Giulio Paolini. Essere o non essere

L'oracolo del silenzio

C’è una foto. Un uomo è affacciato alla ringhiera di un balcone. Il parapetto è in ferro battuto. L’uomo è distante. Se ne scorgono appena le sembianze. L’artista fotografa se stesso, poi, nello stesso punto, la sua immagine. La porta finestra è così chiusa e impedisce lo sguardo sull’interno: lo studio d’artista.

 

Giulio Paolini Essere o non essere, 1994-95 Allestimento Salone della Ragione, Padova, 1995 Foto Attilio Maranzano

 

L’autore è dentro e fuori l’opera. L’opera, Delfo IV (1997), è la quarta di una serie nata nel 1965 ed è la prima mostrata nella personale di Giulio Paolini, Essere o non essere, curata da Bartolomeo Pietromarchi e in corso al macro fino al 9 marzo. L’esposizione raccoglie una quindicina di opere, principalmente degli anni novanta e duemila, esplorando un aspetto centrale nella poetica dell’artista: l’atto creativo.

 

Giulio Paolini Segni particolari, 1996-2013 Courtesy l’artista

 

Cosa significa per Paolini creare immagine? I primi due lavori riassumono subito il concetto e il movimento della mostra attorno ai due poli artista e creazione. Se Delfo IV rimanda al primo, di fronte nella stessa sala, Big Bang (1997-98) ci riporta a piombo nell’altra dimensione. L’installazione ricrea idealmente lo studio di un artista, trasformato in modello. L’artista è assente. Ha lasciato la sedia vuota. In terra fogli accartocciati. Gettati. Tentativi scartati. E due tele ancora bianche. Il banco di lavoro è delineato da due cubi trasparenti. All’interno di uno dei quali la stessa immagine è riprodotta in miniatura: una sedia, tele vuote, una sfera di cristallo. Al posto dei cubi c’è un cavalletto da pittore con un piano rettangolare. Anche questo trasparente. Tela ideale. La creazione diventa qui un fatto universale. Qualcosa al di fuori dell’artista e da cui lo stesso è governato. Come spettatori osserviamo l’atto creativo, che si moltiplica nel suo stesso farsi, così come si potrebbe osservare la nascita dell’universo da un punto di vista sospeso.

 

Giulio Paolini Delfo (IV), 1997 Foto Paolo Mussat Sartor, Torino

 

Giulio Paolini Big Bang, 1997-98 Allestimento Kunstmuseum Winterthur, Winterthur, 2005 Foto Paolo Mussat Sartor Giulio Paolini

 

Delfo IV e Big Bang sono le due facce della stessa medaglia. Entrambi ritratti e autoritratti. Sintesi dell’idea della creazione artistica, eccedono l’identità del singolo.

 

In effetti l’artista genovese scansa da sempre l’idea di opera come enunciazione e ugualmente evita l’atteggiamento assertivo. L’autore non è “inteso come individualità autonoma e originale ma come interprete perenne e impersonale di uno stesso immutabile ruolo: soggetto insostituibile, eppure invisibile, assume nomi diversi in epoche diverse” (Paolini 2013).

 

Giulio Paolini L’ospite, 1999 Allestimento della mostra Essere o non essere, MACRO, Roma 2013 Foto Luciano Romano

 

Nel ragionamento di Paolini dunque se l’originalità non afferisce all’autore, compie un passo indietro e la creazione è al di fuori del sé: qualcosa che colpisce l’artista e che l’artista rivela. Come dobbiamo allora intendere qui l’Essere o non essere, il dilemma che immobilizza Amleto di fronte alla scelta tra l’agire e il non agire – vivere o morire –, titolo di un’opera e della mostra stessa?
Suggerisce Paolini: rispetto “al rapporto simmetrico e complementare autore/spettatore: alla presunta preesistenza dell’opera, alla sua essenza, ma anche al cerimoniale e agli attributi retorici che le competono...”

 

Giulio Paolini Essere o non essere, 1994-95 Allestimento della mostra Essere o non essere, MACRO, Roma 2013 Foto Luciano Romano

 

Essere o non essere (1994/95), è una composizione di tele quadrate, disposta in terra. L’immagine è a volte visibile, altre celata. La tela è rivolta sul pavimento o assente. Si intravedono due uomini, ripresi dall’alto, intenti forse a progettare qualcosa. Guardano entrambi un foglio bianco. Due linee ortogonali si diramano verso l’esterno e fuori dalla tela un vero blocco di carta con una matita irrompe nella sfera del reale.

 

Anche qui: l’atto creativo è in primo piano e prescinde l’artista. L’oggetto della creazione è il silenzio. Il foglio resta vuoto. Sospeso. Scrive Maddalena Disch: “l’opera non ha nulla da comunicare oltre ai parametri ontologici che la qualificano come spazio della rappresentazione […] non nasce dall’autore, esiste da sempre”.

Giulio Paolini Immacolata Concezione. Senza titolo / Senza autore, 2007-08 Allestimento della mostra Essere o non essere, MACRO, Roma 2013 Foto Luciano Romano

 

Ribadiscono il concetto le altre opere. Tutte declinano in forme diverse l’oscillazione tra l’ordine geometrico dell’immagine e il disordine del reale, il ruolo dell’artista, silente strumento, sguardo sulla realtà e una creazione che si fa da sé. Così i parallelepipedi trasparenti, disposti uno sopra all’altro come in una piramide, di Immacolata Concezione, senza titolo / senza autore (2007-2008), traducono il passaggio divino dal caos all’ordine. Contemplator enim (osservatore infatti), elabora l’immagine dell’artista valletto, portatore di una visione che non compare, sempre riqualificabile. L’Ospite (1999), opera ispirata a Las Meniñas (1656) di Velázquez, come quest’ultima contiene il suo centro fuori dallo spazio dell’opera, sovrapponendo, per dirla con Michel Foucault, “lo sguardo del modello [...] dello spettatore [...] del pittore”. Parallelismo già usato da Jörg Heiser (2010) in riferimento all’opera di Paolini L’ultimo quadro di Velázquez del 1968.

 

Infine il percorso si chiude con L’autore che credeva di esistere. L’opera realizzata per l’occasione ha il titolo dell’ultimo libro di Paolini. L’autore centrale e anonimo è davanti a una parete costellata di tele bianche e squadrature vergini, su cui sono proiettati disegni a matita di ambienti interni. Schizzi. Bozze. Progetti. Fotografie di opere. Ispirazione. Ricerca. Studio.

 

Giulio Paolini L’autore che credeva di esistere (sipario: buio in sala), 2013 Allestimento della mostra Essere o non essere, MACRO, Roma 2013 Foto Luciano Romano

 

Cosa ci ritroviamo al termine della mostra? La rappresentazione di un processo creativo strettamente legato all’identità e al ruolo dell’artista? “Chi è l’autore ritratto?” si domanda Paolini. L’autore è dunque al centro dell’opera? Eppure ne è al di fuori. La subisce e la genera. Ma, muto, non parla. Le sue tele sono bianche, trasparenti. È Delfo? Re del santuario dedicato ad Apollo? Non dunque oracolo, ma solo il sovrano che ne accoglie la residenza? Colui che rende possibile la divinazione?

 

© Luciano Romano, Napoli

 

Per Paolini l’artista “recita la parte di un racconto”. Lo ripete nei titoli, spesso citazioni letterarie, mitologiche, religiose, teatrali, e nella perfetta sospensione delle sue immagini. Per dirla con le parole di Calvino (Idem, 1975) il vero artista annulla “l’io individuale per identificarsi con l’io della pittura di ogni tempo, l’io collettivo dei grandi pittori del passato”.

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