Sciascia e i professionisti dell'antimafia

La questione che, a ben vedere, sottende tutta l’inchiesta letteraria di Sciascia (comprendendo in questa formula inquirente l’intera sua produzione: narrativa, saggistica, giornalistica) e che, dalla metà degli anni Settanta fino a tutti gli Ottanta, sullo sfondo di un’attualità politica, criminale e giudiziaria che in Italia si va facendo più greve e fosca, diverrà un vero rovello, è la giustizia. Se in Nero su nero il tema viene sviscerato prevalentemente analizzando i presupposti ideologici e le azioni del terrorismo brigatista, e con essi le reazioni altrettanto ideologiche della classe dirigente e delle istituzioni di uno Stato che improvvisamente sembra legittimato dall’offensiva sanguinosa e insensata delle BR, in A futura memoria (se la memoria ha un futuro) l’indagine sciasciana si focalizza sul fenomeno mafioso, mantenendo intatto quello spirito garantista intransigente che aveva contraddistinto le sue eretiche posizioni sull’eversione comunista[1]. Essendo stato tra i primi e tra i pochissimi ad occuparsi dell’associazione criminale, già dal dopoguerra, raccontandone e denunciandone con forza la pervasività delittuosa e la inquietante contiguità con i partiti di maggioranza e le istituzioni, da tempo l’autore era stato eletto dall’opinione pubblica ‘mafiologo’ suo malgrado:

Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte[2].

 

Dopo decine, forse centinaia di interventi su periodici e quotidiani dedicati alla questione, sollecitato dall’editore Bompiani, Sciascia, ormai gravemente ammalato, decise dunque di mettere insieme, in un volume che sarebbe uscito postumo, articoli apparsi su «L’Espresso», il «Corriere della sera», «La Stampa», «Panorama», «Il Globo» tra il 1979 e il 1988. Erano gli anni della mattanza mafiosa a Palermo, metropoli insanguinata dagli omicidi eccellenti di magistrati, uomini politici, prefetti, presidenti della Regione e dilaniata da una spaventosa guerra di mafia. Ma erano anche gli anni della prima vera reazione di massa della società civile siciliana contro la mafia e, soprattutto, erano gli anni in cui nel capoluogo siciliano andava in scena il più grande procedimento penale di sempre contro cosa nostra: il 'maxiprocesso' istruito dai giudici Falcone e Borsellino e dallo straordinario pool di magistrati della procura di Palermo guidato da Antonino Caponnetto, apertosi nel 1986, al quale daranno un contributo decisivo le deposizioni del ‘pentito’ Tommaso Buscetta. Di quei delitti e del contesto che li generava Sciascia fu un indagatore ingegnoso, prima ancora che un appassionato commentatore, capace di mettere a frutto la sua vocazione per la ricerca della verità, la sua passione per il diritto e la sua procedura coniugandole con la sua antica conoscenza geoantropologica degli eventi e delle loro dinamiche: essendo, per meglio dire, da siciliano, «dei medesimi pensamenti, del medesimo sentire» dei suoi corregionali[3].

 

In queste pagine lo scrittore si mostra lucido:

E con ciò ho detto la mia opinione riguardo alle ragioni per cui sono stati uccisi: Cesare Terranova stava occupandosi di qualcosa per cui qualcuno ha sentito incombente o immediato il pericolo. Non credo né alla vendetta freddamente preparata per cose passate né al timore per il suo ritorno all’attività di magistrato[4].

 

Abile a discernere il carattere di alcuni dei protagonisti di quelle vicende, senza subirne il fascino (come accadde ad altri pubblicisti):

Buscetta parla con voce ferma, pacata. Quale che sia la domanda che gli si rivolge, non si innervosisce, a momenti sembra anzi divertirsene. [...] Si sarà benissimo accorto, in questi giorni, di aver perduto la benevolenza della stampa: ma non sembra darsene pensiero. [...] La stampa dovrebbe fare un po’ di autocritica sul fatto di aver creduto e di aver fatto credere che Buscetta fosse l’angelo sterminatore incombente sull’intera mafia siciliana e internazionale. Buscetta è semplicemente un uomo che ha visto intorno a sé cadere familiari ed amici, che sente in pericolo la sua vita, e vuole dalla parte della legge trovare vendetta e riparo[5].

 

Talvolta capace di una freddezza che spiazza e innesca inevitabili contraddittori:

Il generale Dalla Chiesa ha fatto i suoi errori, dunque: e l’ultimo, fatale, è stato quello di non aver stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona. Dire che sarebbe stato inutile è tanto più insensato del dire che sarebbe sicuramente servito.

Domandarsi perché non ha voluto creare intorno a sé un tale sistema è del tutto naturale e legittimo. E la risposta che ci si può dare potrebbe anche essere di un qualche lume e servire. E dunque: perché? Come diceva Savinio, avverto gli imbecilli che le loro eventuali reazioni a quanto sto per dire cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza. E la mia risposta è questa: il fatto che il generale Dalla Chiesa si fosse identificato nel capitano dei carabinieri del Giorno della Civetta è dimostrazione, piccola quanto si vuole, di quel che pensava di sé e della mafia[6].

 

Pietoso nell’indignazione:

E meraviglia ed indigna che in un manifesto affisso a Palermo, questi due uomini che hanno passato insieme, confidenti, quasi una vita e che insieme sono morti, abbiano avuto separazione e distinzione tipografiche: a grossissime lettere il nome di Cesare Terranova, a piccolissime quello di Lenin Mancuso[7].

 

Non c’è dubbio, tuttavia, anche solo esaminando questi prelievi testuali, che lo stile degli articoli di A futura memoria, appaia in parte difforme rispetto a quello degli interventi degli anni precedenti. Pur sempre elegantemente asciutta e precisa, la lingua di Sciascia sembra come condizionata dall’urgenza argomentativa: la ricerca del lemma apparentemente straniante e quasi ‘stemmatico’, che altrove schiariva il senso di un ragionamento, qui è trascurata in favore di una impellenza polemica che richiede di mettere da parte ogni ‘leggerezza’ letteraria. L’ironia ineffabile che ancora sorreggeva perfino le pagine più battagliere e drammatiche di Nero su nero, il loro andamento a prima vista digressivo, in A futura memoria sovente lascia il posto a una concitata seriosità. Certo il genere giornalistico maggiormente frequentato dall'autore in questo periodo (e conseguentemente antologizzato in questo libro) non è più l’elzeviro ma – quasi sempre – il commento da prima pagina, il che in parte spiegherebbe le ragioni di certi mutamenti della prosa sciasciana. Tuttavia è un editorialista stanco e di certo assai disincantato, probabilmente segnato dalle tante dispute dialettiche degli anni precedenti e finanche dalla esposizione mediatica degli anni parlamentari, quello che interviene sui quotidiani negli anni Ottanta. Di certo è ormai un polemista «senza gioia»[8]. Per comprendere lo stato d’animo che determina queste significative, quand'anche lievi, modificazioni della forma della scrittura, si dovrà forse risalire ancora alla vicenda Moro e all’elaborazione dell’Affaire. È Sciascia stesso a fornire indizi sufficienti, in un articolo su cui torna a parlare del suo pamphlet (ma che significativamente finisce, dopo ampia divagazione, con quella definizione ‘astronomica’ della letteratura citata in precedenza):

Ogni anno, qui in campagna, scrivere un libro – un piccolo libro – è per me riposo e divertimento: quale ne sia l’oggetto, la materia. Il riposo e divertimento della scrittura, il piacere di fare un testo (e questo piacere è, per un autore, la sola misura di quello che sarà per il lettore e per il critico – ma per il critico che riuscirà a non perdere la condizione di lettore – il piacere del testo). Ma questo su Moro mi ha dato una inquietudine che sconfinava nell’ossessione. E ne esco stanco: però con l’impaziente voglia di mettermi ad altra scrittura, ad altro testo[9].

 

Si può dire che da quel fatidico 1978, Sciascia abbia dirottato quel barthesiano piacere di fare un testo prima solo a quei «piccoli libri», quasi spigolature storiche e letterarie, che licenzia nell’arco di dieci anni (da Dalle parti degli infedeli, 1979 a 1912+1, 1986); quindi, tornando alla narrativa, a sotie e romanzi brevi di luminosa ‘leggerezza’ – ma non certo ottimistici nei contenuti – come Il cavaliere e la morte (1988) e Una storia semplice (1989). Sono venute ormai meno, per lo scrittore, le condizioni (sia intime che pubbliche, si direbbe) per mantenere qualsivoglia diletto mentale che si riverberi anche nelle forme della prosa giornalistica.

 

Anche di tutto ciò si deve tener conto esaminando il celebre articolo “I professionisti dell’antimafia”, uscito con questo titolo redazionale sul «Corriere della sera» del 10 gennaio 1987, e la polemica che esso scatenò. In quel lungo articolo Sciascia prende le mosse da un saggio dello storico Cristopher Duggan, dal quale desume l’indicazione di come, in epoca fascista, l’antimafia sia stata utilizzata anche «come strumento di potere». Il che, e qui l’autore si sposta sul versante dell’attualità, «può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando». I casi esemplari sono due: il primo è quello di un sindaco che si proclama pubblicamente antimafioso (si tratta, con tutta evidenza, di Leoluca Orlando, allora primo cittadino democristiano di Palermo, a capo di una giunta che, rompendo con la parte della DC compromessa con la mafia, era sostenuta da una maggioranza che, tra l’altro, comprendeva il Partito Comunista e alcuni consiglieri espressi da movimenti civici), ma si tratta ancora di «un esempio ipotetico». L’altro, «attuale ed effettuale», riguarda l’assegnazione da parte del Consiglio superiore della magistratura del posto di procuratore della repubblica a Marsala al giudice Paolo Borsellino motivata, eludendo il principio di anzianità, dall’esperienza maturata dal giudice nella lotta alla mafia. Sciascia concludeva velenosamente: «I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per fare carriera nella magistratura, del prendere parte a processi di stampo mafioso»[10].

 

Ribattendo alle accuse che gli vennero tempestivamente formulate (e alcune, come il comunicato emesso del Coordinamento antimafia di Palermo – un consesso della società civile politicamente impegnata –, spiccavano per violenza inquisitoria e inciviltà) Sciascia ebbe modo di chiarire che nessun risentimento o dissenso personale lo animava conto i soggetti tirati in ballo:

Non del fatto che fosse stato promosso il giudice Borsellino mi allarmavo, ma del modo [...] Spero che il sindaco di Palermo – che, come ho già detto, mi è simpatico– ne scenda al più presto e si metta a camminare per la città. Vedrà le stesse cose che vedo io e, se saprà ascoltare la gente, sentirà le stesse cose che sento io. [...] Non solo non mi permetto di dare giudizio sulle persone che non conosco, ma con molta cautela giudico quelle che conosco. [...] Reo, secondo i “professionisti dell’antimafia”, per avere attaccato il sindaco di Palermo, di più grave reità mi si carica per avere attaccato come “carrierista” il dottor Borsellino, procuratore della repubblica a Marsala, cosa per niente vera ed evidentissima in quel mio articolo. Ho attaccato invece il modo, e il principio che su quel modo veniva a stabilirsi, con cui il Consiglio superiore della magistratura ha proceduto alla sua nomina. [...] Nel momento in cui ho scritto l’articolo per cui tanto reo tempo si volse e si volge, io nulla sapevo del dottor Borsellino[11].

 

E trovò l’occasione, soprattutto, per precisare il senso profondo di quella sua sortita e i presupposti etici, democratici che ne erano a fondamento:

Contro la mafia io difendevo il diritto e la dignità umana, come oggi contro le storture dell’antimafia. [...] Respingere quello che con disprezzo viene chiamato “garantismo” – e che è poi un richiamo alle regole, al diritto, alla costituzione – come elemento debilitante nella lotta alla mafia, è un errore di incalcolate conseguenze. [...] La democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi, che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette – come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano – saremmo perduti irrimediabilmente[12].

 

A ben vedere, in quel famigerato articolo, Sciascia svolgeva – meglio: ribadiva – una tesi tutt’altro che deprecabile: non bisogna deflettere, nel combattere la mafia, dai principi democratici dello stato di diritto e dalla costituzione. Si può forse imputare allo scrittore poca accortezza nello scegliere i suoi «esempi», «ipotetici» e «fattuali» che fossero (l’assassinio di Paolo Borsellino, cinque anni dopo, la attesta tragicamente) o il suo anteporre il proprio modello «agonistico» – come è stato definito – della militanza intellettuale a qualsiasi altra ragione dettata dalla cautela o dagli inevitabili rischi delle strumentalizzazioni. Non era certo la prima volta che lo scrittore interveniva sulle vicende della giustizia italiana e non sarebbe stata l’ultima: lo aveva fatto in occasione dell’arresto di Enzo Tortora per camorra, sostenendo a gran voce la sua innocenza e l’assurdità della sua detenzione, lo avrebbe fatto per il caso Sofri, per le stesse ragioni. Resta il fatto che le strumentalizzazioni politiche di quell’articolo, spesso del solo titolo redazionale, sono state, sono tutt’oggi, frequentissime quanto superficiali, tendenziose e volgari. Ma soprattutto tocca in sorte, al Maestro di Regalpetra, di essere ricordato, nell’opinione pubblica, quasi solamente per quel ‘pezzo’, se è vero che, sulla stampa nazionale, la ricorrenza ventennale di quella polemica, nel 2007, ha avuto forse più eco del secondo decennale della scomparsa dello scrittore, e che ai “professionisti dell’antimafia” sono stati dedicati ben due convegni nell’arco di due decenni.

 

Davvero una ventura ingrata, anche soltanto per il “giornalista” Sciascia, autore di quasi settecento articoli. Nonché per uno dei più grandi scrittori civili del Novecento italiano.

 

 

 

Questo testo è tratto dal libro di  Matteo Di Gesù, L'invenzione della Sicilia. Letteratura, mafia, modernità, Carocci Editore 2015, coll. Lingue e letterature Carocci, pp. 144, € 18,00.

 

 

[1]    Non si può qui ricostruire l’assidua e acutissima attenzione verso la mafia che il saggista e il romanziere (ma anche l’autore teatrale, ripensando a I mafiosi, la riscrittura che nel 1972 Sciascia propose della commedia dialettale I mafiusi della Vicaria di Rizzotto e Mosca) hanno avuto nel corso dell’intera carriera; sarà sufficiente ricordare che a tutt’oggi l’autore di A ciascuno il suo rimane, da scrittore, una delle più preziose fonti per conoscere e comprendere la storia e l’antropologia di cosa nostra, nonché le connivenze politiche, le complicità istituzionali, l’humus culturale che l’hanno sostenuta e favorita dall’Unità d’Italia alla fine del Novecento.

[2]    L. Sciascia, A futura memoria, cit., p. 797.

[3]    È la definizione di Pitrè che Sciascia riprende nel suo saggio introduttivo al primo volume delle opere di Brancati, per precisare e far propria l’idea di Sicilia che viene fuori dalle pagine dello scrittore catanese. Mi sembra importante tenere presente, per il nostro discorso, almeno questo passaggio di quel testo sciasciano, essendo oltretutto coevo ai più ‘scabrosi’ articoli raccolti in A futura memoria : «Da questa ‘credenza’ deriva, alla pagina di Brancati, un che di iniziatico, di segreto: una sintassi, una cifra che possono essere interamente sciolte da coloro, direbbe il Pitrè, che sono “dei medesimi pensamenti, del medesimo sentire di lui”: e cioè dai siciliani e da coloro che nella condizione siciliana sanno immedesimarsi per simpatia, per conoscenza. Non si tratta soltanto di una difficoltà strumentale: dialetto, struttura dialettale della frase, riferimenti a tradizioni ed abitudini, a particolarità storiche; si tratta, soprattutto, di una difficoltà ‘sentimentale’. Da ciò un margine di intraducibilità, che, paradossalmente, si riduce (o si può ridurre) nelle traduzioni in altre lingue, ma si allarga per il lettore italiano che non sia passato, con attenzione e affezione, da Verga a Pirandello», L. Sciascia, Del dormire con un occhio solo, introduzione a V. Brancati, Opere 1932-1946, a c. di L. Sciascia, Bompiani, Milano 1987, vol. II, pp. IX-X, corsivo mio.

[4]    L. Sciascia, A futura memoria, cit., p. 797.

[5]    Ivi, pp. 849-850.

[6]    Ivi, pp. 800-801.

[7]    Ivi, pp. 774-775.

[8]    Naturalmente non si vuole intendere che, prima degli anni di A futura memoria, Sciascia discettasse allegramente di accadimenti tragici. Si vuole evocare semmai quella gioia di ascendenza montaignana («non faccio niente senza gioia») quale condizione mentale che è, per il Nostro, presupposto della scrittura e della lettura: cfr. L. Sciascia, Del rileggere, in Cruciverba [1983], in Opere 1971-1983, cit., pp. 1220-1224.

[9]    L. Sciascia, Nero su nero, cit., p. 827.

[10]  L. Sciascia, A futura memoria, cit., pp. 862-869.

[11]  Ivi, pp. 872-882 (con tagli).

[12]  Ivi, pp. 874-877. Per una parziale ricostruzione delle polemiche che suscitò quell’articolo, si veda M. Collura, Il Maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Longanesi, Milano 1996.

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14 Gennaio 2016