Saga. Il canto dei canti

Memoria è cattedra dei morti

di macerie fa testo

polvere sull’estetica

rovine a puntellare l’etica

 

memoria è cattedra dei morti

galleggia sullo spazio dell’oblio

là dove i morti seppelliscono i morti

 

un cavaliere muove nella storia

lento traversa geografia

macerie polvere rovine

i secoli dei secoli a fargli compagnia.

 

In casa: sasso e legno, focolare

in viaggio: ferro e cuoio, fuochi di bivacco.

 

Eco di calpestii, frammenti di clamore

incupa, s’abbuia

tramonto di un giorno, tramonto di un’Era.

 

S’alza sommesso il canto

sinuoso come spire d’incenso

sontuoso come sole calante.

Non vorrei essere che qui

in questa incerta ora.

 

 

Per un teatro barbarico di uomini cavalli e montagne

 

Nell’Urbe caput mundi i cittadini romani vestono toga e tunica, calzano sandali. Braghe e stivali adornano corpi barbari.

All’inizio bar-bar è il farfugliare di un linguaggio che nomina le cose ma non le ha ancora ordinate in sistema di relazioni, in metodo di conoscenza e trasmissione. Incapace di dar forma al mondo può solo subirlo fortificando carne e spirito nell’intemperie degli accadimenti.

Barbaro barbarico barbarie è l’età dell’epica. Il bardo ne intona il canto.

La civiltà degli Antichi, Atene e Roma, nutrì i barbari affidando loro le proprie mancanze, le proprie debolezze, fino a restarne soggiogata, una resa obbligata alla propria impotenza.

Con doloroso parto, ostetrica e nutrice la Chiesa Cattolica e Apostolica mediatrice con Gerusalemme, nacque Europa. Miracolosa d’arti, cultura, ingegni: la civiltà della persona. Pluralità di lingue, di riti, tradizioni e ordinamenti.

 Piccole e grandi Patrie. Un ciclo finito. Nell’età della burocrazia mondialista bar-bar si rivela necessità estetica, urgenza vitale, gesto cosmico.

 

A briglia sciolta, darsi delle arie   

 

Il racconto nacque al tempo in cui la pittura rupestre inventò l’arte. L’uomo impose alle cose e alle creature il potere che lo contraddistingue: la cultura. A determinarla un insieme di paradossi e il primo stabilì che niente quanto l’inutile si rivela indispensabile. Mediante suoni privi di significato, poi tramite segni a tramandarli, l’uomo diede, con la scrittura, forma e significato al mondo in cui viveva riconoscendo il pensiero come parte sostanziale della realtà. Accettò il proprio limite fronte al mistero della vita che lo precede, lo contiene, lo sovrasta. Alzando gli occhi al cielo allargò lo sguardo ad abbracciare la terra. L’osservazione e il ragionamento lo spinsero ai limiti dell’eccelso senza tralasciare l’accomodare strumenti di ingegno quotidiano: il collare permise al cavallo di trainare spingendo. Pare ben poca cosa ma senza non saremmo qui, oggi.

 

Mordo il freno e perdo le staffe

 

Il morso è un leggero contatto alla mano, un equilibrio di grazia tra volontà e potenza. La staffa concede una seduta eretta che poggia salda sui piedi. Morso e staffa sono due oggetti in disuso, due aspetti ormai insignificanti del cammino, sulla terra, dell’uomo. Due doni barbarici

 

Una febbre da cavallo

 

Se la realtà diventa immateriale, esiste in quanto comunicazione, la cultura subentra alla natura riducendola ad un artificio obsoleto. Abolito il mistero riluce il paradosso: per essere padroni della propria esistenza ci si fa schiavi della propria opera, e le macchine subentrano nel ruolo di comando.

 

Il cavallo di battaglia

 

Un teatro di uomini e cavalli è il restauro di un’opera d’arte che ci è stata consegnata e noi oggi custodiamo offrendola al futuro. Il restauro è difficile, c’è polvere e sporcizia ad oscurare ciò che brilla e muffe organiche imbiancano ombre da salvaguardare. L’immagine è composita: muta variando il punto d’osservazione. E’ stratificata, non tutto può essere salvato: cosa davvero vale?

 

Niente. Nessun movimento, nessuna presenza, poi eccola: un’orma. Seguirne la traccia è mettersi in viaggio, l’inizio di un cammino. Così è stato per la caccia, così è stato per la guerra, così nella ricerca della divina scintilla che abita l’uomo.

Così è per noi.

 

 

Il 2014 nel millenario zodiaco cinese è l’anno del cavallo. Nelle secolari ricorrenze è il 700° anniversario del rogo che segnò la fine della Militia, la cavalleria cristiana. Nell’annuario di SAGA è il numero 3, non sembri poco: nell’incompiutezza di una visione stridente con il reale ed ancor più con l’immaginario contemporaneo, realizzare un Teatro Equestre Barbarico Montano è impresa folle, fallimentare. Eppure ciò che deve accadere, accade e la Corte Transumante di Nasseta, libera compagnia di uomini cavalli e montagne, scende in città per il terzo anno consecutivo, accolta dai Chiostri benedettini di San Pietro, la più sorprendente cavallerizza della modernità.

Ciò che fu, ciò che è stato: canto eroico dei Canti, canto sempre cantato

 

Era un canto sommesso a due voci: l’anno che viene è sterile … l’anno che viene è fertile … l’anno che viene vuole attenzione … a scandire l’inizio del primo SAGA, correva l’anno 2012, Assolo e Assenzio, puledri maremmani nati con il teatro, festeggiavano il primo anno di vita. Allertati a tutto ciò che si muove, allertati nell’immobile. Occorre essere attenti …

 

Il 2013 è stato l’annus horribilis ma l’abbiamo traversato, siamo scampati. L’accordo pubblico privato, moderno patto da cui era scaturita l’idea del teatro equestre si è rivelato nullo, un millantato credito, mentre fiorivano opportunità insperate, si intrecciavano rapporti, crescevano le aspettative e cresceva il branco. Nascevano Canusiae e Cangrande; era già arrivato M. Athos, puledro maremmano come Assolo e Assenzio, ma escluso dall’albo genealogico in quanto non corrispondente ai nuovi parametri di razza. Ci ha scelto Lui, non abbiamo potuto dirgli di no. Così nel secondo anno di SAGA tre giovani stalloni in libertà giocavano allenando la propria agilità, misurandosi nella forza. Impennate e tonfi, zuffe, fughe e stoppate, dietrofront, galoppi in cadenza. Affinché l’ardore non li travolgesse, appena prima che il gioco incattivisse e sfogasse in violenza a stabilire una gerarchia, Marcello, signore dei cavalli, entrava nell’arena, li chiamava a sé inginocchiandosi e tutti 3 correvano a Lui ad omaggiarlo nella fiducia dovuta all’autorità naturale, quella che in virtù della sola presenza quieta le tensioni e ristabilisce l’ordine.

La libertà è una forma di disciplina

 

Assolo, Assenzio, M. Athos, sono immagine vivente di SAGA: un teatro difficile da collocare, complesso da raccontare, tutto in divenire ma ben radicato nell’arcaico patto che, nella notte dei tempi, stipularono antichi uomini ed antichi cavalli. Un patto di mutuo soccorso, di reciproca convenienza, ben lontano dall’aver esaurito le proprie potenzialità. Ne siamo certi.

La rivoluzione industriale, tesa al materiale, riconosceva ancora il cavallo come elemento fondante la civiltà e gli rendeva merito nominando cavallo vapore l’unità misura della potenza meccanica. Nella rivoluzione tecnologico digitale, forzata ad una dimensione virtuale, la realtà sfuma nell’immateriale e la cultura, in forma di comunicazione, pretende di ridurre la natura ad artificio obsoleto. Basterà digitare: <<elimina>> per liberarsi della condizione umana? Per qualche millennio la civiltà è stata anche una cavalcata. Il racconto cadenzato sul ritmo del passo, del trotto, del galoppo, della carica; il fermo di un accampamento, il sostare di un bivacco.

Quanti e quali disturbi psichici e disagi fisici dovrà curare l’ippoterapia?

Cavalcare è la cosa più naturale e al contempo la più innaturale tanto per l’uomo quanto per il cavallo. La fusione mitologica dei due esseri nel centauro, simbolo di saggezza quanto di violenza bestiale, non svela l’enigma: a chi compete la furia e a chi il controllo?

 

La libertà è una forma di disciplina: Assolo, Assenzio, M. Athos, nell’anno di grazia 2014, vi si dedicano. Brevi sessioni alla corda, alle redini lunghe, montati, per sviluppare la muscolatura, fortificare le membra, rasserenare lo sguardo; lavorano per acquisire padronanza delle proprie capacità ed affinare l’intesa con il cavaliere. Si preparano all’investitura: esser destriero, come l’uomo dovrebbe prepararsi alla propria: diventare cavaliere.

Il morso è un leggero contatto alla mano, un equilibrio di grazia tra volontà e potenza. La staffa concede una seduta eretta che poggia salda sui piedi. Morso e staffa sono due elementi del cammino, sulla terra, dell’uomo. Due doni barbarici.

Nel terzo anno di SAGA, 2014, a correre, saltare e impennarsi, ad azzuffarsi saranno Canusiae e Cangrande che l’anno scorso, una di 2 mesi e l’altro di 20 giorni, sono entrati in scena con Verbena e Tetide, loro madri, solo per farsi ammirare. Consapevoli, noi e loro, che il mistero più bello, quello che mai ci si stanca di contemplare, è la vita che prorompe: cuccioli d’uomo e d’animali.

Da qui bisogna sempre ripartire.

 

 

(vedi alla voce: bar bar; vedi alla voce: oracolo; occhio alla triade: ferro fuoco fabbro, per non perdere le tracce)

 

Ferretti Lindo Giovanni

per la Corte Transumante di Nasseta

 

Saga, il canto dei canti , opera equestre,  va in scena i giorni 20 21 22 23 giugno 2014 ai Chiostri di San Pietro in Reggio nell'Emilia, alla luce naturale del tramonto .

Prevendita biglietti: on line  www.sagaoperaequestre.it

cartacea : Tosi Dischi, via Emilia San Pietro 57\c oppure presso la biglietteria dei Chiostri di San Pietro durante i giorni di spettacolo, apertura ore 18,00.

Inizio spettacolo ore 19.30.

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