Durbiano. Etiche dell'intenzione

«E il Quaracchi non sospetta di nulla» è l’affermazione che – racconta Fortini cambiando il nome proprio con un sostitutivo di fantasia – Montale avrebbe riferito a un noto uomo di lettere per rappresentare esemplarmente la quota di malafede insita al fondo di ogni postura accondiscendente. In un’epoca che ha saturato i paradigmi, l’assenza di sospetto e l’omissione delle prospettive equivalgono al gesto estremo del voler assicurare se stessi fuori tempo massimo.

 

In Etiche dell’intenzione. Ideologia e linguaggi nell’architettura italiana (Milano, Marinotti, 2014) Giovanni Durbiano attualizza questa condizione portando allo scoperto una volta per tutte la collusione culturale, grammaticalizzata e resistente, tra autorialità e architettura.

 

Il discorso inizia dalla presa d’atto di un dato storico: alla metà degli anni Cinquanta i principi posti a fondamento del Movimento Moderno vengono drasticamente messi in discussione, e questo ad opera di una generazione di architetti nati tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta – i cosiddetti “nuovi maestri”, secondo la definizione vagamente sfidante di Bruno Zevi –, rifondatori di un nuovo modo di fare architettura: Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Guido Canella, Roberto Gabetti, Vittorio Gregotti, Aimaro Isola, Luciano Semerani (la vicenda viene ricostruita e documentata da Durbiano nel volume I Nuovi Maestri. Architetti tra politica e cultura nel dopoguerra, Venezia, Marsilio, 2000).

 

I termini della rifondazione prescrivono, ci dice Durbiano, almeno tre azioni: l’emancipazione dell’architettura dai vincoli che la legavano all’estetica e ai «linguaggi convenzionalmente approvati»; la volontà di «costruire secondo l’occasione le proprie narrazioni e la propria legittimità d’azione»; la creazione di un contesto operativo grazie al quale «l’architetto cessava di sancire e formalizzare le condizioni di un possibile accordo sociale: la città moderna; e rinasceva come produttore di costruzioni culturali e produttore di rappresentazioni simboliche» (pp. 7-8).

 

Tali istanze programmatiche emancipatrici si rimodulano nel tempo inscrivendosi con precisione in una categoria che ha informato di sé il sapere e la pratica architettonica sino a oggi, l’«autorialità»: «autoriale è la natura del confine simbolico che [gli architetti in oggetto] disegnano per definire la propria riconoscibilità; autoriale è – immancabilmente – la loro pruduzione progettuale ed edilizia; autoriali sono i testi con cui essi costruiscono la propria fortuna accademica e istituzionale» (p. 8).

È a partire da questa disamina storica e dalla verifica del potere performativo dell’ ‘essere autori’ che muove l’analisi critica di Etiche dell’intenzione, tarato per scuotere i Quaracchi del caso dalla loro sicurezza indisturbata.

 

Lo sprone sta nella serie di questioni che vengono poste e su cui Durbiano convoca a discutere: 1) il ruolo effettivo dell’intenzionalità autoriale come garante e omologatore di esiti figurativi dissimili; 2) i limiti dell’«egotismo linguistico» che caratterizza l’architettura italiana al cospetto dei contesti internazionali; 3) gli esiti deterrenti della funzione autoriale rispetto alle condizioni necessarie per la formalizzazione dell’accordo sociale; 4) la violenta discrasia tra autorialità del soggetto che proietta se stesso nella pratica architettonica e la non-autorialità dell’ambiente sociale e fisico e dei vincoli operativi della progettazione; 5) l’appello al realismo come puro vocativo, ritornello mai tradotto in termini effettivi «in pietre, in realtà», da leggersi anche alla luce dei nuovi realismi contemporanei; 6) l’università italiana – le sue tipicità: gerarchica; equilibrio instabile tra ricerca scientifica, didattica, libera professione; establishment culturale – come fideiussore dell’autorialità in architettura; 7) il difficile negoziato, sia in termini teorici che di pratica professionale, tra la natura artistica e natura tecnica della disciplina; 8) l’autenticità dell’ideologia come movente.

 

Il collettore delle singole questioni è evidentemente politico: quali i termini del rapporto tra azione ed effetti nell’agire autoriale? Quali le conseguenze nel mondo e nel tempo di oggetti prodotti a partire dell’assolutizzazione di uno stile? Quale assunzione di responsabilità? Può «un’ossessione individuale sostituire lo scibile di un sapere critico e operativo» (p. 156)?

 

Nell’iterata sollecitazione rivolta agli acquiescenti, Giovanni Durbiano mostra di non voler risolvere un passaggio d’epoca con il facile e abusato strumento del parricidio, ma mette in atto una mossa più complessa che prevede, invece, l’inclusione e rende dialetticamente produttiva l’antitesi – come scrive Scott Fitzgerald ne Il crollo, «il banco di prova di una intelligenza superiore è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare».

 

A partire da un discorso calibrato sull’architettura italiana, Etiche dell’intenzione spinge quindi a una riflessione trasversale, che assimila saperi anche distanti, quelli che hanno assistito negli ultimi anni alla cristallizzazione di teorie, metodi, prospettive e hanno reagito al ristagno “non sospettando di nulla”.

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