John Isaacs ci invita all’empatia

Una grande statua in marmo bianco, sola al centro di uno spazio neutro, cattura lo sguardo di chi varca la soglia della Galleria Massimo Minini a Brescia.

 

L’opera dell’artista inglese John Isaacs – magistralmente illuminata come su un palcoscenico – si materializza davanti allo spettatore in tutta la fisicità delle sue quattro tonnellate e lo interroga attraverso un velo che la ricopre fino a terra. Lo sguardo segue le pieghe del bellissimo panneggio di marmo, rimodellato dalla luce, e riconosce le forme che esso cela ancor prima di soffermarsi sui singoli dettagli anatomici. La mente vi ha già sovrapposto l’immagine della Pietà di Michelangelo. L'enigma sembra subito chiarito: il volto e la mano che si intravedono sotto il velo sono quelli della Madonna, mentre il corpo riverso è quello di Gesù. E se invece non fosse così? Se invece quel velo ci offrisse un’altra possibilità? Se ci stesse invitando a condividere un sentimento – al di fuori di ogni riferimento religioso – diventando protagonisti, anziché semplici spettatori? Perché in fondo ognuno di noi potrebbe stare dietro quel velo…

John Isaacs (Lancaster, 1968) è un artista eclettico che da oltre quindici anni realizza lavori con i materiali più diversi – cera, tessuto, neon, bronzo, ceramica, pittura, collage, fotografia – che sono stati esposti in mostre personali e collettive in molti paesi. Ha mantenuto della sua formazione scientifica (biologia dell’evoluzione) una particolare sensibilità per l’esplorazione e la comprensione dei profondi misteri dell’esistenza umana. Da artista sviluppa un’acuta consapevolezza di ciò che può esserci di falso, paradossale o squilibrato nella vita moderna. Al contempo evoca l’idea di un mondo migliore e più giusto, che condivide con la maggior parte dei Romantici della storia e che ritiene sia ancorato nella sostanza della nostra umanità che costituisce forse la nostra sola speranza di redenzione. Un’umanità che per lui si può affermare e a cui è possibile accedere grazie all’arte. In molte opere di John Isaacs c’è la percezione che sotto la superficie dell’apparente isolamento di ciascuno vi sia una connessione universale tra tutti noi. I suoi lavori sono connotati da una grande diversità stilistica e materiale proprio perché è convinto che sia più interessante osservare ciò che connette le cose tra loro, piuttosto che l’individualità di ognuna di esse.

 



Per la sua prima mostra in Italia, The Architecture of empahty, John Isaacs ha scelto di presentare questa sola, grande scultura in marmo di Carrara che riporta alla mente la Pietà di Michelangelo. Il curatore Didi Bozzini la definisce “una metafora dell’anima” perché ci ricorda che “nel cuore di ogni uomo, l’amore per la vita è anche amore per la vita altrui e che, nell’angoscia per la morte altrui, c’è anche quella speranza di eternità che chiamiamo anima”.

 

Oggi la visione del capolavoro michelangiolesco è compromessa da un cristallo protettivo che la scherma dopo l’atto vandalico subito nel 1972 quando un geologo di origini ungheresi, Laszlo Toth, si accanì a colpi di martello sul volto della Vergine e sulla sua mano aperta verso lo spettatore. Bozzini sottolinea come questi siano proprio “i due elementi che racchiudono tutto il contenuto concettuale della composizione. […]

 

Gesto ed espressione concorrono entrambi ad un invito all’empatia di rara intensità”. Un invito che risulta oggi inevitabilmente attutito da quel cristallo protettivo e che Isaacs si prefigge di riattivare attraverso il velo sulla statua. “È velandola – spiega – che il sentimento di empatia che essa incarna può essere liberato da un’identità fisica e di conseguenza diventare universale”. Il panneggio si fa così “incarnazione dell’empatia” e la scultura velata The Architecture of Empahty un lavoro fortemente emotivo che rappresenta per l’artista “il modo di comunicare la possibilità della pietà e della compassione come valore universale nella visione multiforme del mondo contemporaneo”.

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