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Biennale di Berlino 2014

Prove per un restyling

Ha inaugurato a fine maggio l’ottava edizione della Biennale di Berlino. Sin dal 1998, la manifestazione tedesca coinvolge decine di artisti provenienti da tutte le aree geografiche in un mosaico di immagini e eventi dislocati per la città, facendo del recupero degli spazi dismessi e del carattere internazionale uno dei suoi tratti distintivi. Vetrina della ricostruzione culturale ed economica tedesca postunificazione, i contenuti della Biennale, al di là della selezione di opere e artisti o delle intenzioni curatoriali, si giocano inevitabilmente anche sulla scelta degli spazi che l’hanno ospitata nel corso degli anni.

 

L’essere stata teatro degli eventi storici che hanno riguardato gli equilibri internazionali per tutta la seconda metà del secolo scorso, fa di Berlino uno scenario forse troppo ingombrante per non considerarne il valore simbolico. Sarà per questo che una vocazione politica della Biennale, sia pure in forme diverse, non è stata mai assente?

 

Il curatore di quest’anno è Juan A. Gaitán. Di origini canadesi e colombiane, vive tra Città del Messico e Berlino, incarna l’immagine del curatore dal profilo internazionale e mantiene alta l’attenzione sulle possibilità politiche dell’arte e sul ruolo dello spettatore come “testimone della storia”. Gaitán viene, tra le altre cose, dall’incarico di curatore presso il Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam, ed è tutt’ora membro del comitato di acquisizione del FRAC di Dunquerke.

 

 

Dalla scelta degli artisti a quella delle opere e dei luoghi, non si può mai essere certi di quanto le soluzioni siano individuali o frutto di mediazioni con i vari soggetti locali, tuttavia nel complesso quello di Gaitán è stato un impeccabile esercizio di correttezza politica. A questo si aggiunga anche il fatto che ha lavorato con un team eterogeneo di artisti e curatori. Sei in tutto: Tarek Atoui, Catalina Lozano, Natasha Ginwala, Mariana Munguía, Olaf Nicolai e Danh Vo.

 

Provo a entrare nel merito cominciando da una prima domanda: quali gli spazi?

Per primo certamente il KunstWerke: sede storica e istituzionale della Biennale di Berlino, è la più nota anche perché è nel cuore di Mitte, il quartiere, divenuto sin troppo tirato a lucido, delle gallerie e degli studi d’artista. A questa si aggiungono però altre due sedi, inedite, e soprattutto insolite. Sedi che spostano il baricentro della manifestazione nei quartieri di Dahlem e Zehlendorf, nella periferia sudoccidentale della città.

 

Non più vecchi palazzi che portano ancora – in rari casi ormai – le cicatrici del conflitto mondiale, ma sedi istituzionali, testimoni della vita culturale di Berlino Ovest: il Dahlem Museen, che prima di ospitare la collezione etnografica custodiva l’intero corpus dello Staatliche Museen, e la Haus am Waldsee, villa costruita negli anni venti da un industriale ebreo e nel dopoguerra trasformata in un centro espositivo. Non potrei dire se si tratta di una scelta intenzionale o dettata da contingenze, ma l’impressione è che il tempo della ricostruzione sia alle sue battute conclusive, mentre si stanno invece ripensando la distribuzione dei flussi culturali, sociali ed economici della città, al di là dell’Ostalgie.

 

© Haus am Waldsee. Photo: Berndt Borchardt

© Haus am Waldsee. Photo: Berndt Borchardt

 

Per quanto riguarda invece la scelta degli artisti, questi provengono da ogni regione, europea e non, e coprono un ventaglio di argomenti che spaziano dalle conseguenze culturali, politiche e sociali dei processi di decolonizzazione, al recupero delle memorie artistiche, dei conflitti mondiali, della guerra fredda, delle condizioni ambientali e delle relazioni con l’architettura. Lungo anche l’elenco degli artisti che vivono e lavorano nella capitale tedesca, mentre molti di loro sono freschi dell’ultima biennale veneziana (2013) e di dOCUMENTA 13 (2012).

 

Ad esempio Julieta Aranda o Anri Sala (entrambi residenti a Berlino). La prima con un progetto che non ha più l’interesse politico della Time Bank vista a Documenta 2013, ma sembra allargare la dimensione di una scatola surrealista fino a poterci camminare dentro, composta di oggetti in questo caso ricostruiti e non trovati, dal video alla rete di corda. Il secondo ripresenta lo stesso lavoro veneziano, Ravel, Ravel, Unravel, privato della dimensione spettacolare ed esclusiva che aveva dentro al Padiglione Tedesco prestato alla Francia, e frammentato in due sedi distinte.

 

Julieta Aranda.  8. Berlin BiennalePhoto: Anders Sune BergJulieta Aranda. 8th Berlin Biennale. Photo: Anders Sune Berg

 

O ancora le performance di Danh Vo, che per l’occasione lavora con Jamie Stewart degli Xiu Xiu, o di Tarek Atoui. Tacita Dean, inglese residente a Berlino, è presente con una serie di opere, video, fotoincisione, e fotografia. Il suo diventa un ambiente sospeso nel tempo.

 

Goshka Macuga. 8th Berlin Biennale. Photo Tova Rudin-LundellGoshka Macuga. 8th Berlin Biennale. Photo Tova Rudin-Lundell

 

In merito ai contenuti e alle linee teoriche ognuna delle tre sedi ha una propria predominante. Ad esempio nella Haus Am Waldsee la relazione tra uomo, culture altre, memorie culturali, natura e tecnologia, trovano spazio nelle opere di diversi artisti.

 

Andreas Angelidakis, Crash Pad. 8th Berlin Biennale. Photo: Uwe Walter Andreas Angelidakis, Crash Pad. 8th Berlin Biennale. Photo: Uwe Walter

 

Mathieu Kleybe Abonnenc, con Sector IX B Prophilaxis of sleeping sickness (2014), recupera gli oggetti del Musée de quai Branly di Parigi, raccolti nella missione Dakar-Djibouti tra il 1931 e il 1933 e descritti da Michel Leiris nel suo giornale L’Afrique Fantôme. Patrick Alan Banfield con vyLö:t (2012) rileva le questioni del rapporto tra aridi paesaggi urbani e paesaggi naturali, contrapposti in una doppia video proiezione. Matts Leiderstam che riproduce fronte-retro le fotografie dei disegni della collezione del Nationalmuseum Image Archive di Stoccolma e le opere della Gëmalde Galerie di Berlino.

 

Carsten Höller, Color of Gold. 8th Berlin Biennale. Photo: Anders Sune Berg Carsten Höller, Color of Gold. 8th Berlin Biennale. Photo: Anders Sune Berg

 

Diversamente nel Museo di Dahlem, una delle intenzioni di questa sezione è sottolineare “l’incongruità tra l’approccio scientifico e quello empirico della conoscenza, o tra gli studi sulle società attraverso ciò che fanno, e gli scambi culturali che hanno luogo attraverso le culture materiali e la produzione culturale”. Qui le steli precolombiane e le ceramiche cinesi fanno da filtro alle diverse aree della mostra. Szondi/ Eden (2014) è l’installazione di Olaf Nicolai che riempie interamente la hall con un disegno geometrico bianco e irregolare stagliato sul fondo grigio del pavimento, riprendendo i motivi della sede di un centro commerciale abbandonato.

 

Olaf Nicolai, Szondi/Eden. 8th Berlin Biennale. Photo: Anders Sune BergOlaf Nicolai, Szondi/Eden. 8th Berlin Biennale. Photo: Anders Sune Berg

 

Più avanti Carlos Amorales, con The man who did all Things forbidden (2014), ci chiude in un sogno popolato di figure fragili e violente, dove la forte vicinanza con l’estetica visiva del film di Jarmush, Dead Man (1995) è oltremisura evidente.

 

Carlos Amorales, The Man Who Did All Things Forbidden. 8th Berlin BiennaleCarlos Amorales, The Man Who Did All Things Forbidden. 8th Berlin Biennale

 

Volendo “sminuire la tradizionale gerarchia degli spazi tra gli edifici e proporre una sottile differente relazione” il percorso, ribaltato dalla periferia al centro, prosegue e si chiude idealmente nella sede che tutti però hanno visto per primi. Il KW. Qui Zachary Cahill è ironico. Dalla serie Ussa Wellness Center, presenta Welivethemagic (2014). Un muro di moduli di cemento forati e rifiniti, come quelli che si usano per delimitare i confini di una proprietà, interrotto in questo caso da un eccedente graffito pittorico nel mezzo. A metà strada tra la narrazione sequenziale e la trasposizione astratta dell’immagine, Li Xiaofei allinea sei proiezioni video sulla fabbrica e la vita che le corrisponde. A ogni proiezione corrisponde un diverso momento, sottolineando i movimenti ripetuti e ossessivi che la fabbrica produce e che Li Xiaofei usa in maniera formale.

 

A guardare la mostra in una visione complessiva mi resta difficile trovare nel percorso e nelle singole opere una nuova radicalità. Se la mostra è uno spazio di discorso, una bacheca da colmare con aforismi, asserzioni e domande, ci si ritrova dentro una cornice che copre tutte le argomentazioni, in un esercizio diligente e lucido. Diversamente si potrebbe pensare alla Biennale come contenitore sperimentale, in cui il contesto diventa il contenuto, ma non ad opera dell’artista, bensì ad opera dell’Istituzione e del curatore.

 

Mario García Torres.8th Berlin Biennale.Photo: Anders Sune BergMario García Torres. 8th Berlin Biennale. Photo: Anders Sune Berg

 

Se adottiamo una delle dichiarazioni del curatore di voler rileggere la narrazione di Berlino, rispetto alla costruzione di identità di chi la abita, in opposizione ai flussi invadenti del turismo e nelle relazioni tra le nuove forme di lavoro e quelle storiche, va da sé che la seconda ipotesi pesa più della prima. Questo però metterebbe le opere in secondo piano. Oggetti di circostanza. E così non può essere.

 

Ma a questo punto si apre una domanda ulteriore, che poi è sempre la stessa da decenni: quali sono le possibilità politiche dell’arte? Nelle opere – stanche e già viste –? Nelle pratiche curatoriali e nel valore simbolico di nuove sedi che vengono scelte? Nel coinvolgimento di una selezione ristretta di artisti all’interno di un team operativo? Nella scelta di sedi già fortemente connotate? Nell’utilizzo di luoghi virali e spazi virtuali come il sito con l’intervento Senza titolo di Agata Gothe-Snape, e le cosiddette surplus venus: Excursus e 9 plus 1? E come considerare il fattore mercato? Il consolidamento di certi artisti e di certe opere, la creazione di gadget più accessibili?

 

Un bilancio sintetico? L’ottava Biennale di Berlino è un’edizione in tono minore, ma con dei punti di forza e capace di aprire delle questioni.

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