Essere apocalittici e integrati

Apocalittici e integrati fu a suo tempo una sorpresa entusiasmante per la materia “triviale” di cui parlava e per come Eco ne parlava, da sapiente e da collezionista. Ovvero da competente sull’oggetto d’analisi – la cultura di massa e le sue forme mitologiche – e certamente altrettanto competente sugli strumenti interpretativi a disposizione, tra filosofia e semiotica. Compreso uno strumento critico fondamentale, quello dell’amatore, e cioè quella eccezionale dote che trasforma la passione in intelligenza e interpretazione. E che è una dote fondamentale da quando iniziò ad accendersi la vita della metropoli, quindi un quando che risale a tempi assai più lontani di quelli che hanno creduto e credono molti intellettuali ma anche opinionisti, ottenebrati dalle retoriche e ideologie sul consumismo o abbacinati dalla sua immediata fragranza.

 

Ma c’era un tranello nelle analisi esposte da Eco in quel libro. Non il fatto di rendere  complessa la materia indistinta eppure forte che altri viveva d’istinto, ma l’idea che quelle analisi – sempre così brillanti – perseguivano a partire dal titolo: appunto apocalittici e integrati. E cioè il tranello era annidato nel disegno teorico che c’era dietro al suo lavoro di “smontaggio”.  La distinzione era anche questa geniale per quei tempi, geniale per come veniva argomentata e certamente non perché non risultasse ampiamente evidente nei fatti, nella “battaglia culturale” di quegli stessi anni di scontro, prima e dopo mai sopito, tra sapere e media, tra una visione catastrofica del mondo contemporaneo ed una affermativa, assuefatta ed anzi partecipe delle sue forme tecnologiche. Insomma dentro l’apoteosi dell’immaginario collettivo, Eco sapeva scorgere il manicheismo – intellettuale, estetico, sociale, etico, politico? – che  emergeva dalla reciproca incomprensione tra culture di opposto segno: chi si piegava alla fascinazione dei miti della tecnica e chi ne coglieva la tragica verità. E c’era dietro una pregevolissima consapevolezza delle avanguardie.

 

Confesso di non sapere risalire punto per punto ai passaggi del discorso avanzato da Eco in quegli anni lontani e tutto sommato ne ho un ricordo annebbiato. E ammetto di ripensare oggi a quel “datato” eppure “sempre verde” suo saggio in una prospettiva influenzata per un verso dalla fortuna pubblica, insieme elitaria e popolare (o quasi), dell’autore di Il nome della rosa, e per altro verso dalla incredibilmente più vasta fortuna che l’opposizione “apocalittici e integrati” ha avuto da allora ad oggi nel pensiero corrente, diventando un vero e proprio stereotipo. Se Eco aveva voluto dimostrare con l’acume che gli è proprio quanto infondata fosse la distinzione tra chi si oppone e chi si consegna al sistema sulla base delle forme espressive, l’uso strumentale della stessa distinzione fu quello di premiare un pensiero dialettico tremendamente vicino a quanto di più deteriore si intende con “senso comune”. Un “detto” ad uso e consumo di brava gente – buoni educatori e cittadini, buone istituzioni, buone politiche – decisa a collocarsi saggiamente su una posizione critica mediana. Integrarsi con giudizio. Opporsi con altrettanto giudizio. Una buona regola democratica.

 

Non che fossi poi molto convinto sin dall’inizio di questa saggezza illuminista, ordinatrice, ma poco a poco ho nutrito la più totale insofferenza per il programma che – al di là di Eco stesso – si nascondeva e sino ad oggi si sarebbe nascosto dietro a uno slogan siffatto, a una parola d’ordine politicamente così disarmata o meglio disarmante. E sempre più fintamente neutrale mano a mano che il tempo presente ci ha schiacciato con una complessità anti-sapienziale e anti-dialettica così inarrestabile. Da qualche decennio, infatti, lo slogan avrebbe dovuto essere corretto a misura dei conflitti post-moderni e anti-moderni, post-umani e anti-umanisti. Certamente non facendo il verso alla scellerata formula “né con lo stato né con le brigate rosse”. Ma dando invece alla congiunzione oppositiva tra gli apocalittici (i rivelatori) e gli integrati (coloro che tuttavia abitano il mondo) un significato – e un progetto – radicalmente paradossale: riuscire ad essere al tempo stesso apocalittici e integrati.

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01 Aprile 2014