Gli spazi della politica

Viceversa è una nuova rivista di architettura online. Diretta da Valerio Paolo Mosco, ha appena pubblicato il primo numero dedicato a “Gli spazi della politica”, curato da Giovanni La Varra. La rivista uscirà con periodicità bimestrale, il secondo numero, dedicato al cantiere e curato da Pietro Valle, uscirà a fine maggio 2015.

Viceversa #1 si trova su 011+ o su ISSUU.

 

Del primo numero pubblichiamo l’articolo del curatore.

 

 

 

 

Si potrebbe datare con una certa precisione il crollo dell’influenza del comunismo in Italia, in Europa e nel mondo. Nell’estate del 1986, dopo anni nei quali la Festa dell’Unità milanese veniva organizzata sul Monte Stella – la “montagnetta” pensata da Piero Bottoni a conclusione del disegno del QT8 – il più grande partito comunista dell’occidente, il PCI, decise di spostare la festa alle pendici del Montestella, nel parcheggio e nello spazio appena inaugurato del Palatrussardi, ove tuttora si svolge. Il Palatrussardi, un luogo per “eventi”, opera temporanea e smontabile, era allora uno dei segni che la nuova politica del PSI craxiano aveva depositato nella città: un grande tendone retto da una tensostruttura, con un nome sponsorizzato, che rimandava al mondo della moda e dell’effimero. La Festa dell’Unità al Montestella era scomoda, impervia, frammentata tra le radure e le macchie, innervata da un percorso disagevole, sconnesso, non praticabile da tutti e scomodo per i mezzi di approvvigionamento. Ma era in un luogo simbolico. Anche il Palatrussardi – che da allora ha cambiato nome innumerevoli volte – era ed è un luogo simbolico, ma di altra natura. Pierluigi Nicolin ha descritto efficacemente questo edificio all’inizio degli anni ’90:

Il Palatrussardi può essere considerato un simbolo del regime? La risposta non è semplice (…). In effetti sotto la tenda si sono tenute importanti manifestazioni politiche e alcuni celebri concerti. (…) In quanto al suo aspetto esteriore, la tenda (…) appare come una struttura senza particolari pregi architettonici, un banale oggetto standardizzato. (…) Al tendone tutt’al più si può imputare di non essersi comportato come una buona struttura mobile, insomma di essere rimasto fermo per troppo tempo in quel posto” (Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp. 13-15).

 

Il parcheggio del Palatrussardi, la fermata del metrò, la connessione con una strada di grande traffico: il paradigma dell’accessibilità sostituiva il prestigio del simbolo. L’accessibilità diventa, nei primi anni ottanta, il nuovo principio ordinatore delle funzioni urbane degli edifici simbolici, rendendo il Montestella un paesaggio improvvisamente appartenente al passato. Così i luoghi simbolici, se casualmente non ricadevano nel nuovo paradigma dell’accessibilità, passavano di grado: diventando monumenti e li si poteva facilmente dimenticare. Cosa che, ancora oggi, caratterizza la splendida intuizione di Bottoni.

 

 

 

La rinuncia al simbolico ha caratterizzato tutta la politica italiana degli ultimi anni. In realtà, come un contrappasso, è stata proprio questa rinuncia ad aprire le fila di una incredibile e affannosa rassegna di luoghi effimeri e simbolicamente deboli: palasport, loft, pratoni, camper, eremi, predellini, girotondi, traversate dello stretto. Ma questa tumultuosa sequenza non è riuscita a nascondere il vuoto su cui si sosteneva questo incredibile agitarsi. Tanto che nessuno di questi spazi è durato, nessuno ha assunto un duraturo ruolo politico, consumati dal loro stesso carattere effimero. Forse è un fenomeno che non riguarda solo la politica italiana, per certi versi il simbolico è rimasto in mano al potere più ottuso e violento e, quasi per distinguersi, per denotare la propria “leggerezza”, il potere democratico occidentale è entrato nell’ottica dei luoghi evento, dei luoghi da comunicare piuttosto che da abitare. Ma questa rinuncia ad andare nel profondo dei luoghi, ha “sradicato” la politica. Essa si è messa a vagare nello spazio, come tante altre cose che fluttuano: i flussi finanziari, la fama, l’informazione, il complotto. Rinunciando alla stabilità dello spazio, la politica ha perso l’occasione di mantenere il contatto con le dinamiche sociali che, non a caso, incidono sempre nello spazio stesso, anche quando nascono da forze immateriali. Il tramite dello spazio, tra politica e società, si è improvvisamente interrotto negli ultimi anni del secolo scorso. Sezioni, circoli, oratori, fabbriche, scuole, università, tutta una rete capillare di luoghi comuni alla politica e della società si è disgiunta. Certo, era quella una società di grandi comportamenti collettivi. Ma se è cambiata la natura del sociale, in che modo la politica ha cercato di tenere dietro a questo mutamento? Lo spazio della politica in una società frammentaria non può certo essere simile a quello della società precedente ma, pure, quale riflessione è stata attivata per capirne la nuova portata?

 

Ovviamente non possiamo sottovalutare che la politica è anche intrigo, palazzo, tattica, silenzio, attesa. Ma, a monte di queste dinamiche, società e politica, parlandosi, hanno per molto tempo provato a sostanziarsi l’un l’altra, e anche l’intrigo, anche il palazzo, erano in qualche modo l’eco lontana e magari distorta di un contatto e di uno scambio che pure, altrove, avveniva.

Ma, rinunciando allo spazio, la politica ha rinunciato alla sua natura più intima e, insieme, più visibile e duratura, quella di essere anche costruttrice di luoghi simbolici, di accentuare alcuni brani della città e del territorio per cavarne essenze nascoste, per farli diventare materia collettiva e trasmissibile. E questa latitanza si è poi allargata dagli spazi propriamente politici a tutto lo spazio: la città, l’architettura, il paesaggio, il territorio. La politica ha rinunciato a utilizzare lo spazio e questo, ha perso peso, non ha più, nei luoghi simbolici, le sue coordinate maggiori.

 

Una politica asettica, vede nell’architettura e nel disegno della città, pratiche ancora troppo gravate di funzioni simboliche da poterle far rientrare nel suo nuovo alveo. Questo accade ora che la politica si è finalmente e totalmente liberata, nel profondo,

del simbolo, pur mantenendo, almeno in superficie, una parvenza di simbolicità talmente evanescente che siamo tutti disposti a guardarla con condiscendenza. Ne deriva che l’architettura contemporanea, se vuole assecondare questa politica, non ha altra possibilità che rappresentare la sua latitanza, e lo fa dando luogo a figure massicce e “vuote”, sovradeterminate, esuberanti, cariche di una violenza repressa, di un formalismo personale e manierato, monumenti senza fondamento e senza collettività. Non è forse un caso che, proprio all’inizio di quegli anni ottanta a cui possiamo far risalire l’origine di questo distacco tra politica e spazio, Roberto Calasso, con La rovina di Kasch, racconta la storia di Talleyrand – ministro prima di Luigi XVI, poi di Napoleone e infine cerimoniere del Congresso di Vienna – un uomo del potere che “sapeva che l’obiettivo era ogni volta quello di reggere per qualche anno”. Il racconto, apparentemente anacronistico di Calasso, a pochi anni dal delitto Moro, rievocando l’oscura figura di Talleyrand, preconizza la deriva della politica verso un mondo in cui “le cose non hanno più un peso stabilito (…). Nulla poggia” per cui “non ci sono principi, ci sono soltanto avvenimenti" (Bompiani, Milano 1989 (1983), pp. 36, 39 e 46).

 

  

 

Questo apparente parlar d’altro, è in realtà un ritratto preciso del distacco tra politica e dimensione spaziale, un ritratto del tempo in cui Calasso scrive, andando ad intuire la portata di un divaricamento che continua ad allargarsi tanto più quando in esso si infilano, scintillanti come meteore, i luoghi fragili e di breve durata che abbiamo visto avvicendarsi in questi ultimi anni. Ripensare i luoghi della politica oggi significa fare i conti con una società molteplice, capricciosa, esigente, ma anche tenace e consapevole delle sue risorse. Si può ripartire dai luoghi delle sconfitte, dall’immensa città porosa che abita dentro la città contemporanea, e che è stata liberata dai progetti irrisolti, fuori scala, che ha prodotto un tessuto di rovine senza storia, di progetti senza misura. È una città negativa di edifici vuoti, simboli a modo loro, di questo tempo. In questi luoghi è possibile immaginare che la “macchina” del partito e le istanze della società si incontrino come elementi che convivono, che coabitano uno stesso luogo. I partiti diventano più leggeri, ma non perdono rappresentatività politica e istituzionale. Il loro peso ridotto può essere compensato da luoghi strutturati per aprirsi alla società, al fluire delle idee e dei progetti, alle nuove forme di abitare, lavorare e scambiare beni, che,oggi in modo fragile e frammentario, molte diverse realtà stanno isolatamente esplorando. I luoghi stessi della politica devono diventare piccoli esperimenti, dove la società dispiega il nuovo, dove si caricano di significato le cose che, nel suo seno, stanno lentamente prendendo corpo.

 

Dobbiamo immaginare luoghi porosi, “passanti”, aperti, dove la politica si rappresenta anche per conto dei brani di società che seleziona, ospita e accoglie, dove soprattutto si rappresenta tramite questa. Anni fa, in un saggio del 1959, Italo Calvino tratteggiava la condizione della società del suo tempo come “sommersa dal grande mare dell’oggettività”, una società che rischiava di rimanere annichilita dal “flusso ininterrotto di ciò che esiste”. Le condizioni non sembrano oggi molto diverse. Il grande mare dell’oggettività era l’anticamera di un mondo dove “le cose (…) vanno avanti da sole" (Calvino, Il mare dell’oggettività, in Id., Una pietra sopra, Einaudi, Torino 1980, (1959), pp. 39 e 42). Ma proprio perché le cose, invece, non vanno avanti da sole, è necessario tornare a immaginare nuovi spazi della politica, che abbiano della politica un’opinione più alta di quella che la stessa politica ha di sé stessa.

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