One on one

Il KW Institute for Contemporary Art, spazio espositivo di forte impronta sperimentale nel Mitte berlinese, è un sismografo sensibile alle vibrazioni discorsive dell’arte e sull’arte contemporanea fin dagli inizi degli anni novanta. Il direttore Klaus Biesenbach fonda nel 1996 la Biennale di Berlino, arrivata lo scorso anno alla sua settima edizione. Curata da Artur Żmijewski, Joanna Warsza e dal gruppo Voina, dal 27 aprile al 1 luglio 2012 aveva proposto modelli d’azione per integrare pratiche artistiche in forme di attivismo politico, liberare la vocazione dell’arte da futilità estetiche e frivolezze di mercato e ricondurla a servizio di un programma rivoluzionario. Ora i ricordi degli slogan primavera/estate – “Forget Fear”, “P/Act up for Art” –, degli statement incalzanti – “Confrontation is the Order of the Day” –, del vocio dei megafoni e degli strimpellamenti di chitarre nella tendopoli dell’Occupy Movement sbiadiscono. Non solo per il ritorno critico deluso, a tratti accanito, e pressoché uniformemente negativo della Biennale – ma anche per l’impatto delle nuove mostre al KW. L’ultima è curata da Susanne Pfeffer e porta il titolo, programmatico, ONE ON ONE. I lavori in mostra sono 17, concepiti ciascuno per una fruizione singola, disseminati sui cinque piani espositivi in miniwhite cubes, cabine di compensato dal perimetro variabile, assemblate in fretta e tinteggiate di bianco. Davanti alle porte stridenti si formano le code dei visitatori – chi entra lascia la sua targa alla maniglia: ONE ON ONE, e resta solo con l’opera. Si prega di non disturbare. È radicale la restrizione di campo operata dalla Pfeffer, ma la sua riflessione è da intendersi solo in apparenza diametralmente opposta alle preoccupazioni della Biennale: portare agli estremi le potenzialità della galleria come spazio pubblico e privato, interrogare le due facce della medaglia, dare forma all’ossimoro.

 

                                             

 

Isolare l’opera e la sua singolarità entro delimitazioni spaziali precise è un tentativo di marcare i confini estetici dell’esperienza. Qui è sottratta allo sguardo di terzi, si condensa di volta in volta nei confronti polari in uno spazio chiuso. A venir meno è, di fronte al lavoro, il correttivo dell’usuale ricezione condivisa – il linguaggio corporeo e verbale degli altri visitatori, la traccia comportamentale a cui allinearsi o da cui discostarsi – e le costrizioni generate dalla consapevolezza dell’esser visti. Nel flyer della mostra, una piantina associa alla collocazione delle cabine i nomi degli artisti e i titoli delle opere, ma mancano apparati testuali nello spazio espositivo, didascalie a indirizzare le aspettative, a preparare di volta in volta al confronto. Non resta che studiare l’espressione di chi era entrato prima di noi, dunque, per risalire dagli effetti alle cause, tendere l’orecchio ai suoni che penetrano dalle pareti in compensato o captare conversazioni scambiate sulle scale, tra un piano e l’altro, nella condivisione posticipata dell’esperienza. Impossibile, vista un’opera, dedurne la tipologia delle restanti: gli artisti sperimentano con il formato inusuale della mostra, proponendo una varietà di soluzioni ben orchestrata da Susanne Pfeffer. I singoli microcosmi risultano da operazioni installative o performative, concettuali, materiali o immateriali, da esperire in termini di azione o contemplazione. Nei rapporti di forza opera-spettatore, ben esemplificati dall’incontro di pugilato abbozzato sulla locandina della mostra, si oscilla tra l’imposizione delle condizioni di ricezione e la cessione di autorità – in una zona grigia, non esplicitamente regolamentata, di ambigua connotazione arbitraria.

 

L’ampia sala nel seminterrato è interamente occupata dall’installazione ambientale Lichtung (2012) di Robert Kusmirowski. Dal parapetto in cemento la vista si apre su una collina erbosa e alberata, circondata da una distesa di sabbia. Penetranti odori di materiali organici restano imprigionati nello spazio, la luce è livida. Scendendo le scale e seguendo le orme nella sabbia la collina rivela, sul retro, un pendio roccioso. Alla base, nel fondo terroso smosso, sagome di corpi in decomposizione si confondono con i toni scuri di una fossa a malapena ricoperta. È uno scenario allucinante, di immagini viste in incubi e film, che si dispiega qui tridimensionale, pesantemente atmosferico, ed è onirica la temporalità evocata: ci si può soffermare in istanti dilatati a osservare i dettagli della scena macabra, o uscire in fretta e conservarne, nella memoria, nient’altro che un flash.

 

Robert Kusmirowski, Lichtung, 2012

 

Al primo piano, in una delle quattro cabine, Jeremy Shaw presenta il video Introduction to the Memory Personality (2012). Immagini ipnotiche, stroboscopiche e psichedeliche, cadenzate da un ritmo pulsante e dalla voce riverberata dell’artista, introducono agli strati consci e inconsci della memoria. Sbattendo le ciglia a intervalli prestabiliti, si sorvolano oceani increspati da riflessi dorati dopo aver percorso corridoi bui – un trattamento che ben sposa dubbie tecniche di riabilitazione neuropsicologica o spot esoterici. È la perdita d’autonomia che la grammatica coercitiva del video efficacemente tematizza, il potere d’assuefazione dell’immagine in movimento, l’impossibilità di un’interazione con l’opera al di fuori di quella dettata dall’opera stessa.

 

Jeremy Shaw, Introduction to the memory personality, 2012

 

Oltre a strategie immersive, spiccano poi nella mostra lavori più sottilmente concettuali: l’installazione Light Presence (2012) di Alicja Kwade, al primo piano, presenta un orologio a muro tondo in una stanza vuota, che ruota su se stesso al ritmo di un’immobile lancetta dei secondi – a evocare il tempo dell’opera, un tempo estetico che si dispiega nel tempo reale, ma ne decostruisce il meccanismo di misurazione per rivolgersi invece alle facoltà percettive dell’esperienza.

 

Alicja Kwade, Light presence, 2012

 

Anri Sala (112 mm/137 Days, 2012) – siamo al terzo piano – apre spiragli sulla sala adiacente, allestita da Günter K. (Margret, 1969-70), inserendo uno spioncino nella parete comunicante. Un intervento minimo, che tuttavia fornisce allo spettatore i mezzi per osservare voyeristicamente i visitatori aggirarsi, uno alla volta, nell’installazione dietro alla lente. Si alimentano così i sospetti – perché si diffida del concetto dichiarato della mostra! – di essere sotto costante osservazione, caduti dunque nella trappola, per non aver fatto attenzione alle possibili telecamere.

La sgradevole sensazione di violare non intenzionalmente uno spazio privato, turbandone gli equilibri interni, si produce più radicalmente accedendo al lavoro di Annika Kahrs For Two to Play on One (2012). Un corridoio conduce a un portone a doppia anta, nell’aria si sente una diffusa musica di pianoforte: varcata la soglia, si irrompe in una stanza dove due performer stanno suonando  un pezzo a quattro mani, seduti a un piano. Si interrompono bruscamente, visibilmente indisposti, e riprendono non appena ci si richiude la porta alle spalle.

Imperturbabile invece Joe Coleman (A Holy Ghost Compares its Hooves, 2012), che sembra essersi appostato dietro alla porta della sua minuscola cabina buia. È improvvisa la presenza dell’artista, vicinissima nello spazio ristretto. In camice e occhiali da saldatore, costruisce pazientemente il modellino sanguinolento di una scena di battaglia: bombe esplodono in nuvole di cotone dipinto, soldatini giacciono in macchie di colore – a intervalli, sulla parete accanto, un video mostra spezzoni di esorcismi in bianco e nero.

 

Joe Coleman, A holy ghost compares its hooves, 2012

 

Il concetto di ONE ON ONE funziona perfettamente in questi esempi, quando gli artisti precisano il loro pensiero puntando a sollecitare uno spettatore alla volta, immaginandolo forse più reale rispetto a un pubblico indistinto, più critico e più esigente, maggiormente incline a formarsi un’opinione individuale. Lavori meno specifici (Untitled/Vitrine di Geoffrey Farmer, 2012, o Grey Disc e Blue Triangle, 1970 e 1969 di Blinky Palermo, per non parlare di Telephone Piece di Yoko Ono, 1971/2012) destabilizzano invece gli alti standard qualitativi della mostra.

 

È assolutamente da sottolineare, in chiusura, l’aspetto sintomatico della concezione curatoriale, in un momento in cui anche la Schirn Kunsthalle di Francoforte azzarda, con la mostra “Privat” (1 novembre – 3 febbraio, curata da Martina Weinhart), una riflessione sul venir meno della sfera privata. Qui l’accento è posto sulle problematiche attualmente sollevate dai social network, il tema è avvicinato tradizionalmente, in termini di display, con una forte propensione per la fotografia e il nudo. ONE ON ONE provincializza la mostra di Francoforte, distanziandosi da un approccio didascalico, integrando invece sperimentalmente la tensione tra il pubblico e il privato nella struttura stessa dell’esposizione, dalla concezione alla fruizione dei lavori. In tal modo si afferma il ruolo propositivo che la galleria può assumere nel ridefinire la dimensione privata del rapporto all’arte. Si insinua, poi, che il sogno dell’estetica relazionale di Nicolas Bourriaud abbia definitivamente perso ogni fondamento – che banchetti di zuppa in stile Rirkrit Tiravanija abbiano fallito nell’aspirazione di fondare una nuovo senso di comunità, che si sarebbe voluta miracolosamente tenere assieme mediante un’esperienza estetica comune. È invece singolarizzando le potenzialità relazionali dei lavori che ONE ON ONE le ha intensificate, indagando le origini della dimensione performativa specifica dell’arte: l’attivazione processuale, sensoriale dell’apprendimento e del pensiero. Il risultato, entusiasticamente accolto, è un investimento: nell’ipotesi che l’esperienza guadagni di spessore solo dopo esser stata interiorizzata, e che la condivisione debba forse rappresentare il passo successivo.

 

Nina Beier


 

ONE ON ONE

 

Massimo Bartolini, Nina Beier, Joe Coleman, Trisha Donnelly, Geoffrey Farmer, Hans-Peter Feldmann, FORT, Günter K., Annika Kahrs, Robert Kusmirowski, Alicja Kwade, Renata Lucas, Yoko Ono, Blinky Palermo, Anri Sala, Jeremy Shaw, Tobias Zielony.

 

18 novembre 2012 – 20 gennaio 2013

KW Institute for Contemporary Art, Auguststraße 69, 10117 Berlin.

Orari: martedì-domenica 12 - 19, giovedì 12 - 21

 

Hans-Peter Feldmann

Allegati: 

Günter K.

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