Utopie minimaliste

Pubblichiamo un estratto dal libro Utopie minimaliste di Luigi Zoja da oggi in libreria per Chiarelettere.

 


 

È ancora attuale l’utopia?

 

Hanno ancora senso i progetti utopici? L’Atlante delle Utopie include ottanta autori, 186 pagine, duecento carte geografiche e infinite tabelle. Il pensiero utopico ha dominato il XIX secolo è dilagato nel successivo: anche nel Duemila è sorprendentemente attivo, ma più lontano dal discorso pubblico. Quella che sembra essersi esaurita non è l’utopia in ogni senso, ma l’utopia massimalista. Gran parte delle ≪rivoluzioni≫ nazionaliste del XIX secolo avevano un limitato bagaglio di ideali utopici. Nel XX esse culminarono nei fascismi, che possono esser detti massimalisti più per la violenza impiegata – il ricorso alla guerra senza esitazioni di principio – che per altri programmi. Negli stessi spazi geografici si è affermata oggi silenziosamente una ≪utopia soft≫: l’Unione europea. Come programma economico avanza fra contraddizioni. Il suo intento di pace, atteso da secoli, si è invece realizzato nel batter d’occhio di due sole generazioni.

 

Trasformandosi in azione ogni programma politico si diluisce. Proprio per evitare di annacquarsi, molte ideologie del XIX e XX secolo si erano date solo obiettivi massimi: quasi a voler fare politica senza politica, la quale è sempre adattamento alle circostanze che via via si incontrano. Questi orientamenti sono stati dunque chiamati massimalisti. In particolare, con la rivoluzione russa è stato definito massimalista il programma dei bolscevichi.
I movimenti rivoluzionari come anarchismo e comunismo reagivano in modo radicale alle nuove ingiustizie del XIX secolo: i rapidi arricchimenti, la loro assenza di scrupoli, il mancato esame delle conseguenze. Ma, come spesso avviene, ne ripeterono inconsciamente diversi tratti: la fretta, il disprezzo per gli approfondimenti e la vita interiore, la mancanza di rispetto per l’etica e la spiritualità.

 

 

 

A un secolo di distanza dal successo dei bolscevichi, il mondo sbalordisce osservando che la Russia, dotata di risorse naturali e umane fra le maggiori del mondo, offre ai suoi cittadini forme di vita fra le peggiori: le differenze di ricchezza, la degenerazione dell’ambiente, la criminalità, la corruzione, l’insicurezza diffusa, l’inaffidabilità delle politiche sociali e delle liberta civili sono fra le più drammatiche, quanto meno in quell’Europa cui il paese sostanzialmente appartiene. In Cina, il principale paese in cui il massimalismo marxista è stato esportato e ha formalmente vinto, l’esperimento è stato più breve e ha ottenuto invece risultati economici quasi senza paragoni nella storia: la crescita vertiginosa di una borghesia e l’affermazione di un capitalismo industriale che fra pochi anni sarà il maggiore del mondo. Ma la borghesia e il capitalismo industriale non erano  soltanto estranei all’utopia di Marx: erano i suoi massimi nemici. Vedremo nel capitolo Economia e socialità come anche in Cina questo si è tradotto in abissali differenze fra le classi sociali.



Il suicidio delle utopie massimaliste

 

Le utopie massimaliste, fiorite con le rivoluzioni del XX secolo, erano nate nell’Ottocento. In se, i tentativi politici rivoluzionari non sarebbero ancora utopie: corrispondono piuttosto alla prima fase, ritenuta necessaria per creare una società nuova e migliore. Nella storia reale, pero, difficilmente ci si è addentrati oltre la rivoluzione, nella vera utopia. Il massimalismo, calando dall’alto e ignorando la psiche dei singoli, chiedendo troppo, volendo tutto e facendo pagare l’intero costo a un supposto avversario, ha perduto per strada sia il credito di cui godeva sia le proprie basi materiali: fino a trovarsi solo psicologicamente, impoverito economicamente e culturalmente privo proprio dei valori che lo avevano reso popolare. E’ riuscito ad allontanare solo alcune delle forme di infelicità che criticava: ma al prezzo di aggiungerne altre, nuove e intollerabili.

 

A differenza dell’anarchismo, nel secolo scorso il comunismo ha superato la fase della mobilitazione, giungendo in apparenza a essere una organizzazione politica internazionale che dominava meta della Terra. A questo punto avrebbe potuto iniziare a realizzare la fase utopica, o quanto meno a rispettare i suoi stessi principi. Ma nella escatologia rivoluzionaria il rischio di rinviare i comportamenti etici è quasi assicurato: nel frattempo resta in vigore un’«etica della transizione» ispirata al cinismo. Per paura di perdere lo slancio della rivoluzione e i suoi entusiasmi, il ≪socialismo reale≫ ha cosi abbandonato l’umanesimo da cui aveva avuto origine. E’ stato dimenticato l’uomo concreto in favore della massa, ma soprattutto di ideali narcisistici coltivati dai suoi leader, ben diversi dall’utopia.

 

Ogni creazione mentale che non si misuri con la realtà degli individui è incapace anche di autocritica. Per questa mancanza di dimensione psicologica, è condannata alla negazione, scissione da sé e proiezione (su un nemico, vero o immaginario) di quello che non ammette. Deve, perciò, viverlo per interposta persona, attraverso avversari. Senza il confronto col nemico non esisterebbe. Cosi avviene tanto nel movimento politico che nella mente del leader. Questo atteggiamento di antagonismo radicale, che la psicopatologia chiama paranoia, rende ciechi non solo gli individui, ma i gruppi e le nazioni. Inconsciamente, costruisce proprio quella condizione di irrealtà e quegli avversari reali che lo distruggeranno.

 

Con continui proclami – che avrebbero potuto risparmiarsi ma che gettarono ai quattro punti cardinali – già nel secondo dopoguerra i leader comunisti firmarono il proprio discredito. Per Mao la produzione della Cina doveva superare quella della Gran Bretagna; Chrušcěv voleva vincere il duello economico col capitalismo. Nessuno di questi obiettivi fu raggiunto (solo la Cina attuale, che ha ben poco a che vedere col comunismo, ha superato la Gran Bretagna, ma mezzo secolo più tardi).

 

Queste devastanti constatazioni portano oggi a diffidare del massimalismo utopico. D’altra parte, il mondo globalizzato senza utopie sta distruggendo quella che chiamavamo vita, lasciando crescere in modo sempre più rapido la devastazione dell’ambiente e molte ingiustizie della società. I progressi della tecnica e dell’economia sembrano assolutamente incapaci di compensare questi regressi. Non è solo un problema quantitativo.

 

Credevamo di usare tecnica ed economia come oggetti: si sono trasformati in soggetti e l’uomo è diventato un loro oggetto. Eppure, l’utopia è un bisogno primario dell’animo umano. Più silenziosamente, torna a manifestarsi anche nel secolo XXI, radunandosi attorno ai problemi ambientali. Posati i piedi su queste realtà, neppure i più idealisti sognano oggi una società senza classi, con istruzione e sanità pienamente gratuite. Non vogliono, pero, rassegnarsi a una vita passiva. Sanno che non rivedranno mai le coste e le montagne immacolate del mondo preindustriale o la sufficienza alimentare del mondo contadino. Ma vogliono almeno che da qui in avanti siano fermate la devastazione dell’ambiente e la crescita delle differenze economiche tra ricchi e poveri. Coltivano nel loro animo una forma minimale, irrinunciabile di utopia. La conservano silenziosamente, con gesti laici, non aggressivi e quasi disperati: non dimenticando il ≪principio di realtà≫ introdotto da Freud. Sanno, con dolorosa sapienza, che ≪primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga≫.

 

Naturalmente, esiste ancora chi rimpiange una utopia massimalista: ma, resosi conto che resterà una sua fantasia, rinuncia all’azione politica. Chi aveva un’utopia, l’ha persa nei fatti, chi non l’aveva rinuncia a darsela. Quello che oggi è chiamato ≪pensiero unico≫, o quello che chiamiamo ≪mercato (unico) globale≫, non si impone perché ha vinto: sono le alternative che hanno perso. Le utopie hard (che non va tradotto necessariamente con «forti») sembrano essersi suicidate. Questo è probabilmente l’aspetto storico meno indagato, ma non meno importante, del ≪socialismo reale≫ o di altre esperienze formalmente rinnovatrici e intransigenti: oltre all’immenso spreco di vite, cultura e beni, quegli esperimenti hanno causato un incommensurabile spreco psicologico.

 

I cicli storici ed economici vanno e vengono, mentre questa devastazione sembra destinata a durare nel tempo. Immense speranze sono state gettate nell’immondizia della storia e considerate non riciclabili. Lo spazio vuoto rimasto nella mente è stato riempito da disperazione o cinismo. E’ invece possibile rovistare fra quella spazzatura, sottoporla a raccolta differenziata, estrarne pensieri vitali.

 

Proviamo quindi a distinguere. Il massimalista, che in genere dice di trattare la politica come realtà oggettiva e materiale, si rivela invece legato a fattori assai soggettivi e psicologici. Credeva di essere persona aperta verso il futuro, ma spesso si comportava da ≪reazionario≫: ≪reagiva≫ agli eventi nuovi associandoli a un suo passato. Era stato folgorato da un’immagine di ≪società migliore≫: non vista ma immaginata, che aveva sovvertito la sua vita mentale. Non poteva più far a meno di volgersi verso l’illuminazione che aveva avuto – quindi all’indietro – anche se cosi sacrificava il rapporto col mondo reale.

 

Il massimalista, che voleva rappresentare interessi collettivi, al contrario si lascia cosi guidare dall’intensità dell’esperienza personale. E’ intrappolato da emozioni assolute, di cui è innamorato senza compromessi.

 

Per quanto ignaro di psichiatria e psicoanalisi, il cittadino comune avverte in lui qualcosa di incontrollato: finisce col sentirsi a disagio di fronte a quell’eccesso di emozioni e gradualmente ne prende le distanze. L’utopia si allontana perché nel tempo proprio le masse che il massimalista doveva mobilitare non si riconoscono in quella esaltazione. Ma ciò per lui è vago: psicologicamente più concreto è il fatto che crede si stia avvicinando la sua personale soddisfazione emotiva.

 

Naturalmente si potrà obiettare che questo ≪massimalista-ordinario≫ è una astrazione negativa, un moderno ≪uomo senza qualità≫: personaggio mancante di flessibilità, di curiosità, di intuizioni, soprattutto di una solida struttura psicologica e morale. Eppure, questa deformazione è visibile anche nel più amato e, sotto diversi aspetti, più puro dei massimalisti.

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03 Ottobre 2013