Matera addio?

Matera, antichissima città dei Sassi, è da sempre città della scultura. Fin da quando, era il 1978, l’eroico circolo La Scaletta aveva accompagnato la presentazione dei progetti urbanistici scaturiti dal Concorso Internazionale per i Sassi, una scandalosa “vergogna nazionale” oggi fortunatamente divenuta patrimonio Unesco, con una indimenticabile mostra di undici grandi sculture che Pietro Consagra aveva collocato, catalizzatori di energia e di altri sguardi, nella gravina e fra il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso, Matera ha fatto proprio il significato più autentico della scultura, non banalmente interpretata come produzione di monumenti o, peggio, di arredi urbani ma, ben più radicalmente, come esperienza concreta del tempo e dello spazio, come instauratrice di luoghi (Heidegger).

 

 

Del resto, Consagra nella celebre Lettera ai Materani pubblicata in occasione di quella mostra inaugurale, non aveva avuto esitazione nel sollecitare i cittadini di Matera a rivolgersi per il risanamento dei Sassi proprio agli artisti. «L’artista - scriveva in questo documento che segnò l’avvio di una battaglia civile di respiro internazionale - non verrebbe a Matera per proporre il suo lavoro ma per portare la sua dedizione nel toccare una particolare opera d’arte. Ecco, i Sassi di Matera vanno considerati come opera d’arte in sé e come fantastico modo di vivere con l’oggetto» Affidare il progetto di una nuova vita per i Sassi non al ragionare prevaricante dei tecnici ma all’immaginazione, libera e per questo docile, degli scultori significava davvero pensare la città non semplicemente come destinazione ma come materia e motore della creazione artistica, restituendo a Matera antica voce e memoria, futuro, attraverso le opere solidali di chi nei «giardini di pietra» aveva riconosciuto una ricchezza da svelare e non un patrimonio da sfruttare ad ogni costo.

 

 

Di questa complessità di tensioni, di istanze ed emozioni, Matera (la scultura a Matera) è diventata esempio e laboratorio attraverso una serie di mostre che dal 1987 annualmente hanno rinnovato la sfida lanciata alla fine degli anni settanta dalla Scaletta e dai tanti amici  - artisti, poeti, intellettuali - che l’hanno sostenuta e condivisa. Una sequenza impressionante di nomi e di ricerche, italiane e internazionali, (dall’inaugurale Melotti a Mirko, passando per Cambelotti, Hare, Martini, Matta, Viani, Raphael senza dimenticare anche le ricerche dei più giovani, cui è stata tra l’altrodedicata la rassegna del 2012 ) che, grazie alla regia di Giuseppe Appella, curatore e anima di tutte le mostre, e al talento lungamente esercitato di Alberto Zanmatti, cui si devono gli allestimenti realizzati ogni anno nelle chiese rupestri della Madonna delle Virtù e di San Nicola dei Greci, ha mantenuto vivo il dialogo fra la città e la scultura, in un processo di progressiva identificazione (e di reciproco scambio) approdato nel 2006 nella realizzazione di una permanente struttura espositiva. Nelle sale luminose e nei vani ipogei di Palazzo Pomarici il Musma (Museo della scultura contemporanea – Matera)  propone da allora uno stabile un suggestivo racconto visivo dove le opere – sculture ma anche disegni, incisioni, libri d’arte, gioielli entrati in collezione grazie alla generosa donazione di artisti, collezionisti, critici e galleristi – vivono in complicità silenziosa, tra loro e con gli spazi solidali in cui hanno trovato dimora. Un luogo di incanto e, assieme, di studio – il Musma ospita i volumi d’arte della Biblioteca Vanni Scheiwiller – che anche attraverso le numerose iniziative educative mantiene vitale la possibilità di un incontro, quello tra la città e la scultura, che è un sogno e un’utopia a cui Matera ha finora avuto la tenacia, e forse anche la follia, di non rinunciare.

 

Un patrimonio straordinario oggi messo drammaticamente a repentaglio dalla crisi e, forse di più, dall’ottusità dei governi locali, che hanno costretto, dopo 27 anni di continuo e ostinato lavoro, a cancellare la mostra estiva nei Sassi. Nel comunicato con cui La Scaletta ha qualche giorno orsono annunciato la notizia – una sconfitta per l’intera comunità – si racconta di “prolungati silenzi e rinvii delle formali decisioni, di scelte addirittura dannose che spesso prediligono modeste attività” che hanno alla fine portato “alla fatale conclusione dell'abbandono di un fantastico progetto che per essere realizzato ha necessità non solo di finanziamenti certi ma anche di rispettare rigorosamente i tempi che una organizzazione complessa richiede”.

 

 

Ancora una volta, insomma il taglio (o il cattivo uso) delle risorse pubbliche finisce con danneggiare l’arte contemporanea che, cambiati i governi e i ministri, continua a venire considerata nel nostro Paese appena un ornamento, un lusso eventuale per pochi eletti di cui in tempi di crisi si può fare a meno e non come una necessaria pratica di pensiero e di riflessione sul presente, una strategia di interpretazione che, prima ancora di produrre oggetti da esporre, propone occasioni di confronto pubblico e sguardi altri sulle contraddizioni che segnano il nostro tempo. Un malinteso frutto di ignoranza, di superficialità, di mancata trasparenza – quanti sono gli appetiti che si stanno scatenando attorno alla candidatura di Matera città europea della cultura? – che si traduce non solo nella riduzione degli stanziamenti per l’arte contemporanea, ma anche, ed è persino più grave, nella loro mancata erogazione, costringendo le associazioni, i musei e le fondazioni a indebitarsi sino a morire di consunzione (è quanto sta accadendo, per citare un altro caso meridionale, alla Fondazione Filiberto Menna di Salerno, in attesa ormai da anni dei fondi assegnati dalla Regione e dal Comune, soldi già investiti in documentate attività espositive, editoriali, educative).

 

Nel suo accorato appello in sostegno della tradizionale mostra nei Sassi (per aderire si può inviare una mail a info@musma.it) Guido Strazza, fra i numi tutelari dell’esperienza materana e autorevole quanto riservato maestro dell’arte in Italia, scrive dello scandalo provato per l’attentato  mosso “a un’idea viva e vivente”. Ecco, è davvero questo che sta accadendo, a Matera come in tutte le realtà in cui per anni si è lavorato sull’arte e con l’arte in maniera paziente e determinata, lontano dai clamori che accompagnano (e spesso consumano) i grandi eventi: si sta provando, dietro il pretesto della mancanza di fondi, a uccidere un’idea diversa dell’arte, un modo di intendere l’opera non come una merce speciale ma come uno speciale strumento critico, una visione, fatta di materia e di intelligenza, che se non è forse in grado di “attrezzare il mondo per la felicità” come voleva Majakovskij, certamente potrebbe offrire prospettive inedite e nuovi desideri al nostro presente che ci raccontano senza futuro. E se fosse proprio per questo che per l’arte e per la cultura contemporanee chi ci governa non riesce mai a trovare le risorse?

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