Davide Mosconi. Fotografia, musica e design

Ovvero della casualità dell'arte

Il nome di Davide Mosconi non è ancora molto conosciuto presso il grande pubblico. Eppure le sue opere sono state esposte in prestigiose istituzioni e gallerie in tutto il mondo, tra cui la National Gallery di Bruxelles, l’I.C.A. di Londra, la Guggenheim Foundation di Venezia, la Rayburn Foundation di New York; i suoi lavori sono stati scelti per la Biennale di Venezia nel 1991, nel 1993, nel 2001 e nel 2003. Nel 1963, appena ventiduenne, veniva considerato dalla stampa nazionale “il musicista di jazz italiano più personale e dotato”, mentre due anni dopo firmava, come fotografo, l’indimenticabile servizio su Sofia Loren scattato a Roma. Al MoMA di New York, quando nel 1972 si tenne la famosa mostra Italy: The New Domestic Landscape, il suo contributo figurava insieme ai più importanti designer di quegli anni. E se tra i suoi maestri troviamo Richard Avedon e Hiro, tra le sue frequentazioni si annoverano musicisti come John Coltrane e Cecyl Taylor, l’entourage di Salvador Dalì, gli amici e colleghi Ugo Mulas e Bruno Munari, tra i tantissimi che lo accompagnarono.

 

2112 note, 1990. Installazione alla Biennale di Venezia. Ph. Fabrizio Garghetti

 

Tutto ciò, intendiamoci, è per dire che di visibilità Mosconi ne ebbe, era assai inserito nella scena artistica milanese (perché, pur essendo un viaggiatore, milanese era e ben radicato nella realtà della città), nazionale e internazionale. Visibile, noto, eppure imprevedibile perché lontano dalle scelte obbligate, sempre un passo avanti rispetto al mainstream. Forse proprio per questo, per la sua inafferrabilità, il suo originale ed acutissimo lavoro non è ancora noto come si meriterebbe. Oggi pare il momento di portarlo alla luce nella sua vastità: il bel libro di Elio Grazioli Davide Mosconi: fotografia, musica, design, uscito lo scorso ottobre con le Edizioni Tip.Le.Co. e in versione ebook per doppiozero books, propone un puntuale studio monografico sulla poliedrica figura dell’artista ma lascia trasparire anche quella dell’uomo, nella sua sensibile complessità. Recentemente Elio Grazioli ha curato, in occasione dell’uscita del volume, un’antologica alla Galleria Milano (Milano, 7.10-28.11.2014), e un’altra retrospettiva è stata inaugurata il 17 gennaio alla Galleria Il Ponte (Firenze 17.01-13.03.2015, a cura di Emanuele Carcano, Gabriele Bonomo).

 

Ma chi era, dunque, Davide Mosconi? Nasce a Milano nel 1941 e muore fatalmente una sera della primavera del 2002. Studente brillante ma irrequieto, si diploma al Conservatorio Giuseppe Verdi della stessa città; poi si trasferisce a Londra, per studiare fotografia al London College of Printing, formandosi poi a New York come assistente di Richard Avedon e Hiro. Musica e fotografia, dunque: due ambiti solo apparentemente lontani, perché Davide sin dall’inizio li porta avanti in parallelo e poi li fa incontrare, li coniuga in una lettura sempre personale e per questo, oggi, riconoscibilissima come sua.

 

Si pensi all’aspetto dell’istantaneità, per esempio. Istantanea è, per antonomasia, la fotografia, ma lo può essere anche la musica, soprattutto quella degli scat e e delle improvvisazioni jazziste ed avanguardiste. Già nel 1963 partecipa a Jazz Italia, nel 1968 forma il Quartetto di free jazz con Gustavo Bonora, Marco Cristofolini e Enzo Gardenghi. L’improvvisazione viene spinta sino alla casualità con il gruppo ALEA (con Bonora e Cristofolini), le cui composizioni, aleatorie appunto, sono riconducibili all’ambiente Fluxus nella chiave di John Cage. Questi esempi, tra i tanti dettagliatamente raccontati da Elio Grazioli e tutti altrettanto eloquenti sulla coerenza della ricerca dell’artista, mettono in luce la consonanza con l’altro mezzo prediletto, la fotografia. Dalla prima metà degli anni Settanta lavora, in particolare, con la Polaroid, che permette il recupero dell’immagine immediata – istantanea appunto –, contro quella costantemente manipolata della pubblicità. Si noti che Mosconi, nel suo studio fotografico, lo Studio X, realizzava numerose campagne pubblicitarie, per aziende come Fiat, Rinascente, Olivetti, tra le tante. Anche in questi casi, la sua è una critica sottile che si insinua nel sistema pur rimanendovi all’interno. La condizione è di mantenere la propria originalità, sempre.

 

Davide Mosconi con John Cage, anni Ottanta

 

È tuttavia nella fotografia artistica, che Mosconi esprime appieno la sua urgenza, e, proprio attraverso la Polaroid, esplora la dimensione ludica dell’imprevisto. Come negli scatti realizzati per la personale alla Galleria Primopiano di Torino nel 1974, dove espone scatti degli stessi ambienti della galleria ripresi da punti di vista diversi, insieme a due immagini del suo corpo nudo, due autoritratti in cui si immortala tenendo la macchina all’altezza del tronco, senza mettersi in posa o scegliere il punto di vista. Un’azione, quest’ultima, che rivela possibilità espressive inaspettate e casuali, proprio per il suo approccio giocoso. Mosconi, condividendo il pensiero dell’amico Bruno Munari, rivolge ai bambini un’attenzione particolare, concentrata sul loro sguardo “primario”, libero da sovrastrutture. Alla ricerca artistica affianca infatti un’attività didattica in tal senso al Conservatorio di Milano con il corso La musica, il gioco, e con lo stesso Munari  nel laboratorio Giocare con i suoni.

 

Così come nella musica e nel jazz, nel lavoro di Davide Mosconi le possibilità espressive dell’Istante, sono orientate alla casualità anche per quanto riguarda la fotografia. Si pensi alla serie Drawing Air, realizzata tra il 1995 e il 1996, in cui l’obiettivo cattura gli oggetti nella sospensione di un lancio verso il cielo, o a quella della Polvere, del 1998-1999, in cui è registrato un altro lancio, questa volta di polveri di pietre preziose su una superficie di caucciù.

 

Drawing Air # 3, 1995-96.

 

Come evidenzia Elio Grazioli, l’istante, l’irruzione del caso, permettono un’unicità che trova la sua ragion d’essere non nei confini autoriali, bensì nell’impossibilità di ripetere ciò che è stato fatto in precedenza. “Il lavoro nasce da un mio vecchio desiderio: fare una musica che, senza alterare gli elementi che la costituiscono, ogni volta che viene suonata non è mai uguale a se stessa”, afferma Mosconi in commento a Sezione aurea (1971-2000), rimasta in fase progettuale e di cui quest’anno è stata pubblicata una parte, la Sezione Ritmica, composta da sei dischi vinilici vergini, sulla cui superficie sono tracciate linee algebriche con punte di differenti misure; i dischi vengono fatti suonare insieme, ma il suono ogni volta risulta diverso e inatteso.

 

Mosconi è stato un infaticabile sperimentatore, e la sua attitudine progettuale ha trovato espressione anche nel design. L’interesse per la materia emerge nel 1970, quando realizza il libro fotografico Design Italia ’70, in cui a immagini di oggetti, mobili, arredi ed interni si intercalano i ritratti dei loro autori. L’originalità del lavoro risiede nel fatto che le opere e i designer sono quasi tutti immortalati in primo e primissimo piano: qual è il confine tra l’autore e la sua creazione? E tra il fruitore e l’oggetto fruito? Che per Mosconi tale confine sia labile è evidente nella sua opera Quartetto, dove gli strumentisti sono integrati ai loro strumenti, impediti da strutture che li bloccano. Un design sempre di ricerca, anche quando esegue i lavori su commissione, come la Ciotola Sonora (1996), progettata per la ditta Pampaloni: si tratta di un vaso-ciotola in argento che, con l’aggiunta di uno stelo con sfera, può essere ‘suonato’.

 

La sovrapposizione tra ambiti e piani differenti è una nota distintiva del suo lavoro. Tale sovrapposizione, talvolta, viene realizzata visivamente sull’opera tramite buchi e rotture: si pensi alle sue fotografie ‘bucate’, sulla diapositiva o sul negativo. Lo squarcio apre ad una dimensione ulteriore, sia spazialmente (alla Fontana), sia ontologicamente, come negli Autoritratti bucati (2000), che sembrano riflettere sulla condizione fragile dell’uomo.

Qualsiasi cosa faccia Mosconi, d’altra parte, è un atto di rottura degli schemi, delle regole, delle delimitazioni spaziali, dei confini tra i linguaggi e le diverse discipline. Come nota Grazioli, “fa l’avanguardia, ma in modo tutto suo”: svincolato dalle ideologie, mai esplicitamente politico. Fondamentalmente libero.

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