Madre. Per_formare il museo

Che, come ha osservato qualche tempo fa Boris Groys, i visitatori oggi vadano al museo, e in particolare al museo d’arte contemporanea, innanzitutto per riconoscere l’immagine della propria contemporaneità, resa opaca e persino illeggibile dal flusso convulso della comunicazione quotidiana, è ormai dato certo, punto di partenza e non di arrivo per ogni discorso che abbia al suo centro il museo, spazio pubblico ed eterotopia, dispositivo di conoscenza, di socialità e anche di consenso (magari di istituzionalizzata critica) la cui attualità sembra resistere ad ogni turbolenza epistemologica.  Così, nonostante il panorama dei musei d’arte contemporanea dalle nostre parti si mostri purtroppo ancora incerto e preoccupante -  saltata qualche giorno fa la nomina del nuovo direttore del Castello di Rivoli in attesa che si definisca il cda della torinese Fondazione Musei, anche il Macro e il Maxxi vivono una, seppur diversa, condizione di sospensione, mentre a Prato il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci ha festeggiato il suo primo quarto di secolo di attività senza che sia stato ancora portato a termine l’ampliamento da molto tempo in cantiere – persino nella difficile, e per molti versi ottusa, situazione italiana non mancano segnali e occasioni che, sconfessando il rutilante lutto diagnosticato da Jean Baudrillard a proposito del Beaubourg come la rovinosa profezia postmodernista di Douglas Crimp,  confermano ancora una volta la indistruttibile vitalità del museo, ribadendone, non solo per forza di numeri, la capacità di seduzione, dichiarandone soprattutto la natura singolare e insostituibile di luogo intermedio dove ricerca educazione e archivio sono funzioni attive e irrinunciabili. Anche più della stessa esposizione.

 

Lawrence Weiner

 

E non è un caso che il programma, sintetizzato in tags & passwords,  di PER_Formare il Museo, manifesto e metodo attorno a cui il nuovo direttore Andrea Viliani ha voluto raccogliere la sua proposta per il Madre, il Museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli restituito alla comunità nella pienezza delle sue stanze e dei suoi progetti, si concluda con un, in fondo neppure troppo inatteso, invito al pubblico a impossessarsi dello spazio del museo fuori dai vincoli dell’esposizione : “appropriarsi/occuparsi del proprio museo perché i musei non sono sempre noiosi…o obbligati ad esporre i “ soliti readymade… Adieu Marcel (D. Robbins)”. Una provocazione? Un accorto stratagemma per togliere la polvere dalle vetrine a lungo vuote di un museo dal (breve) passato, illustre quanto tormentato? Direi, più semplicemente, una constatazione.

 

Living Theatre

 

Al di là degli spazi, reali e virtuali, che il Madre ha reso disponibili ai suoi frequentatori allestendo al piano terra del museo una vera e propria agorà, una piazza, anche digitale, di libero accesso e scambio che è ingresso e sala macchine dell’intera struttura, una libera (ma anche molto disciplinata) Re_Pubblica madre in cui sollecitare e accogliere desideri, informazioni, appunti, proposte ed anche opere - Tristanoil, l’infinito film di Balestrini entrato in collezione è tra queste -, a segnare più complessivamente la direzione che la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ha scelto per l’ancora giovane museo, ora più campano che napoletano, è infatti la chiara consapevolezza che, come aveva suggerito Duchamp, quel Marcel da cui proprio non si riesce a prendere congedo, alla fine “è il pubblico a fare il museo”.

 

Giulia Piscitelli

 

Un pubblico che anche nei musei d’arte contemporanea è fortunatamente sempre più eterogeneo, magari meno sexy ed elegante come ancora qualche anno fa lo descriveva, non senza malizia, l’ex direttore del Louvre Pierre Rosenberg, ma più responsabile, chiamato a costruire le sue storie a partire dai tanti testi, visivi e non, che s’incontrano e si sovrappongono nello spazio del museo e nell’esperienza di ciascun visitatore. La scommessa che il Madre sembra voler giocare non è tanto quella di conquistare nuovo pubblico, ambizione comunque legittima soprattutto in un paese che, come il nostro, non nasconde la sua diffidenza per i linguaggi contemporanei, e neppure di moltiplicare in una logica soltanto di marketing offerte e servizi, quanto di istituire un rapporto meno autoritario e frontale con chi vive il museo. Con il visitatore, innanzitutto, che non va sedotto e neppure abbandonato, ma interrogato, reso attivo e propositivo, nella conoscenza, prima e più che nel gesto.

 

Mario Garcia Torres

 

Del resto, se i musei – tutti i musei, da quelli archeologici a quelli scientifici – dopo aver negli scorsi decenni “abbattuto lo scalone” e aperto alla pluralità delle interpretazioni e dei racconti, discutono oggi di come passare da una museologia degli oggetti a una museologia del sapere, il museo d’arte contemporanea non può che essere di questo passaggio un laboratorio privilegiato in quanto per sua stessa natura il museo dedicato al presente è spazio di creazione, prima ancora che di ordinamento e di esposizione, della conoscenza e, quindi, è chiamato necessariamente alla sperimentazione e all’azzardo perché collezionare il nuovo è, comunque, un rischio e un’irresistibile avventura.

 

Thomas Bayrle

 

Coinvolgere in questa impresa, di cui proprio l’errore è garanzia critica, tutti coloro che vivono il museo – il pubblico, si è detto, ma anche gli artisti, che sempre più nel museo tornano a riconoscere la loro casa e il loro temporaneo atelier, i curatori, gli educatori e quanti, da posizioni diverse, nel campo della ricerca o del mercato, costituiscono la fitta rete del sistema dell’arte, territoriale e non solo –è il tentativo che il Madre sembra provare in questa sua nuova stagione a proporre e verificare, anche attraverso la sua articolata offerta espositiva per  questa estate, in cui tre mostre personali molto diverse – ne sono protagonisti Thomas Bayrle con Tutto-in-uno/ All in One, Mario Garcia Torres con La lezione di Boetti (alla Ricerca del One Hotel, Kabul) e Giulia Piscitelli con Intermedium – sono affiancate dalla prima puntata (la prima, temporanea scrittura) della nascente collezione del museo, frutto di donazioni e comodati che, assieme alle importanti opere site specific realizzate in occasione dell’apertura del museo nel 2005, costituisce il patrimonio stabile del museo. Stabile nella consistenza, e non nella interpretazione, affidata in questo caso ad Alessandro Rabottini e Eugenio Viola, trentenni curatori at large del museo, in una dichiarata logica di trasformazione e processualità (Per formare una collezione#1 è appunto il titolo di questo allestimento in progress).

 

A legare le differenti mostre, pur nella loro irriducibile autonomia di impostazione, è proprio il linguaggio, cordiale e non prescrittivo, del museo, che ha scelto di proporre racconti e figure magari ancora poco noti al grande pubblico, nomi rimasti, talvolta per troppa coerenza, lontani dai palcoscenici più luminosi, senza però fare neanche di questa opzione una rigida indicazione di metodo. Sarà infatti Daniel Buren ad aprire la stagione autunnale del museo con un intervento, come sempre in situ, che ancora una volta sarà occasione, visiva e concettuale, di riflessione sulle dinamiche esclusive ed inclusive dell’istituzione museale, a cui l’artista francese, lontano da ogni semplicistica tentazione “museoclasta”, fin dagli anni sessanta ha dedicato parte importante della propria ricerca, con la salda consapevolezza che il museo, come problema e come opportunità, è “déjà essentiel à la création”.

Giulia Piscitelli

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