Ricercatore: il più bel mestiere del mondo

Nel migliore dei mondi possibili

L’anno scorso a Genova l’università, di concerto con il comune e altre realtà regionali, ha promosso un convegno intitolato Il ‘mestiere’ del ricercatore. Testimonianze del lavoro più bello del mondo il cui obiettivo ancora oggi appare misterioso. Mentre l’accademia, giorno dopo giorno, sta ultimando lo scavo della propria fossa, e nel momento in cui anche enti cittadini di ricerca immediatamente e socialmente vitale come l’Ist di San Martino (ricerca antitumorale) elimina a ciclo continuo ricercatori e collaboratori, un convegno del genere non suona solo come un anacronismo, ma si rivela essere un autentico atto di umorismo cinico.

 

Solo pochi anni fa si parlava di «una carriera attraente per i giovani ricercatori». Ma le promesse non sono più quelle di una volta. Adesso nessuno più neanche ipotizza la possibilità di una carriera attraente. Si invita a intraprendere la professione del ricercatore perché il mestiere è bello, a farlo nonostante la carriera impervia, e lo si fa con il trucco (antiscientifico) di mostrare solo i biglietti vincenti della lotteria. Eppure questo discorso può far presa: è necessario riflettere sul legame quasi “affettivo” che tende a generarsi con il lavoro contemporaneo. Abbiamo due fasi di innamoramento con il proprio lavoro. La prima fase è quella dell’amore giovanile, del «cosa farai da grande? L’astronauta». È l’innamoramento con l’idea sognata di un lavoro, con il lavoro come si autorappresenta (pompiere/giornalista coraggioso, artista/scienziato geniale, avvocato/politico che migliora la vita delle persone, i mestieri che consentiranno di «vedere il mondo» ecc). È un lavoro onirico, senza questioni salariali, senza gerarchie, senza conflitto. Questo sogno può esistere come utopia/valvola di sfogo per tutta la vita senza mai concretizzarsi, ed è anche una delle autonarrazioni più frequenti nei precari («volantino per i Compro oro ma va bene perché in realtà sono giornalista e presto riuscirò a scrivere qualche articolo», «lavoro tutte le feste perché sono precario alla biglietteria degli Uffizi ma va bene perché in realtà sono un pittore e la sera dipingo e un giorno esporrò»). Visto che comunque, come dimostra il congresso a Genova, di precari cognitivi c’è bisogno, accade anche spesso che si riesca a fare il lavoro sognato. E allora è questione di tempo perché si realizzi quanto la potenziale bellezza sia sfregiata dalle modalità concrete del lavoro. Il lavoro della conoscenza sperimenta frustrazione e mancanza di senso proprio perché muove da menzogne che generano aspettative.

 

La seconda fase è invece quella della negazione della realtà. Capita che anche una volta che si è all’interno dei meccanismi lavorativi reali, anche quando si lavora gratis per fini che non condividiamo, permanga un’adesione quasi mistica alla “missione” che si associa alla professione. In ogni caso, e contro ogni evidenza, si continua a credere di aver realizzato il proprio sogno («È vero, sono pagato due lire e inietto tossine nei bulbi oculari dei topi per perfezionare i prodotti cosmetici, ma che bella la scienza!», «faccio uno stage non pagato e scrivo una marchetta non firmata per il piccolo ras politico locale, ma che bello il giornalismo!»). La stessa cosa accade nei casi in cui non vi sia una missione esplicita, sostituendola con l’orgoglio aziendale e con lo spirito di gruppo (che naturalmente include lavoratori e dirigenti). Questi amori, sempre, vengono trattenuti dallo stipendio.

 

Chiaramente, il convegno che fa da spunto a questo articolo non aveva l’obiettivo di affrontare le questioni inerenti il rapporto capitale-lavoro, né tanto meno di addentrarsi nella distinzione “realista” tra le diverse forme possibili dell’essere ricercatore (oltre al professore ordinario e al professore associato, ricercatore strutturato in università o in fondazione privata, ricercatore CNR, ricercatore a tempo determinato, assegnista di ricerca, borsista post-doc, ricercatore co.co.pro, dottorando ecc.). Trattandosi di un convegno rivolto prevalentemente a studenti delle scuole medie-superiori e universitari, l’obiettivo era mostrare la bellezza del sapere, della scienza e dell’attività di ricerca, ipocritamente epurata da tutte le scorie di disagio, di sfruttamento e di feudalesimo che accompagnano sempre «il lavoro più bello del mondo». Entrare nel merito delle differenze di status dei diversi ricercatori, mostrando la precarietà delle esistenze a cui spesso si deve far fronte, avrebbe significato rovesciare il senso del convegno, e così il titolo sarebbe potuto diventare: «Ricerca e umiliazione. Testimonianze dal mondo della precarietà generalizzata e psicotica».

 

 

L’umiliazione è infatti l’esperienza che più di qualunque altra connota la generalità del lavoro cognitivo oggi, e l’accesso al “mestiere” del ricercatore è tempestato di umiliazioni, angherie e soprusi di ogni genere. Ora, è chiaro che il mondo dell’Università, assieme a quello della politica istituzionale, abbiano tutto l’interesse a occultare i dispositivi di dominio che quotidianamente vengono da loro creati e impiegati per reprimere ogni margine di autonomia di un ricercatore. È altrettanto evidente che non si possa promuovere un convegno rivolto principalmente alle scuole e dichiarare: 1) che l’università è morta anche a causa delle stesse persone che organizzano convegni del genere e 2) che una moltitudine di ricercatori più o meno (ma soprattutto più che meno) sfruttati faccia muovere artificialmente il morto, spesso senza ricevere compensi oppure con stipendi perlopiù ridicoli (500/800/1.000/1.200 euro al mese) e sempre a rischio che il rapporto lavorativo possa concludersi da un mese all’altro. Quindi non ci si poteva di certo aspettare nulla dall’università che contempla se stessa nell’avanzare del suo stato di decomposizione; nulla se non, appunto, la sarcastica rappresentazione del «lavoro più bello del mondo».

 

D’altronde, più che di un convegno in pompa magna, con la benedizione di qualche macellaio sociale, la questione del ricercatore come icona dello sfruttamento, dell’umiliazione e della precarietà avrebbe bisogno di intrufolarsi in modo osmotico, cospirativo, all’interno di ogni dipartimento universitario, nei corridoi dei laboratori e nelle aule di lezione. Questa necessità, purtroppo, è lungi dall’essere soddisfatta, e la difficoltà risiede proprio nei dispositivi di dominio che il 90% dei professori ordinari e associati gestisce e olia quotidianamente; sono dispositivi che conducono il ricercatore – spesso se non strutturato – all’isolamento, all’individualismo e alla rivalità cronica con chi condivide la stessa sorte di precarietà e di proletarizzazione. Questi dispositivi sono anche altamente contagiosi, quindi è poi facile che vengano incarnati con gran solerzia dagli stessi ricercatori. Il virus del dominio è infatti particolarmente attivo quando il piacere del proprio lavoro è condiviso con chi sta sfruttando la passione e il merito del ricercatore.

 

Non sono certamente i ricercatori a scoprire che il lavoro è sfruttamento, e che quello cognitivo, affettivo o biopolitico lo sono al massimo grado, ma si fa sempre più impellente la necessità, per loro, di cercare un legame all’interno della precarietà che sappia superare le distinzioni di status – un legame fatto di amore e di rabbia: amore per i propri gesti e rabbia per chi li gestisce. Se i “Quaderni di San Precario” non possono e non devono essere considerati come un manuale “riformista” per aiutare a vivere meglio sul lavoro o a trovare l’impiego dei propri sogni, è perché vogliono essere precisamente lo strumento in grado di saldare la rabbia all’amore e, in questo, ritrovare il senso della lotta, anche e soprattutto dove lo spaesamento rende difficile vederlo.

 

Nel presente articolo non è in questione se il ricercatore sia realmente il mestiere più bello del mondo, e non si tratta nemmeno di fare una critica all’e(ste)tica del lavoro – critica assolutamente politica e, per questo, necessaria – ma innanzitutto di intendersi su chi è ricercatore e in quali forme. Gli autori di questo articolo, pur provenendo da due ambiti nettamente diversi della ricerca (scientifico e umanistico), credono nella possibilità di un legame tra tutte le diverse forme di ricercatore, ma per far capire cosa è in gioco quando si parla di precari della ricerca, hanno bisogno di descrivere ciascuno la propria particolare testimonianza.

 

 

 

Il segreto della pubblicazione scientifica

 

Uno dei nemici più paradossali del ricercatore è la matematizzazione della realtà. Il ricercatore non produce tot oggetti al giorno, non lavora tot ore, non vende prodotti o li trasporta per tot chilometri, non fa la guida a tot gruppi turistici di tot persone, non si prende cura di tot pazienti, non fa tot telefonate tot delle quali si concludono con un contratto. In questo il ricercatore porta all’estremo molte delle caratteristiche del precario cognitivo. Non a caso, tra le forme di lotta più incisive durante le ultime proteste universitarie c’è stato lo sciopero bianco: i ricercatori si limitavano a fare quello previsto dal loro contratto e niente di più e questo bastava a bloccare le università. Nella lotta continua per restringere i salari, molte attività fondamentali per la ricerca diventano non solo gratuite ma invisibili, in particolar modo alle valutazioni che dovrebbero poi consentire di vedere il proprio contratto rinnovato. Per le aree scientifiche, l’ultimo “concorso” per l’abilitazione da associato prevedeva tre soglie, tutte basate sulla metrica delle citazioni degli articoli. In alcuni casi per dare un posto si tiene conto dei finanziamenti che si è riusciti ad acchiappare e dell’esperienza di insegnamento (nella ricerca applicata ci sono i brevetti, ma concentriamoci su quella di base). Il grande assente da queste misure è la collaborazione, lo scambio di idee. Come misurare i consigli dati/ricevuti, le discussioni, i seminari, le letture fatte/seguite, insomma la circolazione del sangue della ricerca? C’è una modalità di collaborazione particolare della quale vorremmo parlare adesso, invisibile, ma sulla quale si basa l’intera scienza moderna...

 

Ogni ricercatore riceve con una certa frequenza articoli scientifici da valutare da parte delle riviste del settore. La valutazione deve essere completa e minuziosa poiché essa è il dispositivo con cui viene determinata la verità, per dirla alla Foucault. Se l’unanimità dei valutatori (di solito in numero da due a cinque) reputa la ricerca corretta e interessante questa sarà pubblicata sulla rivista scientifica ed entrerà a far parte della conoscenza accademica a tutti gli effetti. In particolare la si potrà usare come metro di verità di una affermazione: per dimostrare la verità di una asserzione la si può dimostrare o citare un articolo pubblicato nel quale essa è dimostrata, le due cose si equivalgono. Questo naturalmente fino a che le tesi dell’articolo non siano confutate o superate da nuove scoperte. Riassumendo, senza il lavoro di revisione non c’è verità scientifica ufficiale.

 

In questo contesto quello che ci preme discutere è come tale lavoro sia gratuito e non riconosciuto. Nel cv si citano al massimo le riviste principali per le quali si è svolto questo compito, ma averlo fatto una o venti volte non fa differenza. Nei concorsi, abbiamo visto, ciò non vale niente – al di fuori dell’accademia non si capisce neanche bene quale sia la questione. Non è un lavoro trascurabile: ci vuole un giorno per una revisione fatta bene e di solito ogni articolo viene rivisto almeno due volte. Tempo sottratto al lavoro di ricerca “da contratto”, all’insegnamento o, spesso, direttamente alla vita privata. E allora perché? Desiderio di contribuire, felicità di essere considerati esperti del proprio campo? Cose buone e giuste, ma che non devono mai, mai, sostituirsi alla giuste rivendicazioni di guadagno/riconoscimento.

 

Di recente il caso è scoppiato. Le case editrici scientifiche sono state accusate di trarre profitti eccessivi dalle pubblicazioni, visto che la parte scientifica è svolta gratuitamente dai ricercatori (anche i redattori che scelgono gli esperti a cui sottoporre gli articoli sono scienziati che lavorano gratis) e la parte di editing è appaltata in Asia. Inoltre le riviste scientifiche fanno pagare tanto chi legge (un abbonamento costa centinaia di euro per un singolo ricercatore e migliaia per una istituzione) quanto chi scrive (centinaia di euro per ogni figura a colori). Questo, quando sia al lettore sia allo scrittore probabilmente la medesima rivista chiederà prima o poi di lavorare gratis. Al solito, si tratta di un trasferimento di denaro dal pubblico al privato: il ricercatore è pagato da un ente pubblico (tipicamente) e si trova a lavorare gratis per la casa editrice, nonché a utilizzare i suoi fondi (spesso pubblici) per pagare la stessa casa editrice per leggere/scrivere.

 

Visto che you can fool some people some time but you cannot fool all the people all the time, si odono i primi passi della protesta – ma dove si dirigono? Per cominciare, nessuno chiede che i ricercatori vengano pagati per il lavoro di revisione. Giusto, sbagliato? Registriamo che non accade. Un pagamento indiretto sarebbe garantire al revisore di scrivere/leggere gratuitamente la rivista per la quale ha fornito l’opera. Visto che tali spese sono solitamente affrontate separatamente dal salario, al ricercatore non verrebbe in tasca nulla, ma almeno forse questo servizio verrebbe valutato seriamente. La direzione delle rivendicazioni è forse più interessante dal punto di vista politico. La strada che si sta cercando di percorrere è quella dell’accesso libero all’informazione per tutti. Del resto, il profitto si può fare solo sui segreti, sulle informazioni riservate, difficilmente su ciò che è conosciuto da tutti. Molte nuove riviste di rilievo (la serie “Public Library of Science”, la serie “Frontiers”) sono già gratuite per il lettore, anche se non ancora per lo scrittore. Questo è controintuitivo ma giusto: la pubblicazione è già ricompensata dal peso nel curriculum, e così si sposta il peso contributivo verso gli istituti più ricchi che sono quelli che pubblicano di più. Si tratta di una lotta tra poveri ricercatori/redattori? No, il principale metodo di ammortizzamento dei costi è la rinuncia totale al cartaceo (così siam pure ecologisti).

 

Ma si può fare di meglio, perché rimane una questione aperta. Il web 2.0 dà sempre la sensazione dell’interazione reale, ma è un falso. Se interagisci con qualcuno via Facebook, sei costretto a utilizzare come filtro di comunicazione l’ideologia stupido-reazionaria di Zuckeberg e soci, così come chi fa discussione politica sul sito del M5S o su YouTube (pari sono) dimentica di essere ospite in casa altrui e che è quindi normale che spariscano post, video, commenti, (condi)visioni ecc. In modo simile, è faticoso interagire con gli altri scienziati via riviste. Se siamo tutti d’accordo sui principi di base (ci deve essere revisione, la descrizione dei metodi deve consentire la riproduzione dell’analisi ecc.) è faticoso dover sottostare alle varie limitazioni formali (numero di parole/pagine/figure) e contenutistiche (questo va contro la nostra linea editoriale quindi no, questo è pieno di belle figure colorate quindi sì, questo lo prendiamo o meno a seconda di chi l’ha scritto ecc.).

 

E allora esodo. Che le idee siano scambiate di persona, ai congressi (il momento più bello di questa professione) magari via chat o per posta, che si creino altri siti come Arxiv, praticamente autogestiti e ovviamente gratuiti, dove non solo sei libero di postare quel che più ti aggrada, ma addirittura puoi modificare la tua ricerca dopo aver ricevuto i commenti dei colleghi, in un meccanismo di revisione orizzontale continua che veramente rispecchia la scienza. Naturalmente niente di tutto questo servirà a darci reddito o a farci avanzare verso una posizione da professore. Ma è con questi metodi che il nostro lavoro quotidiano si fa direttamente produzione di comune.

 

 

 

Il fascino indiscreto del lumpen-ricercatore

 

La condizione del ricercatore precario in ambito umanistico è, il più delle volte, quella di Fantozzi, per cui l’umiliazione e la paura sono i fedeli compagni della ricerca. Umiliazione quotidianamente iniettata dai chiarissimi professori, dalle gentilissime segretarie, dai governi e governissimi che hanno fatto dei dottori di ricerca e dei precari del settore il capro espiatorio di ogni riforma universitaria. Se non si è strutturati, infatti, non si può accedere ai progetti di ricerca nazionali (Prin), difficilmente si può avere contratti di insegnamento, non si possono ottenere fondi per pubblicazioni o rimborsi delle missioni. Si può unicamente fare le badanti ai professori, correggendo le bozze dei loro saggi, aiutandoli a compilare progetti e richieste di finanziamento (ai quali appunto non si potrà accedere), accompagnandoli a fare commissioni, scrivendo per loro articoli “in ghost”, dandogli una mano per i traslochi o lavandogli la barca (tanto per fare due esempi genovesi). La paura, chiaramente, è stretta compagna dell’umiliazione: paura di non vedersi rinnovato l’assegno o il contratto co.co.pro; paura che il concorso venga affossato o che venga vinto da qualche “rivale”; paura di essere messo da parte; paura di venire umiliato ogni qual volta si tenta di esporre una richiesta che si considera legittima. Considerando che la maggior parte dei ricercatori versano in tali condizioni, risulta piuttosto pacifico affermare che il ricercatore non sia il mestiere più bello del mondo.

 

Eppure si è intellettuali, si firmano articoli per riviste scientifiche, magari anche internazionali, si pubblicano monografie, si scrive in due o tre lingue diverse, si curano numeri monografici, si partecipa a venti o trenta conferenze all’anno, si assiste il professore agli esami e lo si supplisce a lezione. Mentre però il professore, che tendenzialmente pubblica meno e spesso cose meno interessanti, è invitato a ogni genere di festival di divulgazione culturale (pagato e/o rimborsato), ha accesso alle pubblicazioni di articoli “d’opinione” sulle testate di quotidiani e settimanali, riceve proposte editoriali, è nel CdA di fondazioni, associazioni o aziende dell’industria culturale, il ricercatore precario, generalmente, può solo guardare da fuori questo mondo fatto di cortesie, di parole raffinate, di elogi, complimenti, applausi, cene offerte e gettoni di presenza.

 

Non che questa realtà attragga chi sta scrivendo, ma se il lavoro gratuito alla lunga fa venire i crampi per la fame, la continua rimozione dei propri risultati da parte di questo mondo fa comprendere una cosa, molto semplice: il merito, nel migliore dei casi, è un mito, tendenzialmente è una parola d’ordine per far produrre di più, per incentivare la formazione permanente (che è sfruttamento allo stato puro) e, soprattutto, è un formidabile dispositivo di sapere/potere per mettere i precari gli uni contro gli altri, a partire da quando sono studenti. Attenzione, però, il mondo in questione non è solo quello della borghesia accademico-massonica e prona al governo di turno, tecnico-politico o liberal-ideologico che sia. Sebbene abbia sempre criticato, tanto sulla carta quanto in piazza, queste realtà e le loro ciniche manovre ideologiche, la stessa sfera militante, con i suoi feudi, le sue parole d’ordine, le sue relazioni di potere, le sue case editrici cieche di fronte al non raccomandato, in questi ultimi anni non ha fatto molto per rovesciare questa situazione di umiliazione che colpisce chi, attraverso la ricerca e nonostante gli ostacoli della precarietà e della povertà materiale, produce conflitto, esprime dissenso e ragiona sulla ricchezza del possibile. L’area della cultura e della ricerca militante deve insomma monitorare le dinamiche di feudalizzazione e censura che vengono a crearsi in modo trasversale e che rischiano di ricalcare quelle tradizionalmente accademiche. Sto facendo riferimento all’esclusione dei ricercatori precari non autenticamente cooptati da tutta una serie di “comodità”, di servizi, di pubblicazioni, riservati sempre alle stesse persone, che rimbalzano da un quotidiano a una collana di libri, da una grande conferenza a un meeting. Da un lato, è fisiologico che si creino sedimentazioni di potere, empasse del senso politico e cristalizzazioni gerarchiche, anche nei movimenti e nei collettivi più partecipati; dall’altro lato, però, la cultura militante e i metodi della ricerca che a essa fa riferimento, hanno fornito a un’intera generazione strumenti straordinari di analisi critica del reale, ed essi devono essere utilizzati a 360 gradi, per individuare e analizzare i dispositivi di potere, ovunque essi agiscano, a partire da “casa propria” – altrimenti si rischia che le critiche prodotte non facciano avanzare di un centimetro il movimento.

 

Tutti questi dispositivi di sapere/potere, che vengano dall’accademia o dalla militanza, hanno determinato il costituirsi di una figura a suo modo anfibia, capace cioè di essere ignorata tanto dall’accademia quanto dall’intellighenzia militante: lo si potrebbe definire il lumpen-ricercatore, il paria del pensiero o (per riprendere e detournare la splendida figura descritta da Cristina Morini: il precario come casalinga proletaria del capitale) il maggiordomo del capitalismo cognitivo.

 

Intellettuale costui non può non esserlo, dato che non solo è cresciuto e si è costruito in questo modo ma è l’unica cosa che spesso sa fare ed è ciò di cui ha assolutamente bisogno per vivere in salute (non solo psichica). È però anche lumpen, quindi costretto a vivere di espedienti e di lavori pagati una miseria, quindi sfigato, subalterno, assolutamente non organico a nulla (dunque a un passo da diventare inorganico, cioè morire pubblicamente o, il che è un po’ lo stesso, non esser mai nato nella vita pubblica). Come quasi tutti i lumpen – dal lumpenproletariat in poi – l’unica ala delle istituzioni che lo riconosce è quella della giustizia e, in particolare, della questura e della digos: tra di loro sì che il lumpen-ricercatore è famoso! Anzi, spesso è proprio la digos a ricordargli che esiste e che c’è chi lo segue...

 

Lumpen-ricercatore rinvia poi alla figura generale del lumpen-intellettuale, che è un autentico ossimoro, un accostamento discordante, incompossibile, tra quella che una volta era la trascendenza dell’intellettuale e la miseria immanente al sottoproletariato: lumpen-intellettuale è una contraddizione vivente, anzi una contraddizione biopolitica, e come tale costantemente rimossa: in modo consapevole dall’università, dal Miur nonché dal ministero e dagli assessorati alla Cultura; in modo inconscio da molte delle persone che gli sono vicine o dai ricercatori strutturati che magari provano anche a studiarne il fenomeno per farne un idealtipo, dunque un elemento sociologico, un case study da analizzare accademicamente, perdendo così di vista l’elemento cruciale: è solo dal lumpen-intellettuale che potrà emergere il nuovo nel pensiero politico, poiché oggi egli è il maggior aggregatore di contraddizioni, di resistenze, di pratiche e di saperi. Come si è chiesta Cristina Morini: “Che ‘teoria’ si potrebbe mai produrre fuori da queste condizioni? E a che scopo?”.

 

È il lumpen-ricercatore, di fatto (se il diritto gli viene negato), a ricordarci quanto sia importante comprendere che in gioco non è il merito, ma i legami e le relazioni che si creano. Se attraverso l’accademia o le fondazioni private la soggettività antagonista del ricercatore precario pretende un reddito, nel mondo dell’antagonismo o della militanza è l’accesso alla produzione relazionale di senso, nonché alla sua veicolazione tra i soggetti, ciò di cui c’è più bisogno e che deve essere preteso.

Quel che l’accademia e la militanza distratta nei confronti delle soggettività di ricerca possono distruggere, infatti, sono le relazioni tra i soggetti, che nel primo caso sono le uniche dinamiche in grado di creare dissenso e nel secondo, invece, dovrebbero produrre senso e processi di soggettivazione. Quando nella militanza tutto si chiude all’interno dello stesso giro, quando cioè la produzione di senso si riduce ai soliti noti, il comune della cooperazione e delle lotte si corrompe e, di conseguenza, le soggettività si atrofizzano.

 

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967-68

 

 

Conclusioni

 

Le due descrizioni qui presentate sono chiaramente il frutto di ragionamenti che partono da esperienze soggettive e il cui fine non è né la polemica personalistica né lo strappo generazionale, bensì l’individuazione di una cura di fronte ai sintomi evidenti di de-composizione del lavoro intellettuale. Si tratta di sintomi politici, che si manifestano sia quando il lavoro intellettuale vuole essere scientifico, sia nella misura in cui pretende di svolgere un ruolo politico di antagonismo ai dispositivi di sapere e di potere.

 

Se in queste riflessioni si è puntato il dito non solo sul capitale e sull’accademia, ma anche sulla sfera dell’antagonismo cognitivo e, più in generale, sulla cultura militante e alcuni suoi punti deboli, il motivo è dettato dal desiderio di innescare un dibattito che focalizzi l’attenzione sui processi di soggettivazione propri a chi fa ricerca; si tratta di processi che devono assolutamente essere transgenerazionali. Siamo animati dalla convinzione che solo i luoghi antagonisti – e le persone che li vivono – possono offrire la chance per ripensare il ruolo, le relazioni e l’esistenza stessa dei ricercatori precari, trasformando una lamentela pseudo-corporativa in un progetto politico degno dei concetti e delle teorie che la cultura e il pensiero militanti hanno saputo costruire in questi “anni d’inverno”. Da questo punto di vista, se il lumpen-ricercatore è un concetto polemico che non fa sconti a nessuno, è anche la figura che esonda il recinto dei titoli accademici e delle pubblicazioni scientifiche, e arriva ad abbracciare chiunque, da precario, prova ad analizzare il presente, per trasformarlo.

 

Per abbracciare chiunque, però, è necessario che i lumpen-ricercatori si trovino tra loro, riescano a comunicare al di là degli steccati di argomento come abbiamo provato a fare qua, e siano in grado di costituire forme di produzione del comune come quelle affrontate nella sezione “scientifica”. Al solito, quando la produzione è immediatamente collettiva come nel caso dei ricercatori, l’unico modo per mantenere vitale il “sapere vivo” è saper individuare gli strumenti di captazione e incalanamento del comune e saper emanciparsene.

 

 

 

Questo articolo è stato pubblicato nei “Quaderni di San Precario”, n. 5, luglio 2013 ed è estratto da Piccola enciclopedia precaria, a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola, Agenzia X, Milano 2015

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