It’s really a common ground. Per una architettura senza architetti

Common Ground, “Terreno comune”, era il titolo della 13° Biennale di Architettura di Venezia che si è chiusa domenica 25 novembre. Nelle intenzioni del direttore della mostra, David Chipperfield, questa edizione avrebbe dovuto mettere in mostra tutto quello che architetti e urbanisti hanno in comune a livello mondiale, un ideoletto globale, fatto di forme o regole o politiche di intervento che rimbalzano consonanti tra continente e continente, fra scuola e scuola. Gli interventi sono stati dei più vari (e prevedibili); per scontate ragioni promozionali molto spazio è stato dato ai grossi nomi del divismo architettonico internazionale (Foster, Herzog & de Meuron), mentre sotto silenzio sono rimaste le figure femminili (a parte la solita Zaha Hadid) ma anche interi continenti come l’Africa o il grande laboratorio umano e sociale cinese. Michael Kimmelman, recensendo questa edizione per il New York Times, ha sottolineato come “la mostra ancora una volta consideri soprattutto gli architetti come produttori di un surplus di valore di carattere estetico, e non come protagonisti attivi sul tavolo delle decisioni politiche rispetto ai modi  di organizzare le città e le comunità”. In maniera forse inaspettata — visto l’immagine collettiva che abbiamo di quel paese e i vari luoghi comuni a riguardo —, è stato proprio il padiglione statunitense a declinare il tema della “comunalità” in maniera più interessante, mettendo al centro del proprio progetto espositivo la dimensione politica e sociale del lavoro architettonico e degli interventi di riqualificazione urbanistica. È per la prima volta in 13 edizioni che l’allestimento americano riceve la menzione speciale della giuria e non a caso. Il padiglione è stato curato da Cathy Lang Ho, esperta di design e architettura, fondatrice del The Architect’s Newspaper, con l’aiuto di Ned Cramer e David van der Leer dell’Institute for Urban Design di New York.

 

 

Il tema scelto, Interventi spontanei: azioni progettuali per il bene comune, ha tentato di cogliere una delle tendenze urbanistiche più interessanti nel contesto americano contemporaneo, che vedono operatori professionali, civilmente e politicamente impegnati, o gruppi organizzati di semplici cittadini, assumersi la responsabilità diretta nel creare progetti che moltiplichino servizi, comfort, funzionalità, inclusione, sicurezza e sostenibilità delle loro città, bypassando molto spesso gli organi istituzionali. I progetti presenti in Interventi spontanei sono tutti caratterizzati da un forte interesse per gli aspetti collaborativi e per tutto quanto vada incontro ai bisogni collettivi di una comunità, nel tentativo di migliorarne, letteralmente, il terreno comune, ovvero lo spazio pubblico. Si tratta di progetti anche minimi, molto circoscritti, ma che possono avere un impatto simbolico fondamentale. La mostra ne indica 124, tutti presentati su dei banner semoventi che oltre ad illustrare il progetto, individuano le carenze locali a cui lo stesso tenta di far fronte, incorporando inoltre un codice di colore che indica in che percentuale il progetto risponde a esigenze di accessibilità, comunità, sostenibilità, economia e godibilità estetica e funzionale. Dai parklets alle fattorie comunitarie, dalle piste ciclabili illegali alle squadre di riparazione urbana, dai salotti all’aperto ai mercati pop-up, dalle reti di condivisione alle architetture temporanee, sono una serie molto articolata di alternative disponibili al cittadino rispetto i tradizionali approcci top-down di rivitalizzazione urbana. Nel loro insieme, questi progetti offrono inoltre l’opportunità di esaminare lo sviluppo storico delle città americane, fornendo sia un ritratto critico e dinamico dei problemi più urgenti, sia una possibile visione futura, con una implicita riflessione sul complesso atteggiamento che gli Stati Uniti hanno verso la partecipazione civile, la giustizia sociale e l’ambiente. Molti di questi interventi nascono come momenti sovversivi e di intervento contro-culturale, che in alcuni casi sono diventati strumenti accettati sia dalle comunità che dagli amministratori locali: da tattica sovversiva a strategia urbana del tutto legittima. Un esempio è il progetto Guerrilla Bike Lanes & Signage Anonymous. Stanchi di attendere le decisioni dei governi locali, alcuni attivisti hanno cominciato a dipingere in alcune città americane delle piste ciclabili e delle corsie condivise, in maniera del tutto abusiva. Pensati innanzitutto come gesti di guerriglia urbana, alcuni di questi hanno un valore puramente performativo, con l’uso di simboli direzionali del tutto eccentrici; altri sono copie esatte degli stencil in uso dalle autorità cittadine. La cosa interessante è che in alcuni casi queste piste ciclabili sono state adottate dal comune locale e rese permanenti, come in alcune zone di Los Angeles.

 

 

Un altro esempio è il Better Block Project, uno strumento dimostrativo open-source che i fondatori Jason Roberts e Andrew Howard hanno definito come “una charrette vivente”. Better Block organizza una squadra di volontari che, letteralmente durante una notte, trasforma temporaneamente una strada degradata o poco caratteristica in un “isolato migliore”, con l’inserimento di elementi di arredo urbano quali piste ciclabili, alberi, caffetterie mobili o altri servizi, mettendo in mostra le potenzialità del quartiere se venisse rivitalizzato adeguatamente. Innaugurato a Dallas, il progetto è stato esportato in altre città americane ispirando le comunità locali a impegnarsi attivamente nel processo di ricostruzione del propri quartieri.

 

Un progetto analogo, anche se meno “spontaneo” e più progettualmente consapevole, è Proxy, ideato dall’architetto di San Francisco Douglas Burnham che ha preso in leasing un’area vuota dalla città, riconvertendo due lotti di grandi dimensioni e facendoli diventare una sorta di salotto urbano, con stand gastronomici, una galleria d’arte temporanea, una birreria all’aperto, un’area per venditori di cibo ambulanti, uno spazio per proiezioni di film all’aperto e per un mercato di prodotti di agricoltori locali. Proxy è diventato immediatamente un punto focale per la comunità locale e fonte di ispirazione per altre città che cercano di massimizzare le proprie latenze immobiliari.

 

Altri progetti interessanti sono quelli dell’AirCasting, una piattaforma per la registrazione, la mappatura e la condivisione di dati ambientali mediante tecnologia smart phone. Gli utenti possono caricare le misure locali del rumore, temperatura, umidità, monossido di carbonio e biossido di azoto e condividere i dati con la comunità mondiale attraverso l’AirCasting CrowdMap. L’Organizzazione per lo sviluppo Ipotetico, progetto ideato da Rob Walker a New Orleans, individua invece nelle città le strutture più interessanti cadute in disuso, inventando un ipotetico futuro per ogni struttura selezionata, un futuro non necessariamente legato alla praticità o alla realtà. L’organizzazione crea dei rendering di questi usi possibili o immaginari, che vengono stampati su cartelloni pubblicitari e esposti in luoghi pubblici così da creare sia una nuova forma di narrazione urbana possibile, sia sollecitando i semplici cittadini a pensare alla loro città in maniera alternativa e rinnovata.

Utilizzando le mappe del Sistema Informativo Territoriale in maniera analoga, l’architetto e urbanista Nicholas de Monchaux, che insegna all’Università di Berkeley, ha individuato migliaia di lotti vuoti di proprietà pubblica (oltre 1600 solo a San Francisco!), proponendo un progetto complessivo di rivitalizzazione paesaggistica con progettazione parametrica per ottimizzare prestazioni termiche e idrologiche di ogni singolo appezzamento. Il risultato è stata una rete di urbana di greenway che ha migliorato sensibilmente l’ecologia della città. Da San Francisco, il progetto è stato portato a New York, Los Angeles, e Chicago.

 

 

Di gusto più dadaista o situazionista sono invece altri progetti come le Seedbomb Vending Machines, dei distributori di “bombe di semi”, progettate dal Commonstudio di Los Angeles. Le “bombe” sono composte da una miscela di argilla, compost e semi, e possono essere gettate in maniera “vandalistica” in zone urbane abbandonate per renderle più verdi. Il distributore automatico è stato installato in luoghi pubblici, lavanderie o negozi di alimentari, con un invito esplicito agli avventori a diventare attivisti casuali. Psicogeografica è invece l’ispirazione di Serendipitor di Mark Shepard, un’app di navigazione per l’iPhone, dove gli utenti inseriscono una destinazione particolare di una città, e di ritorno vengono forniti percorsi direzionali del tutto inusitati, suggerendo inoltre comportamenti ispirati a Fluxus, Vito Acconci o Yoko Ono: “Continua in direzione nord-ovest su Eendrachtsstraat in direzione Westblaak, poi continua verso il fiume. Se non c’è nessun fiume nelle vicinanze, fattene uno”.

 

In generale il messaggio esplicito di Interventi spontanei è che il pubblico ha esigenze e tempistiche che non sempre (o quasi mai) collimano con quelle della politica e dei progetti di intervento urbanistico gestiti dai grandi studi nazionali e internazionali; che è disposto a sporcarsi le mani per rendere le proprie città più visibili; che la politica di intervento civile e sociale si fa anche concretamente per strada, rendendo migliore un semplice isolato, con un impatto immediato sul modo in cui le persone considerano gli spazi pubblici in cui vivono, sulle loro realtive capacità e modalità di relazione, su come possono cominciare a pensare in maniera diversa le loro comunità locali. Un’architettura senza architetti e un’urbanistica senza urbanisti, forse meno esportabile in contesti storicamente più stratificati come quello italiano, ma che mette in luce un nuovo esempio delle forme possibili di intervento bottom-up, democratico, nel sociale, che non si limiti solo allo scambio informativo critico, orizzontale dei social network, ma scenda per strada, sudando, dandosi da fare materialmente. Che non aspetta decisioni dall’altro, ma che le suggerisce e le ispira.

 

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