Lettera a Hitler

“Avevo pensato alle frustate che ricevevo da mio padre quando ero un bambino. Era per me penoso oltre che doloroso. Ma come potevo odiare mio padre che mi aveva generato e mi aveva dato il suo nome? Non lo faceva forse per il mio bene? Sentivo negli aguzzini qualche cosa di paterno. La Bibbia non dice forse che Dio castiga chi ama? Io ero figlio di quella nazione ed ero disposto a perdonarli con lo stesso sentimento che avevo provato per mio padre. Erano parte di me, come potevo provare rancore? Era una situazione schizofrenica. Sentivo nello stesso tempo pena, rabbia e compassione.” (Armin T. Wegner)

 

Quella stessa compassione che Hitler toglie di mezzo quando, nel 1939, scrive: “Chi, dopo tutto, parla oggi dell'annientamento degli armeni?” e, prima di questa frase, sostiene che velocità e brutalità sono le caratteristiche della sua guerra, che bisogna cancellare ogni misericordia e compassione per distruggere il nemico, che la sua meta non è la conquista, ma la distruzione.

Questo accesso radicalmente fobico, caratteristico del “Grande dittatore” – in questo intervento, Hitler si mette a confronto con Stalin e Mussolini e, quanto a crudeltà, predilige Stalin – lo porta ad annientare il mondo. 

 

Sei anni prima di allora, Wegner si pone il problema di scrivere al Padre della Patria, si colloca nell'orizzonte paterno, non nella funzione, ma nell'origine. Nella relazione tra due sentimenti: paura e coraggio. Il libro di Gabriele Nissim Lettera a Hitler (Arnoldo Mondadori, p. 304), è un appassionante romanzo che narra questa storia, la storia di Armin Wegner, raccolta nel 1976 da Johanna Wernicke-Rothmayer, che dieci anni prima era stata la segretaria di Wegner a Roma. 

Mi interessa riconsiderare, sulla base del testo di Nissim, il singolare profilo psicologico di un uomo coraggioso, che ha avuto paura. Nel 1933 Wegner viene torturato e picchiato per avere scritto la sua Lettera a Hitler, che il testo di Nissim riporta in appendice. Gesto inusitato, sconsiderato, come se Wegner, nel 1933, forse con molti altri, pensasse a una sorta di reversibilità del totalitarismo nazista. Quella lettera, per alcuni aspetti, somiglia alla Lettera al padre di Kafka, ma se in Kafka c'è ancora una speranza di dialogo, qui suonano le iscrizioni che giacciono sulla porta dell'inferno di Dante.

Kafka, in quella lettera del 1919, conosciuta solo nel 1952, scrive dell'ambivalenza del figlio nel rapporto con un padre autoritario. 

 

Le considerazioni di Kafka vanno nella direzione della singolarità rispetto alla sua esperienza; smentiscono, almeno in parte, la teoria generale di Horkheimer intorno all'autorità familiare. Per Horkheimer, che riprende il triangolo edipico, l'autoritarismo paterno favorisce un timore reverenziale nel figlio. Sentendosi minacciato, il figlio sviluppa un senso di sudditanza legato alla paura di sfidare la potenza paterna e all'amore che prova per chi lo ha originato. Precisamente il contrario quel “sapere aude!” kantiano con cui si apre il libro di Nissim. 

Secondo Horkheimer, questa educazione violenta è destinata a produrre nel figlio un tipo di sudditanza sociale che lo porta ad ammirare il capo assoluto con lo stesso senso di sottomissione che prova per il padre. L'adesione di massa al totalitarismo viene spiegata attraverso una visione univoca e determinista dell'Edipo.

 

 

Tuttavia Kafka e Wegner sembrano smentire questo esito necessario. Lo smentiscono in modi differenti. Kafka scrive a proposito degli inganni della finalità cosciente; l'agrimensore K., invitato a lavorare al Castello, non lo raggiunge mai, sensazione onirica, delirante, che somiglia alla vita del soggetto. 

Wegner diventa, al contrario delle aspettative del fondatore della Scuola di Francoforte, un uomo coraggioso, testimone di due massacri quello turco e quello tedesco, che denuncerà al mondo. 

Ma se rileggiamo il passo che ho citato in apertura, notiamo che Wegner fa riferimento a una situazione schizofrenica, al rischio della schizofrenia, che non è affatto quello della gregarietà dell'uomo massa. 

Che cosa intende Wegner? Wegner indica che l'autorità del padre non basta, che è insufficiente, che non è condizione necessaria alla sottomissione. Ho conosciuto, nel mio lavoro clinico, molti uomini picchiati, umiliati, abbandonati e disprezzati dal padre. Il paradosso enunciato da Wegner è lancinante, lo rileggo: “Avevo pensato alle frustate che ricevevo da mio padre quando ero un bambino. Era per me penoso oltre che doloroso. Ma come potevo odiare mio padre che mi aveva generato e mi aveva dato il suo nome?”.

 

Un giovane uomo soffre disperatamente per l'abbandono della sua compagna, proprio mentre accade, ricorda qualcosa, le botte e il disprezzo del padre verso di lui durante l'infanzia, mi chiama, comincia a frequentare i nostri incontri. Non sto scrivendo di un caso specifico, ma di tanti che me ne sono capitati. Raccontare, ricordare, cura. Potremmo allora pensare, in un certo senso, che Johanna Wernicke-Rothmayer sia stata la terapeuta di Wegner: lo ha ascoltato raccontare.

 

La vita di Wegner, come quella di qualsiasi altra persona coraggiosa, non fu perfetta. La Germania, alleata alla Turchia, non ha interesse a divulgare la notizia dei massacri armeni. Wegner, per una serie di circostanze raccontate nel libro di Nissim, assiste ai massacri, raccoglie materiale documentario e condanna le atrocità. 

 

“Wegner nel 1916 esprimeva di fronte ai massacri degli armeni la sua visione realistica della vita. Era vano cercare di cambiare il mondo, perché tutto si ripeteva inesorabilmente, ma lui ci provava sempre.”

 

Tuttavia alcuni storici rilevano le ambiguità e le incoerenze di Wegner: nello stesso 1916, a novembre, anziché denunciare il massacro al quale ha assistito, al contrario scrive articoli a favore dei Giovani Turchi e dell'alleanza della Turchia con la Germania. Solo nel 1919 mostrerà la documentazione fotografica dei massacri. Che accadde?

Wegner, il ribelle che paga le sue ribellioni e che di nuovo, nel 1933, le pagherà in virtù della lettera a Hitler, nel 1916 esita di fronte al suo coraggio. Per Nissim: “Aveva avuto bisogno di tempo per arrivare a certe conclusioni”. Il contesto lavorativo – a quel tempo lavora al reparto giornalistico della sesta armata tedesca – gli impedisce di manifestare apertamente il suo dissenso, forse teme di essere cacciato, di non avere sufficiente lealtà nei confronti della sua patria. 

 

Il contesto spesso cambia le persone, si può diventare prigionieri di una narrazione sovra personale, la guerra rende ciechi anche altri autori, si pensi al Tomas Mann delle Considerazioni di un impolitico, o al medesimo patriottismo mostrato da molti ebrei nei confronti della Germania, che possiamo ricordare raccontato in L'amico ritrovato di Fred Uhlman e in molte altre opere storiche e letterarie. 

È impossibile giudicare oggi le esitazioni di Wegner se non si considera il cambiamento radicale introdotto dal nazismo, che porta alla rovina e alla distruzione dell'Europa. Prima dell'avvento di Hitler, e anche durante la Prima guerra mondiale, essere tedeschi significa ben altro, significa avere, per la patria, lo stesso rapporto originario che si è avuto con il padre. 

 

 

La lettera a Hitler è da considerare una lettera al Padre della Patria, serve a fermare il suo delirio insano e ottiene, come risultato, le stesse frustate che il padre ha inferto al figlio. Ma, come il figlio si è trasformato in un coraggioso ribelle davanti al padre, così diventerà un importante voce di opposizione al regime di Hitler negli anni a seguire. Da questa, come da altre testimonianze, impariamo che gli eventi storici hanno un carattere di irreversibilità costitutivo, che la storia si ripete e che il coraggio consiste nel provarci sempre, nell'introdurre quell'elemento di reversibilità del tempo che è la memoria.

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