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Writing e Street Art a Bologna

Un nuovo centro di riflessione: intervista ai curatori di Frontier

“L’attuale arte d’avanguardia, più che sotterranea, è arte di frontiera; sia perché sorge, letteralmente, lungo le zone situate ai margini geografici di Manhattan, sia perché, anche metaforicamente, si pone entro uno spazio intermedio tra cultura e natura, massa ed élite, bianco e nero (alludo al colore della pelle), aggressività e ironia, immondizie e raffinatezze squisite. Questi artisti sono simultaneamente ‘penne nere e visi pallidi’, e sono i nuovi kids di New York”.

 

Con queste parole nel 1984 Francesca Alinovi era riuscita a sintetizzare la potenza e il valore del Writing, disciplina che in America, allora, annoverava tra i suoi “kids” personalità come Keith Haring, Jean Michel Basquiat o Kenny Scharf. La giovane critica portò alla GAM di Bologna una mostra che segnò l’apertura a questa cultura underground d’oltreoceano.

Oggi, Fabiola Naldi e Claudio Musso hanno deciso, insieme con il Comune di Bologna e la Regione Emilia Romagna, di ripartire da quell’esposizione come nuovo punto di partenza, come collegamento.

 

Nasce così Frontier. Strutturato come una piattaforma aperta e in evoluzione, il progetto è diviso in due fasi operative: la prima sarà dedicata alla valorizzazione artistica del Writing e della Street Art attraverso la realizzazione di tredici opere murali di dimensione monumentale. Gli artisti sono già all’opera e continueranno per tutto il mese di luglio: qui gli sviluppi.

Seguirà poi a gennaio 2013 la seconda parte del progetto e sarà interamente teorica, dedicata all’approfondimento critico delle due discipline.

 

 

Abbiamo intervistato i due curatori per capire meglio il progetto e le sue evoluzioni.

 

Does

 

Francesca Alinovi nel testo di “Arte di Frontiera” affermava che la nuova avanguardia era di frontiera appunto perché si poneva ai margini, ai confini sia fisici che metaforici della Manhattan di allora. Pensate che questo valga anche oggi a Bologna?

 

Più che l’idea di margine ci interessa quella di confine. Bologna non è New York, non lo era negli anni ‘70 e lo stesso vale per il presente. La nascita del Writing si deve senza dubbio anche ad una serie di concause legate al contesto sociale di provenienza. Senza molta fatica è facile vedere in quale situazione vivessero i primi “taggers” dalle immagini di documentari (ormai pezzi di storia della disciplina) come Wild Style o Style Wars.

Noi abbiamo deciso di operare nell’immediata periferia della città perché quello è il luogo di azione privilegiato da molti degli artisti, anche per questioni puramente tecniche come la possibilità di operare su supporti (pareti murarie) di grandi dimensioni e di enorme visibilità.

 

Cuoghi Corsello

 

“Arte di Frontiera” è stato il pretesto per creare una sorta di continuum e Bologna era la scelta più ovvia ma anche la migliore. In Italia pensate sia l’unico centro con questa sensibilità nei confronti della Street Art e del Writing o ci sono altri esempi?

 

“Arte di Frontiera” è il punto di partenza per Frontier - La linea dello stile. Quella mostra diede inizio a un percorso artistico che vive tutt’oggi, e scientificamente (e da storici dell’arte, oltre che da curatori) per noi era inevitabile l’omaggio e la “citazione differente”. Ovviamente Bologna non è affatto l’unica città, anzi al contrario ha “prodotto” artisti per le ovvie presenze universitarie, accademiche e culturali che la caratterizzano, ma non ha mai, almeno fino a ora, dato il giusto peso culturale ai due movimenti. Torino al contrario, con la manifestazione Picturin, Modena con ICONE o la piccola cittadina di Grottaglie con il festival FAME, hanno fatto, e continuano a fare, molto di più per le due discipline. Noi arriviamo ora e ci auguriamo che d’ora in avanti di “fatiche” come la nostra ce ne siano molte, molte di più.

 

Dado

 

Il progetto Frontier affronta sia il Writing che la Street Art, due panorami affini ma ben differenti. Quali sono per voi i punti di forza e quali le mancanze di ognuno?

 

La strada, sempre e comunque, e poi sempre più libertà espressiva che porta, in alcune occasioni, i due movimenti a incrociarsi per affinare stili diversi o coniugare necessità stilistiche opposte. Lasciamo agli artisti la possibilità di dimostrare, in ogni intervento, le possibili incongruenze perché mai e poi mai spetta questo compito al curatore. Noi arriviamo quando il tutto è in corso d’opera e agiamo come un “rilevatore di sistema” che ha il compito di rilevare e rivelare i confronti, le contraddizioni, le sinergie. Ma sempre e solo con le opere.

 

Eron

 

La scelta delle tredici location da cosa è stata dettata? Nella decisione avete avuto consigli dagli artisti?

 

Il lavoro di un curatore è quello di operare a priori sia sui luoghi sia sui contenuti in una logica di dialogo costante tra contenuto e contenitore. Non abbiamo cambiato il nostro modo di lavorare, nonostante la tipologia di lavori fosse atipica secondo gli schemi tradizionali. Partendo da questo la scelta dei muri è stata fatta tenendo conto dello stile di ciascun artista coinvolto e, allo stesso tempo, non tradendo mai una parte fondamentale del progetto: interagire con case popolari e con quartieri con una forte connotazione territoriale. Gli artisti hanno visto il muro e partendo da quello ci hanno proposto dei bozzetti che noi, alla luce dei fattori scientifici interni al progetto stesso, abbiamo accettato.

 

Etnik

 

Quali sono le finalità di Frontier? O meglio, Frontier ha delle finalità?

 

Abbiamo delle speranze e abbiamo una progettualità critica e operativa che intende valorizzare i due movimenti. Ci piacerebbe dare il giusto valore critico scientifico alle due discipline, oltre a ciò che già tutti gli artisti stanno facendo con i vari festival, jam, convention, etc. Ci piacerebbe che il sistema dell’arte convenzionalmente inteso considerasse il writing e la street art non una semplice cultura underground, legata perlopiù a un momento creativo giovanile, e i curricula degli artisti invitati lo dimostrano. Crediamo fortemente che interventi di questa portata aiutino anche il territorio a confrontarsi con delle presenze, inizialmente anomale, che poi con il tempo si dimostrano dei valori aggiunti che possono riqualificare lo stesso territorio. Crediamo che la città possa avere canali turistici alternativi a quelli convenzionali e l’importanza delle presenze invitate a Frontier possono benissimo essere un primo passo verso questa direzione.

 

Andreco

 

Quali invece i vostri criteri nella scelta degli artisti?

 

Gli artisti sono stati selezionati in quanto rappresentativi di componenti stilistiche innovative e fondamentali per l’evoluzione artistica all’interno di entrambi i movimenti, tagliando trasversalmente un arco storico che va dagli anni ‘70 ad oggi: dall’esplosione del segno in 3D di Daim, Joys, Dado, all’importanza di un segno gestito attraverso un uso sapiente del colore e la padronanza della composizione come nel caso di Honet, Does, Hitnes, Eron, alla rinnovata presenza di una figurazione stilizzata scelta in funzione di precisi messaggi, come nel caso di M-City, Andreco, Cuoghi Corsello. La scelta degli artisti, quindi, da un lato risponde alla volontà di dare spazio a differenti generazioni succedutesi nel tempo e alle relative trasformazioni stilistiche, dall’altro rappresenta il panorama internazionale, includendovi le principali eccellenze italiane.

 

Hitnes

 

Spesso, indipendentemente dalla città, si parla di degrado urbano. Data la potenza visiva e l’immediatezza che spesso caratterizzano sia il Writing che la Street Art, non si rischia di “declassarle” a semplice riqualificazione urbana come fossero solo delle decorazioni?

 

Molti dei termini che hai usato piacciono molto alle amministrazioni che magari hanno poca competenza a riguardo. Al contrario, al momento delle riunioni che noi abbiamo fatto con tutti i condomini dei palazzi coinvolti, tutti loro hanno perfettamente capito che ciò che volevamo fare era molto di più. Indubbiamente intervenire su un’anonima facciata cieca di un palazzo privo di rilevanza architettonica può anche essere visto come decorazione, ma il decoro/decorativo urbano non ha nulla che vedere con la portata artistica concettuale di un’operazione del genere.

 

Honet

 

Come si fa a “educare” chi non ha una formazione storica e artistica a riconoscerne il valore?

 

Si chiamano tutti quegli artisti che negli anni hanno dimostrato cosa sanno fare, gli si fa conoscere il territorio su cui dovranno operare, si fa dialogare il loro lavoro (ovviamente in precedenza e per lo più grazie al lavoro curatoriale) con le contraddizioni del territorio stesso, si cerca di fare più rete possibile collaborando con tutti coloro che possono essere coinvolti e si aspetta (come sempre accaduto per gli interventi artistici) che la volontà estetica faccia il suo corso. Non crediamo nelle cancellazioni bensì crediamo nella dimostrazione effettiva di interventi di questo genere. I molti adolescenti che sono con noi per strada in questi giorni sono la nostra più grande vittoria.

 

Rusty

 

Secondo voi negli ultimi anni si può dire che ci sia un nuovo interesse curatoriale in Italia nei confronti di queste due discipline?

 

Dal punto di vista critico scientifico siamo così pochi che ci conosciamo di persona.

Più che un interesse scientifico crediamo sia un semplice sottofondo a una necessità di stimolare una fetta di mercato, almeno con il Writing nel corso dei decenni è sempre successo così. Ma se ci accorgessimo che altri, oltre a noi, percorrono questa strada molto turbolenta e poco ufficiale, allora saremmo e saremo molto contenti. La strada, credici, è ancora molto lunga.

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