Morti dal ridere

A cinquant’anni dalla loro apparizione, gli apocalittici e gli integrati germogliano ancora rigogliosi.  Per esempio che cos’è se non una versione aggiornata dell’apocalittico il Vargas Llosa del pamphlet La civiltà dello spettacolo (2012) che aggiorna i temi trattati da Neil Postman nel suo Divertirsi da morire (1985)? E che cos’è se non un caso del tutto attuale di “integrato moderato” il Carlo Freccero di Televisione (2013)?

 

È vero che dai tempi remotissimi in cui la scrittura si affiancò all’oralità, i nuovi media si sono affacciati suscitando nei più conservatori una grande diffidenza. Ma non si può paragonare il passaggio dall’oralità alla scrittura, o dalla scrittura all’audiovisivo, con la deflagrazione mediale che è avvenuta con l’era digitale. Naturale quindi che anche le posizioni riguardo a questo cambiamento si siano radicalizzate. Emblematiche in questo senso la demonizzazione e la santificazione di Steve Jobs post mortem, come se un uomo che ha potenziato un certo tipo di tecnologia avesse contribuito alla salvezza o alla distruzione dell’umanità.

 

Qualcuno potrebbe trovare stucchevoli e datate certe controversie. Ma, come sanno tutti i nevrotici e i borderline del mondo, i timori, le perplessità, i deliri si aggiornano avvitandosi su se stessi, sempre vecchi e sempre nuovi. L’analisi, come titolava Freud, è interminabile e le soluzioni definitive sono destinate a istillare dubbi come nella barzelletta in cui il paziente assicura: “Ero schizofrenico, ma adesso siamo guariti”.

 

Matrix

 

Le distopie hanno i loro corsi e ricorsi anche in campo artistico ed è giusto che sia così. Altrimenti dovremmo dire che dopo Brave New World di Aldous Huxley i fratelli Wachowski non avrebbero dovuto girare Matrix, né Philip Dick scrivere Minority Report (né Spielberg trarne il film), né Peter Weir avrebbe dovuto realizzare il suo meraviglioso The Truman Show. Forse si sarebbe potuto fare a meno di Gaia. Il futuro della politica di Casaleggio, ma è significativo che un quarto dei parlamentari italiani sembri accreditare l’ipotesi che fra sei anni scoppierà la terza guerra mondiale e che nel giro di una quindicina d’anni la popolazione mondiale sarà sterminata e rimarrà poco più di un miliardo di persone. Prospettiva che, se presa sul serio, farebbe crollare i mutui trentennali. Ma viviamo in un mondo della comunicazione dove le cose non vanno prese troppo sul serio altrimenti qualcuno potrebbe allo stesso modo sostenere che Alessia Marcuzzi, conduttrice da anni di Grande Fratello, sia una sacerdotessa del controllo totalitaristico del mondo.

 

E qui arriviamo al nocciolo della questione: si può essere seriamente apocalittici o integrati oggi? Facciamo un passo indietro, alla fase intermedia, anni Ottanta, del dibattito. Scrive Postman: “Quello che Huxley insegna è che, nell’era della tecnologia avanzata, la devastazione spirituale avviene più probabilmente da un nemico con il sorriso sulle labbra che da uno il cui comportamento ispira sospetto e odio. Nella profezia di Huxley, non c’è un Grande Fratello che, per sua scelta, guarda verso di noi. Siamo noi, per nostra scelta, a guardare verso di lui. Non c’è bisogno di carcerieri, cancelli, ministeri della Verità. Quando una popolazione è distratta da cose superficiali, quando la vita culturale è diventata un eterno circo di divertimenti, quando ogni serio discorso pubblico si trasforma in un balbettio infantile, quando, in breve, un intero popolo si trasforma in spettatore e ogni affare pubblico in vaudeville, allora la nazione è in pericolo, la morte della cultura è chiaramente una possibilità” (pp. 183-83 tr. it.).


Un personaggio tipico di questo vaudeville in cui tutto si scioglie è Antonio Razzi, politico celebre per essere stato registrato in un increscioso fuori onda in cui difende bieche ragioni di interesse personale, il tutto condito con espressioni colorite. Maurizio Crozza dal 2013 ne fa una imitazione con tanto di fuori onda simulato e turpiloquio annesso. Ed ecco il risultato: Antonio Razzi, grazie all’imitazione di Crozza, diventa “simpatico”, diventa un “personaggio” che viene invitato in vari programmi e addirittura si fa fotografare con una maglietta in cui sono stampate le affermazioni divulgate per le quali, in un paese civile, sarebbe stato costretto a dimettersi.

 

Antonio Razzi ospite della trasmissione Un giorno da pecora

Antonio Razzi ospite della trasmissione Un giorno da pecora

Ugualmente incongruo l’atteggiamento di Barack Obama durante la sua visita al papa il 27 marzo scorso. Il presidente americano appare, nei filmati dei telegiornali, eccessivamente sorridente, se non decisamente ridanciano, a fianco di un papa a volte sorridente ma per lo più molto serio. Attenzione, signor Presidente, può essere assai pericoloso confondere la bonomia di un gesuita con la simpatica dabbenaggine di un nonno che coltiva mais nel Wisconsin. Al termine del colloquio privato, come riportano le cronache, Obama sembra comportarsi finalmente da fedele chiedendo al pontefice di pregare per la sua famiglia. Ma a essere serio proprio non ce la fa e aggiunge subito dopo “preghi per loro perché mi devono sopportare”. Ed è subito sitcom.

 

Obama in visita dal papa


Si azzerano i regimi di discorso, la differenza fra opinioni e verità di fatto, fra discorsi per ridere (comicità, satira) e discorsi seri che impegnano eticamente chi li proferisce. Come dice Hanna Arendt, “[…] il risultato di una coerente e totale sostituzione di menzogne alla verità di fatto non è che le menzogne saranno ora accettate come verità e che la verità sarà denigrata facendone una menzogna, ma che il senso grazie al quale ci orientiamo nel mondo reale – e la categoria di verità versus falsità è tra i mezzi mentali a tal fine – viene distrutto. E a questo danno non c’è alcun rimedio” (Verità e politica, 1968, p. 68).


Ma torniamo al problema della cultura. Vargas Llosa afferma: “Quando una cultura chiude nella soffitta delle cose passate di moda l’esercizio del pensiero e sostituisce le idee con immagini, i prodotti letterari e artistici vengono promossi, accettati o rifiutati in base alle trovate pubblicitarie e ai riflessi condizionati di un pubblico che manca delle difese intellettuali e della sensibilità necessarie per individuare il raggiro e l’estorsione di cui è vittima” (p. 27 ).


E qui arriviamo alla posizione di Carlo Freccero il quale, da uomo di televisione, si pone il problema di come questo mezzo possa recuperare una sua funzione culturale. Scarta subito l’idea che il pluralismo possa essere una ricchezza in sé: “Una molteplicità di reti ispirate alla moltiplicazione del profitto e dell’audience non significa pluralismo, ma allineamento di tutte, alle leggi del pensiero unico” (p. 145).

 

Mainstream

 

Ma Freccero dribbla subito le secche del pessimismo: ispirato dal celebre saggio di Steven Johnson Tutto quello che fa male ti fa bene (2005), dice che nella società dell’immateriale si riconosce sempre meno il valore del “bagaglio culturale” e sempre più quello di  creatività e intelligenza. “La TV rende intelligenti – dice Freccero – quando implica uno forzo mentale crescente per seguire in contemporanea e a velocità accelerata una molteplicità di trame, di vicende e di intrecci. Proprio come un videogame implica concentrazione, agilità mentale, coordinamento e attenzione esasperata” (p. 154). Invoca statistiche sull’innalzamento del quoziente intellettivo che non possono non sorprendere chi, come me, è a contatto quotidiano con una generazione che annaspa di fronte a ogni ragionamento astratto e al compito di stare attenta per più di cinque minuti a una lezione senza supporto di immagini.

 

Sono tuttavia totalmente d’accordo con Freccero sul fatto che il prodotto seriale contemporaneo sia in molti casi una forma letteraria di livello e che ci sia più verità sulla relazione uomo-donna in Sex in the city che in tutte le confessioni in diretta dei Reality Show. Del resto la qualità eccezionale delle serie statunitensi è spiegabile con le nuove forme di produzione delle stesse: se andiamo a leggere un altro “integrato” contemporaneo, Frédéric Martel (Mainstream, 2010), veniamo a sapere che le case di produzione pescano i loro autori in un immenso bacino globale, che va da Mumbai a Rio. In questo modo, innumerevoli giovani sceneggiatori lavorano a più mani talvolta a basso costo e in un regime concorrenziale spietato. Insomma, è come mettere insieme una squadra di calcio selezionando i giocatori su più continenti: è più facile trovarne di veramente bravi così che non girovagando in cerca di talenti nelle valli della bergamasca.

 

Ma il vero punto da discutere è il seguente: questo prodotto oggettivamente complesso e di qualità è in grado di produrre un pubblico più intelligente e colto, qualsiasi cosa possano significare oggi questi due aggettivi? Insomma, arrovellarsi su Lost allena a studiare e capire La critica della ragion pura? Si può dire che i raffinati socio drama di oggi siano propedeutici alla lettura di Max Weber? Oppure la domanda è mal posta perché di Kant e compagnia bella non ce ne facciamo più niente e, tornando a Freccero, “la cultura riesce ad attirare il pubblico quando si fa evento ed è capace di generare condivisione e discussione”. Ma questa cultura-evento, che cultura è, cosa rimane al visitatore di una mostra, o all’ascoltatore di un dibattito letterario o filosofico in piazza?

 

Prendiamo un evento come quello che c’è ora a Bologna: finalmente in Italia La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer! Migliaia di visitatori incantati che mai si sarebbero sognati di andarlo ad ammirare nelle umbratili stanze del Mauritshuis dell’Aia (con un volo low cost che costa meno di una Freccia per Bologna) ma che sono trascinati dal desiderio di vedere “l’originale” di quanto hanno conosciuto in un omonimo film (Peter Webber, 2003) o in un omonimo best-seller (Tracy Chevalier, 1999).

 

Ragazze con l'orecchino di perla


Forse sarebbe istruttivo andare con un microfono a registrare i commenti dei visitatori. E se preferissero la Johansson?

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