Padre simbolico e madre virtuale

La famiglia contemporanea

Gli adolescenti odierni navigano in acque molto diverse da quelle del passato. Il contesto in cui sono nati e cresciuti ha caratteristiche nuove rispetto a quello in cui si sono venuti al mondo e diventati grandi i loro genitori. Si tratta di un fatto innegabile. È cambiata la società, sono diversi i valori di riferimento della famiglia ed è avvenuta una sorprendente metamorfosi che ha cambiato i connotati delle mamme e dei papà.

 

Fino a qualche decennio fa era possibile affermare che madri e padri si fossero suddivisi i compiti in modo marcatamente differenziato. Le mamme accudivano e i padri sgridavano, davano regole mettendosi a una distanza talmente verticale da far venire il torcicollo ai figli. La storia di una tipica famiglia tradizionale del passato recitava un copione classico e ricorrente. La coppia che decideva di convolare a giuste nozze in realtà lo decideva, nel senso più letterale del termine, ben poco. Il matrimonio era una tappa obbligata al raggiungimento di una certa età, un esito naturale delle cose, un’aspettativa che tutta la società riponeva nel futuro degli individui. L’arrivo di un figlio era collocato nella cornice delle medesime aspettative sociali, per cui sottrarsi al progetto per seguire strade diverse era davvero un’eccezione, con un impatto molto difficile poi da gestire sia rispetto alla propria famiglia d’origine, sia rispetto alla comunità più allargata. Restare «zitelle» o «scapoli», a meno che non lo si fosse d’oro, costituiva una sorta di marchio d’infamia, voleva dire accettare che su di sé si sarebbero scatenate le più infuocate dicerie e maldicenze circa la propria natura e inclinazione. Insomma, non seguire il percorso tradizionale nella costruzione del progetto familiare corrispondeva ad ammettere che ci fosse sicuramente qualcosa di sbagliato nel carattere della persona.

 

La concezione dell’infanzia che apparteneva a questa società era altrettanto rigida e rigorosa. Il mito affettivo prevalente, ovvero l’insieme delle rappresentazioni e dei vissuti più diffusi, restituiva un’immagine del bambino come eccessivamente istintuale, abitato da pulsioni, bisogni e desideri eccessivi e dirompenti, che dovevano essere dominati e frenati, nel rispetto delle regole della società e della buona educazione. Freud, il padre della psicoanalisi, parlava addirittura un bambino «perverso polimorfo», per descrivere come fossero presenti, all’inizio dell’esistenza umana, necessità primarie, primitive e autoreferenziali, che non potevano affatto tollerare l’attesa e la frustrazione. La mente del bambino era concepita come una «tabula rasa» su cui poter incidere qualsiasi tipo di informazioni e educazione. Questa concezione, elaborata dal filosofo britannico Locke, prevedeva che all’origine della vita del bambino non vi fossero nella mente contenuti o idee innate. Solo l’esperienza avrebbe riempito e arricchito l’individuo di nozioni e inclinazioni.

 

Anche il processo di apprendimento si realizzava esclusivamente attraverso la relazione con l’ambiente, negando così l’esistenza di capacità e caratteristiche di base, presenti nell’essere umano fin dalla nascita. La mente umana veniva concepita come originariamente vuota e per tale ragione il bambino poteva essere riempito, plasmato e educato nel modo desiderato dall’ambiente di riferimento. Il principale valore dell’infanzia era dunque l’obbedienza: il bravo bambino rispondeva alle richieste degli adulti ed era disposto a farsi regolamentare. Per ottenere ordine e rispetto delle regole, la punizione e il castigo rappresentavano gli strumenti educativi privilegiati; se il bambino è per sua natura indomito, sovrabbondante di bisogni e di richieste, la risposta educativa non poteva che utilizzare come strumenti preferenziali la privazione e la frustrazione.

 

La linea dei «no che aiutano a crescere» costituiva la strada educativa elettiva, affiancata dal poco disdegno che veniva riservato alle punizioni corporali. In fondo, non sono passati secoli da quando cinghie, bacchette e altri strumenti per l’educazione di massa hanno smesso di essere diffusamente utilizzati e hanno cessato di essere riconosciuti come dotazioni educative di base, reperibili non solo in casa ma anche in tutte le istituzioni educative non carcerarie, come ad esempio la scuola. Per chiarire, è meglio dire che questo sistema educativo, se ben organizzato dai primissimi momenti di vita del bambino, non necessitava di alcuna punizione corporale per poter essere attuato. I padri di una volta, non solo non entravano in sala parto a stabilire un contatto corporeo dopo pochi istanti dalla nascita, ma potevano anche non toccare fisicamente il figlio per tutta la vita. Mio nonno, grande lavoratore e padre di molti figli, una volta mi ha guardato mentre giocavo a calcio in casa con una pallina artigianale, all’epoca fatta di carta arrotolata e scotch. Vi posso garantire che il suo sguardo, accompagnato dal silenzio, non era quello valorizzante e incoraggiante che conoscono i bambini odierni, sollecitati a continuare perché il talento si intravede e, se tutto procede così, ci sono buone possibilità per una carriera da calciatore famoso. Mio nonno, senza dire niente, mi comunicava l’inadeguatezza del mio comportamento, che avevo cioè fatto la «mossa sbagliata»: non si disturba il pater familias mentre in solitaria mangia la minestra preparatagli puntualmente, ogni sera alla stessa ora, dalla nonna. Quando si riceve uno sguardo di questo tipo, così penetrante, immediatamente il comportamento si interrompe e molto difficilmente si ripeterà in futuro. Per lui la violenza fisica non solo era superflua, inutile, ma avrebbe abbassato, e di molto, il lignaggio del suo intervento educativo.

 

La trasmissione di valori e principi giusti, sani e ritenuti tali dall’alto del mondo degli adulti, dall’intera comunità sociale che li condivideva in modo unitario e compatto, era ritenuto l’obiettivo educativo più importante e prezioso per garantire la crescita e sconfiggere la maleducazione e la psicopatologia. Il conflitto, esplicitato o meno all’interno della relazione affettiva familiare, diventava, d’altro canto, inevitabile per crescere ed emanciparsi. Non era importante salvaguardare la relazione dalla rabbia e dalla lotta quotidiana. Nella mente dei genitori della famiglia tradizionale e normativa del passato, si recitava più o meno questo copione: «A qualunque costo, anche a scapito della nostra relazione, del legame affettivo che ci unisce in quanto siamo genitori e figli, tu devi obbedire!». Il sentimento della colpa caratterizzava la vita psichica degli individui, sempre manchevoli di qualcosa, ma soprattutto accusati di aver trasgredito a una norma, o a un divieto, a causa della propria natura intrisa di peccato, desiderosa e insaziabile. In termini psicoanalitici, potremmo definire la generazione nata grosso modo fino a prima degli anni Settanta, quella dei «figli del Super-Io»: l’istanza psichica che interiorizza i valori e i divieti e che governa il senso di colpa.

In seguito, le cose sarebbero molto cambiate. I «figli dei fiori» avrebbero iniziato a partorire in quegli anni dando vita a un’altra stirpe, una nuova e differente tipologia antropologica che, con qualche aggiustamento e rivisitazione, seguirà una linea di discendenza che arriverà fino agli attuali adolescenti.

 

Nel pensiero psicoanalitico, in pedagogia e nei costumi sociali sono state apportate importanti modifiche che hanno contribuito a scardinare queste concezioni. È cambiata la cultura, si sono trasformati i modelli educativi e si è modificato il modo di funzionare degli individui, non più attanagliati da colpe vere o presunte, ma, come vedremo nelle prossime pagine, vittime di un altro sentimento, forse ancora più profondo e doloroso: la vergogna. Secoli di storia, di teorie e di ricerche osservative sui bambini nell’ambito della psicologia evolutiva hanno dato vita a posizioni e teorie differenti sulla natura degli esseri umani e sulla mente dei bambini.

 

La concezione della «tabula rasa» ha ceduto il passo a quella relazionale; il bambino viene ora considerato, al di là di ogni ragionevole dubbio, come dotato di competenze relazionali fin dalla nascita, dai primi istanti di vita. Agli albori della sua presenza nel mondo l’essere umano ricerca la relazione. Il legame con l’altro sarebbe quindi un bisogno primario, al pari del bisogno di acqua e di cibo. Da qui in avanti, il mondo interno e la mente del neonato saranno concepiti come abitati da una potente motivazione interpersonale. Il neonato, infatti, non solo è in grado di interagire con la madre, ma anche di mantenere e modulare il corso dell’interazione. Il bambino partecipa attivamente alla relazione con la madre attraverso lo sguardo, le vocalizzazioni, i movimenti, alla ricerca di una risposta che provenga dall’adulto, non soltanto finalizzata alle cure primarie, ma alla relazione in senso stretto.

 

Già nei primi mesi di vita, il bimbo si rapporta attivamente alla realtà, confrontandosi con essa, pur con capacità cognitive e percettive ancora immature. Attraverso i primi contatti con la madre prende vita un emergente senso di sé e della propria identità. Il Sé e l’identità sarebbero dunque istanze psichiche molto precoci. Questa concezione ha delle ricadute importantissime da ogni punto di vista, non solo psicologico, si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale e sociale. Il bambino è una piccola persona a tutti gli effetti; sembra strano doverlo rimarcare, tale è la potenza che ormai questo concetto ha nelle nostre menti, ma dobbiamo pensare che non è sempre stato così.

 

Lacan, Miroir

 

Il ruolo materno e paterno hanno dovuto riadattarsi a questo nuovo presupposto e hanno iniziato a guardare al frutto del loro amore e della loro unione con occhi diversi, estasiati nel trovarsi davanti un soggetto per sua natura intenzionale, buono, per nulla assalito da pulsioni o istinti predatori. Un soggetto capace di farsi amare fin da subito, spinto a esistere dalla necessità di trovare cure e attenzioni amorevoli, competente e in grado di comunicare le proprie intenzioni e la propria indole, meravigliosa, speciale e preziosa. Il bambino, figlio adorato della famiglia affettiva, costituitasi quasi sempre per scelta e per amore, non per obbligo sociale, corona una vita in cui, prima della sua comparsa, è già stato fatto molto per realizzare se stessi individualmente e professionalmente. Il figlio completa la propria realizzazione personale e questo, tendenzialmente, vale sia per la donna che per l’uomo, che diventano genitori sempre più in là nel tempo, dopo anni dedicati alla realizzazione di altri aspetti di sé.

 

Da queste premesse prende origine il nuovo sistema educativo basato sulla comprensione e sull’identificazione con le ragioni dei figli, talenti naturali che hanno bisogno di essere lasciati liberi di esprimersi, che non vanno certamente portati sulla strada dell’obbedienza a ogni costo, ma verso la ragionevolezza e la comprensione. Il «tu devi capire!» si sostituisce al «tu devi obbedire!». La spiegazione delle ragioni dell’intervento educativo è una caratteristica imprescindibile, perché ha la funzione di scongiurare il rischio di rompere il legame a causa dei conflitti. Questi andrebbero evitati il più possibile, almeno in linea teorica, perché rischiano di minare quanto di bello e di buono è stato fatto fino a quel momento per la relazione, deturpando la natura pura e preziosa del legame stabilitosi. Nell’ottica educativa contemporanea, gli strumenti più utilizzati sono diventati la vicinanza e la relazione, in un assetto che vede i genitori indossare sempre più spesso i panni dei confidenti, dei consulenti e degli «sponsor evolutivi» dei propri figli, con ricadute significative sulla loro crescita.

 

È importante, anche se intuitivo, sottolineare come questa condizione si accompagni a innumerevoli vantaggi e svantaggi. Devo però premettere che si tratta di una fotografia della realtà affettiva e educativa contemporanea assai difficile da modificare. C’è infatti unanimità nel riferire che la salvaguardia del legame, la realizzazione e la felicità del figlio sono gli aspetti più importanti della relazione educativa e affettiva in famiglia.

 

In generale, la «deposizione delle armi» nelle relazioni familiari può comportare il rischio di non riuscire a tenere a bada lo strapotere dei figli dentro e fuori le mura domestiche, che diventano così troppo vulnerabili alle frustrazioni e poco pronti ad affrontare la realtà. La vicinanza e la premura che spesso caratterizzano la relazione con i figli possono però avere come esito un altro aspetto assai sorprendente, quanto ricorrente. Spesso mi capita di pensare, mentre ascolto gli adolescenti o i loro genitori, che la madre e il padre sono stati davvero molto bravi. Lo penso con il cuore, perché sono riusciti a dare vita a un soggetto che si identifica talmente bene e profondamente con la loro mente, le loro sofferenze e i loro disagi da conoscerli alla perfezione. Grazie al fatto di aver potuto sperimentare nel corso dell’infanzia una relazione in cui l’adulto si è identificato con la loro buona e amorevole natura, meglio di qualunque psicoanalista, hanno imparato a interpretare e dar senso ai bisogni affettivi della loro mamma e del loro papà. Alcuni figli sono diventati così degli ottimi psicologi dei propri genitori, capaci di farsi carico dei loro bisogni, con tutti i delicati risvolti che questa competenza può portare con sé. È un aspetto che affronteremo ancora in questo volume. Nel frattempo mi limito a sottolineare che, sempre più spesso, mi capita di incontrare adolescenti che desiderano conoscermi e avere un colloquio, in qualità di psicologo della loro madre. Alcuni ragazzi vogliono verificare se chi sta sostenendo la mamma è davvero «sul pezzo» e condividere con lo specialista le scelte da effettuare, in nome delle proprie esigenze evolutive che, come ben sanno da adolescenti navigati, sono in stretta relazione con il processo separativo dalla madre.

 

Il fratello di Claudia aveva effettuato un percorso psicoterapeutico all’interno del nostro centro, nel corso del quale avevo incontrato alcune volte la madre. Dopo diversi anni, la madre mi telefona e chiede un appuntamento, dal quale emerge l’esigenza di essere sostenuta ancora nella propria funzione materna, questa volta però rispetto alla figlia minore. Claudia non soffre particolarmente, per ora non è interessata a intraprendere un percorso come quello effettuato dal fratello, ma è chiaro che l’arrivo dei quattordici anni ha portato con sé trasformazioni importanti e la necessità di rimodulare una relazione affettiva così intensa con la madre che, proprio per questo, ricontatta il suo consulente per chiedere aiuto. Dopo due anni di lavoro con la madre, in un setting flessibile, organizzato in base alle esigenze materne e alle complicate vicende quotidiane, Claudia chiede alla mamma di poter conoscere e incontrare quello psicologo di cui sente parlare in famiglia da anni, per poter discutere alcune cose, tra cui l’eventualità di partire per un anno di studio all’estero, così come consentito dai percorsi formativi italiani. Io e Claudia ci siamo incontrati un’unica volta: un colloquio non semplice, molto profondo, non credo possibile, per tanti motivi, con una sedicenne dei decenni passati. Claudia, più che un consiglio sulla propria partenza, in realtà già decisa, voleva conoscermi e verificare se avessi ben compreso che cosa significasse quell’allontanamento di un anno per loro due. Soprattutto sentiva l’esigenza di guardarmi negli occhi, per capire se sarei stato in grado di sostenere sua madre alle prese con gli inevitabili vissuti depressivi, che entrambe avrebbero sperimentato, in considerazione della qualità della relazione instaurata. Gli occhi gonfi di lacrime preannunciavano quello che sarebbe stato un anno difficile, ma per molti motivi era chiaro che quel percorso era segnato e che si trattava di una necessaria sofferenza evolutiva. Ora poteva partire davvero, con suo madre avrei lavorato io e lei, con l’aiuto di Skype, se la sarebbe cavata. Salutandoci, abbiamo sorriso entrambi, commentando che poi internet non è un’invenzione così terribile come dicono in tanti, se ti consente di entrare in contatto con le persone che ami, anche se sei distante qualche migliaio di chilometri.

 

 

 

Come nasce un adolescente navigato

La trasformazione dei modelli educativi familiari ha avuto dunque importanti ricadute sull’infanzia e l’adolescenza di figli, a partire dal diverso modo di interpretare il ruolo materno e paterno da parte dei genitori. Partiamo dal considerare i cambiamenti che hanno coinvolto la figura paterna.

 

Nella storia dell’uomo, il ruolo del padre è sempre stato quello di proteggere la coppia madre-bambino dai nemici, dagli stenti e di procacciare il sostentamento per il nucleo familiare. L’ambivalenza e la violenza presenti nel parto e nelle prime fasi di vita del cucciolo dell’uomo spingevano il «capo famiglia» a bonificare le angosce distruttive della relazionale madre-bambino, facendosi carico di questa violenza ed esportandola in direzione esterna, sui nemici stranieri, attraverso il ruolo di guerriero combattente.

 

Nella famiglia degli scorsi decenni il ruolo paterno era fortemente caratterizzato dall’autorità. Il padre era il rappresentante della legge, della patria, dello Stato e delle sue istituzioni, e per questo era chiamato a imporre ai figli i valori e le regole, minacciando severe punizioni in caso di mancato rispetto. Compito del padre era anche promuovere le competenze sociali necessarie per emanciparsi dalla dipendenza infantile e regressiva materna. Questi valori della paternità erano trasmessi verticalmente di generazione in generazione, derivavano dall’interiorizzazione di modelli, principi e mandati provenienti dalla cultura e dai pregiudizi dei propri padri.

 

È opinione diffusa che l’autorità paterna sia da tempo entrata in crisi per svariati fattori di carattere storico e culturale. Il progressivo venir meno di valori sacri e assoluti, l’invenzione delle armi atomiche che impediscono il ricorso alla guerra, pena la distruzione del mondo intero, sono solo alcune delle ragioni che hanno favorito la scomparsa del padre autoritario e il profilarsi sulla scena familiare di una figura più pacifica e contrattuale. Il nuovo padre si fa carico della violenza presente nella relazione tra madre e bambino e la bonifica all’interno della famiglia, proponendosi con uno stile educativo decisamente più democratico, basato sulla capacità di mediazione e sulla gestione dei conflitti. I nuovi papà sono stati addestrati all’esercizio del loro ruolo non dai loro padri, che semmai sono serviti da modelli di controidentificazione, da prendere come cattivi esempi. Sono invece le partner e i figli a disegnare per loro la strada della paternità. I nuovi padri, infatti, hanno avuto accesso alla paternità nella relazione d’amore e di coppia con la propria compagna, che li ha scelti in quanto candidati ideali per ricoprire il ruolo di padri dei propri figli. Il bambino del nuovo padre nasce quindi all’insegna di valori femminili e materni, orientati alla tenerezza, al rispecchiamento e al coinvolgimento affettivo. Questo è forse l’elemento più innovativo del padre odierno: è diventato padre trovando ispirazione nel modello materno, con l’obiettivo di comprendere quale funzione paterna fosse più adatto esercitare per il benessere del proprio bambino. Questo passaggio ha fatto sì che anche i padri riuscissero a sintonizzarsi con i figli piccoli e a stabilire con loro una relazione empatica, diventando sempre più esperti nel sostenere la crescita affettiva e relazionale della prole, non imponendo principi e regole provenienti dal contesto sociale e culturale, ma preferendo piuttosto esercitare la funzione maieutica del «tirare fuori» il loro vero talento.

 

Per quanto riguarda la madre, come abbiamo visto, il cambiamento più radicale rispetto al passato è che oggi non declina più la sua funzione quasi esclusivamente all’interno e nei dintorni delle mura domestiche. Nella famiglia tradizionale e normativa, dove coniugalità e generatività coincidevano, la sacrificalità materna, orientata alla cura e all’accudimento del bambino, era il valore più importante. La crescita dei figli, d’altro canto, prevedeva due strade possibili: per i maschi l’identificazione con i valori propri della tradizione paterna, per le femmine l’identificazione con i valori tipici della tradizione materna. Le nuove madri sono profondamente cambiate. Il ruolo femminile ha preso potere o, per meglio dire, riequilibrato in parte lo strapotere maschile, diventando il motore trainante delle trasformazioni del ruolo materno. Il divorzio ha sancito che la coppia coniugale non fosse eterna, la diffusione della contraccezione e l’aborto hanno disgiunto la sessualità dalla procreazione, infine il sempre più massiccio inserimento delle donne nel mondo lavorativo ha trasformato definitivamente il modo di intendere la loro realizzazione personale. La madre odierna può anche non avere un compagno o un marito, può persino aver gestito da sé anche la fecondazione, recandosi in un paese nemmeno troppo lontano dall’Italia, e ha un’attività professionale attraverso la quale realizza se stessa. In questo quadro, anche il figlio costituisce un progetto atteso, pensato, deciso e il nuovo modo di intendere la maternità ha modificato profondamente l’insieme di rappresentazioni e vissuti che accompagnano la vita del bambino.

 

L’autonomia e l’indipendenza sono valori molto sponsorizzati, anche nella cura e nell’educazione del figlio. Il progetto educativo che hanno in mente le mamme contemporanee non si limita all’insegnamento delle materie fondamentali della vita, ma promuove l’elaborazione di un progetto esistenziale altamente personalizzato. La nuova generazione di madri, infatti, ritiene che il proprio compito fondamentale sia affiancare il figlio nello sviluppo delle proprie potenzialità e aspirazioni, nel tentativo di sostenerlo verso la realizzazione di sé e della propria felicità.

 

Sulla base di questi nuovi miti affettivi i genitori hanno abbassato notevolmente la soglia di dolore mentale che ritengono giusto somministrare a fini educativi. Durante l’infanzia, le madri e i padri ipotizzano sia dannosa, per il futuro del figlio, una relazione educativa che preveda, al di là della punizione fisica già rigettata da tempo, l’incontro con il dolore e la frustrazione erogati da coloro che il bambino ama e ricerca naturalmente. Questi ingredienti della relazione educativa sono stati banditi dal galateo della nuova famiglia affettiva. La relazione e la comprensione delle ragioni educative dell’intervento genitoriale sono le uniche armi che i genitori odierni pensano sia lecito imbracciare. Si arrabbiano, sbraitano e si agitano, ma nel tentativo di fare comprendere al figlio che ciò che governa la loro azione educativa è l’amore. La mutevole e complessa società liquida e globalizzata odierna, d’altro canto, ha lasciato soli nel difficile compito di educare un figlio. In ogni singola famiglia si individuano e si gestiscono specifiche regole scollate da valori sociali assoluti e generali; diventa importante preservare una pacifica e intensa relazione, soprattutto perché la quotidianità tiene già molto lontani e richiede di organizzare buone separazioni, che consentano di trascorrere serenamente le molte ore in cui si starà lontani, ognuno impegnato nelle proprie faccende lavorative e scolastiche.

 

Il funzionamento mentale delle generazioni odierne di adolescenti risente molto delle trasformazioni avvenute nel modo di rappresentare la crescita dei figli. Gli adolescenti navigati giungono alle soglie della pubertà avendo sperimentato bassissime quote di dolore mentale e sviluppato modestissime capacità di tollerarlo. La riduzione drastica di frustrazioni e ferite narcisistiche somministrate durante l’infanzia ha contribuito a rendere i ragazzi particolarmente sensibili e fragili nei confronti delle delusioni e delle privazioni. Il bisogno di essere rispecchiati, riconosciuti, ammirati e valorizzati permane dunque in adolescenza. Grandi esperti e ghiotti di relazioni, i giovani affrontano la crescita convinti che il Sé sia decisamente più importante dell’altro e che la possibilità di esprimerlo e valorizzarlo rappresenti un’adeguata modalità per crescere, senza tradire il clima familiare e gli insegnamenti dei propri genitori. Per gli adolescenti navigati, inoltre, gli adulti non detengono alcuna verità superiore a cui sottomettersi o da contestare; la loro ricerca di rispecchiamento si rivolge prevalentemente ai coetanei, spesso percepiti come più competenti degli adulti nel riconoscere la preziosa e originale modalità espressiva e creativa della propria persona. I figli della famiglia affettiva sono adolescenti particolarmente permalosi e facilmente esposti alla mortificazione derivante dal divario tra le aspettative di buona riuscita e successo sociale, e la reale risposta che proviene quotidianamente dagli adulti e dai coetanei di riferimento.

 

Jordan Casey

 

Lontani con il corpo ma vicini con la mente

Sul terreno di queste trasformazioni si affermano le nuove tecnologie, che impongono ulteriori cambiamenti, ma che rispondono anche ad alcune esigenze della famiglia affettiva. A partire dall’intuizione di Prensky, l’espressione «nativi digitali» si diffonde per definire l’attuale popolazione di bambini e di adolescenti, di madrelingua internet, nati e cresciuti in un mondo già abitato dalla tecnologia. Questo dato li differenzia enormemente da noi adulti, «immigrati digitali», che in un dato momento della nostra vita abbiamo dovuto alfabetizzarci al mondo virtuale, quasi sempre a partire da un’esigenza professionale. A differenza di come erano abituati i bambini di un tempo, i nativi digitali sono sempre accompagnati dalle loro protesi virtuali, come fossero imprescindibili parti di sé, che consentono di aprire la comunicazione e l’interazione con il mondo ovunque e in ogni momento. Gli adolescenti odierni sono sempre in contatto con le loro protesi identitarie, per loro la rete è ormai divenuta una «terza famiglia», insieme a quella naturale e a quella sociale, costituita dal gruppo dei pari in carne ed ossa. Il mondo virtuale costituisce un ulteriore spazio di incontro e di relazione, un luogo potenziale, «luogo-non luogo» in cui nascono, si costruiscono e si gestiscono relazioni, affetti, conflitti e comunicazioni.

 

Le importanti novità introdotte dal progresso tecnologico, d’altra parte, hanno una ricaduta più ampia, investono i costumi sociali e gli scambi comunicativi, con particolari conseguenze anche sul rapporto tra genitori e figli, già poco tempo dopo il concepimento. Ancor prima della nascita oggi è possibile infatti incontrare e conoscere nel dettaglio le fattezze dei propri figli. Grazie alle moderne tecniche ecografiche si può avere una visione a tutto tondo del proprio bambino, monitorando mese per mese come procede la crescita. È impressionante abbracciare il proprio figlio in carne e ossa, guardarlo in volto e riconoscere in quel bambino le stesse fattezze intraviste con l’ecografia morfologica. Dall’incontro iniziale con il battito cardiaco alla nascita trascorrono mesi di incontri fatti di suoni e immagini, che hanno sicuramente modificato la maternità e la paternità dei nuovi genitori. In molte case, si organizzano serate in cui la proiezione delle diapositive del viaggio è sostituita dalla visione di un cd con le immagini di un bambino non ancora nato. Spesso negli album di famiglia la prima fotografia del figlio è datata «meno 4 mesi alla nascita», altro che le foto del primo compleanno. Il pre-incontro ecografico con il proprio figlio ha reso ancora più precoce l’attribuzione di intenti comunicativi e inclinazioni ai bambini. «Si è girato, guarda, voleva proprio farsi vedere!», «Ci sta salutando!», «Com’è calmo!», «Si agita sempre, chissà da chi ha preso?»: sono alcuni dei commenti che possono accompagnare i collegamenti in 3D con il grembo materno e che dicono molto di come si tenda a saturare di intenzioni e significati persino l’immagine ecografica del feto. Il pre-incontro con il proprio cucciolo è ormai parte integrante nella costruzione della maternità e della paternità.

 

Il mondo virtuale fa parte quindi della realtà in cui gli adolescenti navigati cresceranno, ancor prima che vengano al mondo, contribuendo a determinare importanti ricadute sul rapporto con i genitori. Questi aspetti dello sviluppo tecnologico fanno da cornice ai cambiamenti che riguardano sia il ruolo paterno che quello materno. La partecipazione di entrambi i genitori alla gestazione e alla nascita dei figli, animata dalle nuove tecnologie, è già di per sé una straordinaria novità, nutrita e sostenuta da tutta una serie di comportamenti nuovi, un tempo impensabili, che fanno ormai parte del repertorio del padre contemporaneo, davvero lontano dalla figura simbolica di un tempo. Si potrebbe dire che tutto ha inizio a partire dalla partecipazione del padre ai corsi pre-parto; la sua figura è programmata e accolta, anche se, come avremo modo di approfondire, talvolta sottoutilizzata e marginalizzata. Non sono più solo le mamme a dover essere «formate» nel percorso di avvicinamento alla nascita, ma anche i papà, che saranno presenti e partecipi nelle ore del travaglio, in sala parto e nelle prime cure al bambino.

 

Robbie Williams durante e dopo il parto della moglie

 

È importante che anche i padri vengano addestrati al «come si fa», perché di fatto anche loro prenderanno parte all’accudimento del figlio, spesso sostituendosi alle mamme in modo assolutamente intercambiabile. Non è ormai raro, infatti, né inconsueto, vederli alle prese con biberon e pannolini e aggirarsi per le strade travestiti da «marsupiali», con indosso delle modernissime attrezzature che servono per portare in giro il bambino, tenendolo avvolto e stretto a sé, come se fosse ancora nel grembo materno. Questa nuova possibilità culturale che oggi gli uomini hanno di poter prendere parte all’accudimento dei bambini è condizionata da diversi fattori.

 

Il primo è di carattere affettivo: gli uomini vivono la paternità come un progetto di vita personale non imposto dalle regole sociali. Possono assumere il proprio ruolo autorizzandosi a esprimere gli affetti e i sentimenti che li legano ai propri piccoli senza destare scandalo ma, al contrario, suscitando molta tenerezza e apprezzamento. Le loro compagne che, prima di essere madri sono innanzitutto donne, magari in carriera e impegnate, hanno accolto molto favorevolmente questa disponibilità. Riconquistare precocemente spazi di autonomia e riprendere il più in fretta possibile la propria posizione lavorativa sono esigenze molto diffuse tra le donne contemporanee. Facendo di necessità virtù, devono separarsi molto precocemente dai propri figli piccolissimi e sponsorizzare in modo accelerato e prematuro la reciproca autonomia, delegando le loro funzioni a figure professionali o ad agenzie educative parafamiliari. Proprio questa forzata lontananza, molto precoce e che si protrae per più ore al giorno, ha avuto delle ricadute importanti sull’espansione tecnologica del nostro tempo.

 

La mamma che a fatica riesce ad accettare la separazione, la distanza fisica, ancora meno quella mentale, dal proprio figlio, è la principale sostenitrice della larghissima diffusione dei telefoni cellulari tra i bambini piccoli; si può dire che sia una «madre virtuale». Se assente fisicamente, la madre odierna organizza la propria funzione a distanza, ingaggiando, in famiglia o all’esterno, personale a disposizione del figlio e restando in collegamento diretto, grazie all’invenzione della rete telefonica e di internet. La madre virtuale ha imparato fin dalla più tenera età dei figli a utilizzare la tecnologia come surrogato della relazione. Un aspetto testimoniato dalle rilevazioni statistiche, che ci restituiscono dati secondo i quali è sempre più anticipata l’età in cui si possiede il primo telefono cellulare. Il telefonino è consegnato direttamente, o indirettamente tramite regali dei parenti, ai figli, da genitori che rendono questo strumento un «cordone ombelicale virtuale», da altri definito, più negativamente, «guinzaglio elettronico», o «microchip sottopelle». Un oggetto che consente di mantenersi agganciati sempre, in ogni momento della giornata. Gli adolescenti «sempre in contatto» sono stati, ancora prima, bambini che hanno imparato a fare a meno della vicinanza fisica costante della propria madre, mantenendo vivo un vincolo, un legame mentale, un intenso collegamento a distanza. Il telefono cellulare ha dunque rappresentato un importante supporto per sentirsi comunque molto vicini: il corpo è assente ma le menti son ben collegate. Tutte le ricerche in Italia, a livello nazionale e locale, testimoniano che tra gli 8 e i 12 anni il telefonino è consegnato nelle mani dei bambini e dei preadolescenti da parte dei genitori che, evidentemente, lo percepiscono come un mezzo capace di garantire vicinanza.

 

Un’altra encomiabile «strategia di tutoring» che le mamme moderne e virtuali hanno individuato e sostenuto, proprio allo scopo di ridurre le sofferenze dovute alla separazione e di minimizzare i rischi della solitudine, è la convinta e sfrenata promozione della compagnia dei coetanei. «Gioca con gli altri e non stare solo» sono le moderne parole d’ordine di tutte le madri, a partire dal primo giorno di vita. Il concetto di «bambino relazionale» è dunque stato strategicamente esteso, non riguarda solo i genitori e i parenti più stretti, con i quali esiste un legame affettivo naturale. Le proiezioni, i bisogni e le paure degli adulti legati alle separazioni precoci, hanno in qualche modo contribuito a ritenere che, fin da neonati, esistano una tensione e un bisogno a relazionarsi con i coetanei. Quanto tutto ciò corrisponda a una reale esigenza del bambino molto piccolo e quanto derivi invece dalle complesse trasformazioni culturali, lavorative e sociali della nostra epoca, è difficile da dire. Comunque sia, un’infanzia organizzata tra nonni, tate, asili nido e altri surrogati materni, corre di pari passo con l’idea che avere amici e annetterli alla propria famiglia sia importante, anzi fondamentale.

 

Conoscere i compagni dei giardinetti e di scuola oltre che le loro famiglie, portarseli non solo dentro casa, ma persino in vacanza, è naturale e facile nel corso dell’infanzia. Con l’adolescenza le cose si complicano, il recinto entro cui si possono muovere i figli si allarga tanto da perderne le tracce. I contatti e gli incontri possono essere tenuti sotto controllo meno facilmente e la paranoicizzazione nei confronti del mondo esterno è molto alta nella nostra epoca. Ai ragazzi spesso non è chiaro perché fino all’estate prima i genitori avessero fatto di tutto per sostenere l’incontro con gli amici e i compagni di classe per poi, un bel giorno di settembre, cambiare improvvisamente atteggiamento.

 

Con l’avvio della scuola superiore, quando ormai si era convinti di quanto fosse fondamentale stare sempre con gli altri, le madri, ma spesso anche i padri, iniziano a lamentarsi per le troppe amicizie. L’ansia che descrivono gli adolescenti sembra essere spiegata dal fatto che i genitori non riescono più ad avere un controllo sulle loro frequentazioni, come invece accadeva in passato. Il maniaco, il ladro, lo spacciatore e il pazzo sono potenzialmente sempre in agguato. I luoghi di gioco e socializzazione, in passato così sostenuti anche durante l’adolescenza dei figli, perché monitorati dalla presenza diffusa di una comunità educante, diventano nella mente dei genitori del nuovo millennio, dell’allarme sociale, dell’amplificazione massmediatica del singolo drammatico avvenimento, luoghi pericolosi, abitati quasi esclusivamente da malintenzionati. La comunità educante non c’è più, ogni famiglia ha valori propri, non sempre condivisibili, il traffico è aumentato, insieme a tutti gli altri rischi. Alle quattro e mezza del pomeriggio «scatta» il piano per ritirare la figlia o il figlio all’uscita da scuola, insieme al piano antitraffico comunale: tutti i cittadini oramai ben sanno che a quell’ora, dal lunedì al venerdì, il traffico metropolitano aumenta anche in periferia, neanche fossimo in centro nei giorni dello shopping prenatalizio. Sono davvero lontani i tempi in cui, alla stessa ora, nella stessa scuola, i nostri genitori fuori dall’edificio si contavano sulle dita di una mano, ed era evidente, nella mente di tutti noi bambini, che qualcosa di complicato o drammatico era successo in famiglia: si trattava certamente di un’emergenza, altrimenti nessuno sarebbe venuto a prenderti, al più ti avrebbero aspettato a casa. In questi ultimi anni, anche l’oratorio parrocchiale ha risentito di questo clima, ma soprattutto il cortile condominiale e il giardino pubblico. Anzi, giardini o giardinetti diventano in adolescenza «parchetto», espressione che veicola meglio i rischi che li abitano. Tutti contesti di socializzazione in via d’estinzione, e anche in conseguenza di ciò la tecnologia si diffonde. Se fuori l’ambiente cittadino non è più conosciuto, prevedibile, regolamentato, è privo degli standard minimi di sicurezza, allora meglio restare a casa.

 

La protezione garantita dalle mura domestiche, tuttavia, non si accompagna più necessariamente all’isolamento e al mancato incontro con l’altro, perché grazie alla rete internet, ai social network e ai giochi on line i ragazzi e le ragazze sono sempre in contatto. Si tratta per lo più di amici che già si conoscono nella vita reale e con cui si intrattiene un rapporto virtuale, pomeridiano e serale, come mantenimento della relazione in carne ed ossa, ma anche di amici che non si conoscono nella vita quotidiana, ma con cui si condividono ore di gioco e intime confidenze. Internet e gli strumenti di comunicazione tecnologica offrono quindi un interessante compromesso, perché consegnano ai genitori la tranquillità di sapere i propri figli al sicuro dai pericoli del mondo esterno, e ai ragazzi la possibilità di non essere soli dopo la scuola, nelle ore che separano dai genitori impegnati al lavoro. Tanti amici sì, ma tutti sotto controllo, quindi, perché dalle piazze reali bisogna stare alla larga, mentre quelle virtuali offrono veramente molti vantaggi. I rischi esterni vengono ridotti ai minimi termini, la messa in gioco del corpo reale è scongiurata, così come il pericolo dei brutti incontri e delle cattive abitudini. Le battaglie di strada sono state sostituite da quelle virtuali dei giochi come Call of Duty e Gta, che monumentalizzano l’aggressività e l’espressione virile, lasciando pulito e intatto il corpo reale. Nessuna sporcizia sotto le unghie, nessun graffio né microfrattura, nessun segno di una lotta in cui si sono massacrati di botte, a sangue, decine di nemici, attraverso il proprio avatar. Quando la madre chiamerà dall’altra stanza, dicendo «è pronto, a tavola!», non si dovrà neanche passare dal bagno a lavarsi le mani, tanto si è intonsi.

 

La virtualità relazionale «senza corpo» nasce quindi all’interno dei legami familiari e, in adolescenza, si trasferisce dal rapporto con la «madre virtuale» alla relazione tra coetanei, nelle «piazze virtuali», nei network della socializzazione digitale. Non si tratta però solo di relazioni. L’immersione tecnologica dei nativi digitali riguarda, infatti, l’interazione con strumenti che contengono universi musicali praticamente illimitati, console che governano diversi generi di videogiochi e applicazioni che richiedono molteplici abilità e nuove competenze visuospaziali.

 

 

Estratto da Matteo Lancini, Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali, Erickson, Trento 2015

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