Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento

Uno degli oggetti più straordinari della mostra Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento (Padova, Palazzo del Monte di Pietà fino al 19 maggio 2013) è una preziosa cornice che racchiude una ciocca dei capelli eternamente dorati di Lucrezia Borgia. La custodia di stile indefinibile fu realizzata nel 1928 per dare degna dimora al mitico ricciolo, fino allora conservato in una modesta teca nella Biblioteca Ambrosiana dove era stato ammirato da Lord Byron, Flaubert e D’Annunzio.

 

Alfredo Ravasco, Teca contenente i capelli di Lucrezia Borgia, Milano, Biblioteca Ambrosiana

 

Questo reliquario gloriosamente kitsch inventato per celebrare l’amore tra Lucrezia Borgia e Pietro Bembo, pur avendo poco a che vedere con gli altri oggetti della mostra ne riflette la prospettiva. Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Adolfo Tura, rispettivamente uno storico dell’architettura, dell’arte e del libro, hanno raccontato come Pietro Bembo abbia inventato il “tipo” dell’intellettuale italiano attraverso un capolavoro di auto-rappresentazione nel quale gli oggetti – ispirati, scambiati o collezionati – sono i protagonisti assoluti.

 

Nel corso della sua vita Pietro Bembo (1470 – 1547) è stato il catalizzatore di alcune invenzioni cruciali del rinascimento italiano: il libro tascabile, la modernità classica e brevemente serena della Roma di Leone X, la grammatica della lingua colta italiana, la collezione come rappresentazione di sé e strumento d’influenza. Queste dinamiche sono narrate nella mostra attraverso dei dialoghi tra quadri, libri, oggetti e medaglie, in un racconto centrato sulle relazioni personali che hanno segnato la vita di Bembo.

 

Giorgione, Giovane con il libro verde, San Francisco, Legion of Honor, Fine Arts Museum

 

Si comincia dal padre, Bernardo, influente ambasciatore veneziano che il giovane Pietro accompagna nei suoi viaggi. Durante un soggiorno fiorentino per esempio, Bernardo commissiona a Leonardo il ritratto di Ginevra de’ Benci mentre Pietro commenta Terenzio a fianco di Poliziano. Bernardo manda Pietro a studiare il greco a Messina e finanzia il suo primo libro, il De Aetna, un dialogo latino nel quale si racconta di una scalata al vulcano. Pubblicato nel 1496 da Aldo Manuzio il volumetto segna una rivoluzione per la storia dell’editoria: è un libro di piccolo formato, con ampi margini, senza commento, nel quale per la prima volta compaiono i caratteri romani in uso ancora oggi. Alziamo gli occhi dall’incunabolo e ci troviamo di fronte il Ritratto di giovane con libro verde di Giorgione. Anche lui ha appena alzato gli occhi dal suo libro, un oggettino che si tiene con una mano sola, mentre l’altra indossa un guanto che lascia i polpastrelli nudi, per sfogliare meglio le pagine; è il lettore moderno, in una delle sue prime apparizioni. Nei primi anni del cinquecento Bembo e Giorgione danno forma a una nuova soggettività maschile, Bembo con gli Asolani, i dialoghi in volgare sull’amore pubblicati nel 1505, e Giorgione con opere come il Doppio ritratto, che accosta un giovane malinconico e uno acceso e diretto, come i due protagonisti degli Asolani.

 

Giorgione, Doppio Ritratto, Roma, Palazzo Venezia

 

Il successo degli Asolani segna per Pietro l’abbandono di ogni velleità politica, che d’altronde non avrebbe alcun senso in un’Italia invasa, divisa e ininfluente. Sceglie l’unico modo di contare qualcosa per un italiano del Cinquecento: la strada del “gusto”. A Urbino è tra i protagonisti del Cortegiano di Baldassarre Castiglione. Abbiamo una straordinaria visione dell’atmosfera di corte grazie ad un rarissimo esemplare di lira da braccio, realizzato da Giovanni Andrea Veronese nel 1511 ma già capriccioso e manierista, che prefigura addirittura Man Ray. E’ uno strumento antropomorfo: un torso maschile sul retro, uno femminile e sensualissimo sul lato dove il cantante tocca le corde e si mostra al pubblico.

 

   Giovanni d'Andrea, Lira da braccio, Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

Nel 1511 Bembo si trasferisce a Roma e due anni dopo diventa segretario di Leone X. Sono gli anni in cui maturano Le prose della Volgar Lingua, la prima grammatica della lingua colta italiana, mentre parallelamente si definisce la sintassi dell’architettura classicista che dominerà l’occidente fino al ventesimo secolo. L’opera centrale di questa sezione è ancora un doppio ritratto, commissionato da Bembo a Raffaello. Siamo lontanissimi dalle malinconie giorgionesche: Andrea Navagero e Agostino Beazzano sono due uomini di potere ben piantati al centro dell’azione. Noi condividiamo la posizione di Bembo e siamo coinvolti in una conversazione, forse attorno alle antichità che i tre visitarono assieme a Raffaello e Castiglione durante una gita a Tivoli nel 1516. Quelle antichità che ispirano alcuni splendidi disegni di progetti grandiosi e mai finiti.

 

Raffaello, Ritratto di Navagero e Beazzano, Roma, Galleria Doria

 

Come gli artisti visivi imitano le antichità Bembo teorizza l’imitazione di Cicerone e Petrarca, ma il suo fine è normativo non sperimentale. La tesi della mostra è che Bembo risponde alla crisi politica italiana codificando il rinascimento, e che il suo percorso è uno dei miti fondatori dell’identità italiana e delle possibili risposte alle ricorrenti e terribili crisi che la travolgono. I curatori hanno raccolto una sfida divulgativa ambiziosissima: raccontare come prendono forma le idee senza inciampare nella filologia o nella specialistica. A giudicare dagli sguardi incantati e assorti dei visitatori è una sfida vinta. Ed è sempre un piacere scoprire che la complessità non spaventa nessuno.

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