Buzzi e Steinberg. Mirabilia tascabili

Sondrio, Museo Valtellinese di Storia e d'Arte. Uno striscione: Aldo Buzzi e Saul Steinberg. Un'amicizia tra letteratura, arte e cibo. «Il percorso della mostra inizia da quella parte?», domando all'impiegata del museo indicando l'ingresso. Mi risponde a metà fra lo stupito e il perplesso: «Veramente... Di solito noi iniziamo di là, dall'altra parte, al Credito Valtellinese...». Vorrei replicare qualcosa in merito a quel “di solito” e alla mancanza di indicazioni. Lascio perdere. Meglio farsi spiegare la strada. Provo a ripeterla, ma mi confondo subito. S., che fino a quel momento è rimasta al mio fianco, attrezzatura in spalla, senza dire una parola, mi interrompe: «Non preoccuparti, ho capito dov'è. Vieni». La seguo. Mentre percorriamo i cento metri che separano le due sezioni della mostra, penso che la situazione non stonerebbe in un libro di Aldo Buzzi.

 

La Galleria del Credito Valtellinese è piccola, deserta e silenziosa. Niente personale, niente visitatori. Il ronzio dei faretti al neon è il solo rumore. Mentre S., con la sua solita prontezza, inizia quasi subito a scattare le foto, io mi aggiro un po' distratto fra gli espositori. L'allestimento assomiglia a un disegno di Steinberg o una pagina di Buzzi: essenziale ma accurato. I materiali, centocinquanta pezzi fra libri, disegni, lettere e fotografie, sono in larga parte inediti. In un attimo, l'aria distratta lascia il posto alla curiosità.

 

Saul Steinberg, “Senza titolo” (1978). Ph. Sofia Petraroia

 

Buzzi e Steinberg: da parecchio tempo i loro libri mi tengono compagnia sugli scaffali di camera mia – anzi, sul comodino. «Libri da notte», da regalare «agli amici (e alle amiche) di genio»: così li definisce Giò Ponti in una lettera tutta svolazzi e ghirigori, esposta nella seconda sala, accanto a quelle di Flaiano e Mastronardi. Per quanto mi riguarda, ha perfettamente ragione.

 

Aldo Buzzi e Saul Steinberg si erano conosciuti nelle aule dell'allora Regio Politecnico di Milano, all'inizio degli anni Trenta. Erano due studenti di architettura un po' sui generis. Buzzi, originario di Como, aveva iniziato studiando musica: «Volevo diventare un concertista, dato che avevo un buon orecchio. Ma poi ho capito che non sarei mai stato un genio musicale». Aveva scelto architettura dietro consiglio di suo cugino, l'architetto Tomaso Buzzi: «È una facoltà che prepara a mille mestieri. E così è stato». Nato in Romania, di quattro anni più giovane, Steinberg proveniva invece dai corsi di filosofia dell'università di Bucarest. Ma la passione per il disegno alla fine aveva prevalso: per dirla con Buzzi, era «nato per disegnare come Fred Astaire è nato per ballare».

 

Il loro ritrovo era il “Bar del Grillo” di via Pascoli (oggi demolito), miscuglio un po' equivoco di trattoria, pensione e balera. In una delle camere al primo piano, Steinberg disegnava le vignette per il Bertoldo di Zavattini e si godeva i primi frutti del proprio talento. Purtroppo non durò a lungo. Prima le leggi razziali e poi la guerra li separarono. Ripresero i contatti nel 1945: Buzzi lavorava nel cinema, con innumerevoli incursioni nell'editoria, come il Taccuino dell'aiuto-regista (1944) e i volumetti della Cineteca Domus (1945); Steinberg, approdato negli USA, si accingeva a pubblicare il primo dei suoi libri – titolo programmatico: All in a Line. Da allora non si persero più di vista.

 

Ph. Sofia Petraroia

 

In queste teche c'è insomma il precipitato di un sodalizio durato mezzo secolo. Sono convinto che questi oggetti, oltre a raccontare una vita – anzi, due – nascondano qualcosa di più profondo, e segreto. Il segreto di quell'arte “provinciale” (Steinberg dixit) che è la vera amicizia? Chissà. Sicuramente emanano un fascino speciale, i libri soprattutto, con la loro grafica squisita, la cura nell'impaginazione, la qualità della carta: non per niente erano affidati a personaggi come Bruno Munari o lo stesso Buzzi. Libri-oggetti talmente perfetti che Steinberg arriva a crearne con le proprie mani un simulacro: un Piccolo diario americano in legno, quasi identico all'originale.

 

Ph. Sofia Petraroia

 

(Rifletto sul sottotitolo della mostra, sulla triade letteratura-arte-cibo. Si parla molto di «approccio colto e ironico al cibo», del «miglior omaggio che uno scrittore e un artista possano fare al cibo e alle sue valenze culturali». Guardando attorno, mi pare tutto sommato un elemento marginale. Perché tanta importanza? Un “effetto collaterale” di Expo 2015? S. mi indica una frase di Buzzi che campeggia su una parete della sala: «Nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo». Ci scambiamo un'occhiata significativa.)

 

Secondo Charles Simic, i libri di Steinberg (e quelli di Buzzi, aggiungo io) rinverdiscono «la vecchia tradizione dei libri che illustrano le meraviglie dei luoghi lontani», quei «resoconti veritieri di esploratori che descrivono favolose città e degli animali in cui si sono imbattuti i loro viaggi». Highways, stazioni di servizio, drugstores, ristorantini scalcinati, latterie, insegne di negozi... I mirabilia di Steinberg e Buzzi non posseggono, all'apparenza, niente di sorprendente. Poi però penso ancora a Simic, a quello che scriveva a proposito dell'arte di un altro “maestro nascosto” del Novecento, Joseph Cornell: «La banalità è miracolosa se vista nel modo giusto, se riconosciuta».

 

Ph. Sofia Petraroia

 

Nei suoi taccuini Cornell sognava di «essere immerso in un mondo di totale felicità in cui ogni cosa insignificante si impregna di significato». Ignoro se Steinberg conoscesse queste parole. Può darsi che Simic, suo amico negli ultimi anni, gli abbia raccontato di Cornell, dei suoi andirivieni per le strade di Manhattan, delle sue scatole capaci di condensare interi universi. Non so. Penso a tutto questo mentre guardo Breakfast Still Life (1974) di Steinberg. È solo una tavola apparecchiata per la colazione o un piccolo altare privato? In questa ordinata congerie di oggetti può persino capitare che un piccolo mobile di Calder faccia capolino dietro alle tazze da tè e alle fette di pane imburrate, al giornale piegato in due e alle buste di posta aerea.

 

Saul Steinberg, “Breakfast Still Life” (1974). Ph. Sofia Petraroia

 

(Mezz'ora dopo, appena prima di andare via, scopro che Steinberg aveva un debole particolare per le buste in questione. In una saletta viene proiettata un'intervista, realizzata nel 1967 da Sergio Zavoli per la Rai: «Io sono contro il parlare e lo scrivere e penso che basterebbe spedire e ricevere delle buste», spiega Steinberg al giornalista: «La vista di una busta di posta aerea, dei timbri, dei francobolli... ci avverte che stiamo ricevendo notizie dall’estero, e queste sono cose che amiamo».)

 

S. e io siamo tornati al museo per concludere il percorso espositivo. Qui, oltre a noi, ci sono altri due visitatori, che però non sembrano badare troppo alla nostra presenza, e in pochi minuti li perdiamo di vista. Ci troviamo nella penultima sala della mostra. ai lati, copie dei libri di Buzzi, corrette di suo pugno, a matita: «Copia corretta – per traduzione o riedizione italiana». Ripenso a quanto fosse importante per lui l'arte del cancellare: «Le cancellature, parte essenziale. Ricordo di aver imparato a cancellare da Emilio Cecchi [...] una serie di aste parallele molto fitte, che però lasciavano trasparire il testo cancellato. Una pagina con molte cancellature somigliava a un’acquaforte di Morandi».

 

Ph. Sofia Petraroia

 

Al centro, invece, c'è un grande espositore. Fra gli oggetti presenti, spiccano una decina di agendine: “Beograd '61”, “Port-au-Prince, 1979”, “Milano, ott. '64”, “Parigi '59”. In un un'occasione, Buzzi definì la propria scrittura «una metafisica tascabile». Eccola lì, sotto i miei occhi: mondi racchiusi in un taccuino, dove le “meraviglie lontane” di Giakarta non hanno nulla da invidiare a quelle di Gorgonzola o Crescenzago, e dove tra Lambrate e Parigi c'è solo lo spazio di un paragrafo, o anche meno. (Del resto, il sottotitolo de La lattuga di Boston non era forse Diario di un attimo?)

 

Ph. Sofia Petraroia

 

Proprio lì accanto – e non è certo un caso – trova posto l'ultimo libro pubblicato da Steinberg, La scoperta dell'America (1992). È aperto sulla riproduzione di Looking East (from Lexington Avenue) (1986), una delle tante varianti della celebre copertina del New Yorker del 29 marzo 1976, View of the World from 9th Avenue. Stefano Salis, in uno dei testi del (bel) catalogo della mostra, osserva che «la geografia trascolora nella storia, si fa memorie, ricordi e nostalgie [...] Terre che contano – qui e ora – terre che hanno contato una volta ma per sempre […] Una precisa rilevazione cartografica dei sentimenti».

 

Guardo l'orologio: quasi l'ora di chiusura. Il pomeriggio è volato. Dal momento che il prossimo treno per Milano è fra due ore, S. ed io ci mettiamo alla ricerca di un posto dove fare merenda.

 

Il cielo è ancora chiaro. Ripenso alla «cartografia dei sentimenti» mentre attraversiamo la lunga via Piazzi: è proprio qui, nella casa della nonna paterna, che Buzzi scriveva d'aver fatto in tempo a vedere, bambino, «la Russia di Čechov». Un tempo passato, già fattosi letteratura, che pure è ancora tangibile, “abitabile”. «Mi interessa molto il periodo che precede di poco la mia nascita, e mi dispiace di non averlo visto», gli fa eco Steinberg in Riflessi e ombre: «È un tempo così vicino a me che mi sembra di conoscerlo benissimo e mi intenerisce quando ci penso».

 

Arrivato alla fine della vita, Saul cercava di tornare all'inizio, o appena più indietro. Parecchie fra le ultime lettere inviate all'amico Aldo nei primi mesi del 1999, poco prima di morire, erano sistematicamente accompagnate da vecchie cartoline della Belle Époque: Montecarlo, Mosca, Saint Malo... Cosa può esserci di più banale di una cartolina? Ma se, come suggeriva Cornell, sappiamo «impregnare di significato» (di memorie, di ricordi) ciò che appare banale e insignificante, ecco che improvvisamente la realtà ci apparirà illuminata di una luce nuova, e unica. Eterniday era la formula (magica?) usata da Cornell.

 

Che sia questo il vero segreto, il legame profondo tra Buzzi e Steinberg?

 

 

 

Aldo Buzzi & Saul Steinberg. Un'amicizia tra letteratura, arte e cibo, mostra a cura di Marina Marchesi e Franco Salghetti-Drioli. Progetto di Andrea Tomasetig.

Sondrio, Museo Valtellinese di Storia e d'Arte (MVSA) e Galleria del Credito Valtellinese, fino al 24 maggio.

Forte dei Marmi, Museo della satira e della caricatura, 20 giugno - 1 novembre 2015.

ph. Sofia Petraroia

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