Visibile Award 2013

Van Abbe Museum Eindhoven

Il 14 dicembre, al Van Abbe Museum di Eihindoven, si è pubblicamente discussa la votazione di Visibile Award 2013, un premio dedicato all’arte partecipativa ideato da Fondazione Pistoletto e Fondazione Zegna e curato da Matteo Lucchetti e Judith Welainder. La giuria di questa edizione, presieduta da Charles Esche direttore del Museo, era composta da Tania Bruguera (artista, New York), Jeanne Van Heeswijk (artista, Rotterdam), Koyo Kouho (curatore, direttore artistico di Raw Material Company, Dakar), Nikos Papastergiadis (professore di contemporary social-cultural studies, Sydney), e Michelangelo Pistoletto (artista, direttore artistico di Cittadellarte, Biella).

 

 

Visibile Award consiste nel contributo di 25.000 euro erogato a un progetto d’artista che prevede il coinvolgimento di una comunità, rendendosi “visibile” nella sfera sociale oltre che artistica. La sua natura partecipativa si riflette anche nelle modalità di selezione e votazione che coinvolgono il pubblico a prendere parte al dibattito diventando, come in questo caso,  un sesto membro della giuria. Anche io sono stata ospite di questa giornata, e assieme ad altri ho contribuito con il mio voto ad assegnare il premio. La maggioranza ha votato The Silent University dell’artista turco Ahmet Ögüt.
Ecco com’è andata e cosa ne penso.

 

Does Artists Must be Always Activists?

 

Qualche giorno fa, fra un tweet e l’altro, mi sono trovata a leggere un articolo uscito su Zeit Online dal titolo Does Journalists must be always activists? Il pezzo prende spunto da una lucida analisi illustrata da Glenn Greenwald, il giornalista americano entrato nella top 100 dei più importanti opinionisti al mondo nel 2013, pronunciata in occasione del suo intervento alla 30esima edizione del Chaos Communication Congress di Amburgo. Per l’occasione, in tono giocoso, Greenwald accusa i media americani e inglesi di essere esclusivamente portavoce del potere invece di provare a metterlo in discussione, e si rivolge ripetutamente al pubblico degli hacker presenti, con un preciso “we” piuttosto che utilizzare il pronome “you”. È forse un modo, si chiede lo Zeit, per sottolineare ancora una volta lo scardinamento dei confini fra giornalismo e attivismo? Sulla base di questa provocazione, prosegue l’articolo, e se espandessimo questa annosa controversa relazione al mondo dell’arte, risulterebbe naturale sostituire alla parola giornalista quella di artista per chiedersi Does artists must be always activists?

 

 

Se rivolgessi la domanda a Glenn Greenwald, probabilmente risponderebbe che un artista è anche un cittadino, e come tale percepisce la necessità di considerare i propri diritti. Artista e attivista restano ancora termini troppo generici se pur universali, per comprenderne differenze o tautologie, ma diventano più comprensibili se inseriti all’interno di pratiche artistiche definite “pubbliche” o meglio ancora “partecipative”. Partecipare, in arte, significa prendere parte a un progetto che nasce dall’idea di uno o più artisti per mettersi a servizio di una comunità più grande che lo fruisce, lo attiva e lo rende utile.
Pratiche di arte pubblica e partecipativa nascono dall’esigenza di ripensare la relazione fra arte e società che negli anni si è manifestata nel riconsiderare i modi di produrre, consumare e dibattere l’arte.
Questo è il metodo per formulare esperienze e azioni che non producono oggetti “formali” come opere, ma piuttosto processi visibili e fruibili. Analizzare come questi possano contribuire a rinforzare l’esperienza artistica e sociale che ne è stata generata, è anche uno dei compiti di Visibile Award.

 

Come funziona Visibile Award.

 

Stabilire i criteri che conferiscono legittimità e valore al progetto artistico e capire come misurarne l’impatto sulle comunità a cui si rivolge, sono questioni su cui è stato necessario confrontarsi.
Analizzare pratiche partecipative, in questo senso, è un modo per comprendere meglio i processi di mediazione che spingono gli artisti ad attivarsi in prima persona nella sfera del sociale, fornendo, in molti casi, interessanti cortocircuiti fra pratiche istituzionali correnti e forme più anarchiche di legittimazione.
Il merito e il valore di un premio come Visible non è solo quello di conferire visibilità a rilevanze sociali nella sfera artistica e viceversa, ma anche quello di permettere l’attivazione e lo sviluppo di processi artistici che hanno bisogno di tempi lunghi di lavorazione e risorse economiche ingenti (che quasi mai le Istituzioni pubbliche sono in grado di sostenere). Per questo motivo diventa necessario sviluppare nuovi modelli di ascolto, di osservazione e di condivisione di urgenze politiche, prima ancora che sociali, utilizzando l’esperienza artistica come linguaggio universale.

 

The Silent University

 

The Silent University è un progetto fondato da Ahmet Ögüt che, rispondendo a questo principio, si fa carico di una problematica globale. A differenza di altre proposte presentate, questa risulta senza dubbio quella più avviata, già fortemente sostenuta da Istituzioni importanti, che forse avrebbe facilmente proseguito anche da sola la propria ricerca e maturazione. L’esperienza è iniziata a Londra nel 2012, in collaborazione con Delfina Foundation e Tate, passando poi a Stoccolma con la Tensta Konsthall e l’ABF Stockholm. Si tratta di una piattaforma indipendente basata sullo scambio della conoscenza, alimentata e divulgata da docenti, ricercatori e consulenti immigrati e richiedenti asilo.

 

Ciascuno contribuisce alla costruzione del programma in maniera differente, proponendo corsi e seminari su temi diversi e fornendo il proprio punto di vista anche su problematiche relative alla condizione del rifugiato e del migrante. Un programma accademico vero e proprio, che coinvolge coloro hanno avuto una formazione professionale nel loro Paese d’origine, ma che non hanno la possibilità di spendersi nel Paese in cui si trovano a vivere. Questo sistema di condivisione e di divulgazione dei saperi è reso accessibile a tutti anche attraverso il sito internet e rappresenta uno strumento divulgabile e replicabile ovunque. The Silent University è pronta infatti per espandersi in altre città europee.

 

Esperimenti di questo genere trovano radici soprattutto dalla metà degli anni 70 in poi, dalle radio libere alle TV di strada (penso a Radio Alice di Franco Berardi Bifo o ad alcuni suoi esperimenti di “scuola laica” tenuti anche per immigrati di base a Bologna). The Silent University conserva però una propria autonomia di genere, rafforzata dalla sensibilità artistica e direzionata verso un preciso obiettivo: “cambiare l’idea di silenzio come stato passivo, esplorando il suo potenziale attraverso la performance, la scrittura, e la riflessione collettiva”. Rappresenta, per questo, un ottimo esempio di visione lungimirante e sensata che punta alla crescita sociale attraverso quella culturale.

 

 

I dieci progetti selezionati per la fase finale erano: Sammy Baloji, Kumbuka (Congo); Beta Local, From-Tool-to-Tool! (Puerto Rico); Mabe Bethonico, Museum of Public Concerns (Brasile); Bophana Audiovisual Resource Center, One Dollar (Cambogia); Beatrice Catanzaro, Bait Al Karama (Palestina); Fernando García-Dory, Paese Nuovo / New Country – Borgate (Italia); Inkanyiso (Zanele Muholi), Oui Twenty/20 (Sud Africa); Ahmet Ögüt, The Silent University (Turchia); The Propeller Group, Christ the King of Bling (Vietnam); Ruangrupa, The Gerobak Bioskop (Cinema Cart) Network (Indonesia).

www.visibleproject.org

@martinanji
 

Ahmet Öğüt - The Silent University.jpg

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