Indoeuropei, di Daniel Dubuisson

13. Il Collège de sociologie: teoria e prassi di una politica del mito, di Marco Tabacchini

14. Mito e demitizzazione nella scuola di Francoforte, di Jordi Maiso

15. Benjamin: il tempo creaturale, tra mito e salvezza, di Gianluca Cuozzo

16. Il mito nell’ermeneutica novecentesca, di Marco Ravera

17. Simondon: mito e oggetto tecnico, di Giovanni Carrozzini e Andrea Bardin

18. La domesticazione del tutto: il mito in Blumenberg, di Francesca Gruppi

19. Da Gernet a Loraux: la riflessione sul mito greco in Francia nel XX secolo, di Pascal Payen

20. Memoria, violenza, scrittura: la «macchina mitologica» in Jesi, di Enrico Manera

21. Decostruzione dell’onto-teologia e lotta contro l’idolatria in Derrida, di Giovanni Leghissa

22. Legendre e la funzione istituente del mito, di Paolo Heritier

23. Immunizzazione, sintesi sociale e psicopolitica: il mito in Sloterdijk, di Dario Consoli

 

 

Parte seconda
Temi, percorsi, snodi

 

24. Mito politico e Novecento: da vettore di speranza a nemico della ragione, di Diego Guzzi

25. Mito e fascismi, di Fernando Esposito

26. Mito e stalinismo, di Gian Piero Piretto

27. Ebraismo e mito: processi di riappropriazione e tensioni permanenti, di Maurizio Mottolese

28. Noi teologi, loro mitologi? Mito e kerygma per il biblista cristiano, di Emiliano Rubens Urciuoli

29. Mito e islam: origini e costruzione di una comunità, di Roberto Tottoli

30. Dalla semiotica del mito al mito della semiotica, di Ugo Volli

 

 

 

Il libro: Filosofie del mito del Novecento, a cura di Giovanni Leghissa ed Enrico Manera, Carocci 2015, pp. 348, € 28,00

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