Zoe Leonard. Sun Photographs

Contemporaneamente al Camden Art Centre di Londra, la Galleria Raffaella Cortese di Milano dedica una singolare mostra all’artista americana Zoe Leonard e nello specifico alla sua serie fotografica Sun Photographs realizzata a New York tra il 2011 e il 2012.

 

Cosa accade nel momento in cui un artista, la cui opera ha attraversato sensibilmente le fenditure più dolorose della storia sociale, inizia a “guardare in alto”?

Attratta magneticamente dai più sottili cambiamenti del tessuto urbano, attenta osservatrice delle variazioni culturali, politiche e istituzionali, impegnata nella sovversione di ogni tabù e costrizione sociale, Zoe Leonard sin dai primi anni Ottanta si è confrontata attivamente e in modo radicale con questioni legate all’omosessualità, all’Aids, alla discriminazione razziale e in particolar modo, come scrisse Rosalind Krauss: “con il problema della costruzione e della crisi del genere all’interno della società eterosessuale” (decisivo per l’elaborazione critica della sua opera fu il rapporto con i collettivi ACT-UP e Group Material di New York, Border Art Ensemble di San Diego e con gli artisti Felix Gonzalez-Torres e Robert Gober).

 

Zoe Leonard, February 27, frame 30, 2012. Gelatin silver print 31,75 × 20,96 cm.

 

Quella di Zoe Leonard è una geografia personale, pungente e provocatoria, dischiusa tra i dettagli deformi, inesatti e perturbanti presenti nella realtà quotidiana. Il suo “archival impulse” si è manifestato nella raccolta ossessiva di oggetti obsoleti e sinistri (molti dei quali ricordano quei “particolari oggetti del desiderio” realizzati da Meret Oppenheim nei primi anni del Novecento), nel collezionare immagini prese da album di famiglia (nella maggior parte dei casi invecchiate artificialmente durante il processo di stampa o alterate da scritte e disegni a penna recanti espliciti riferimenti sessuali) e nello scattare compulsivamente fotografie all’interno di musei medici e di storia naturale (Wax Anatomical Model with Pearls, 1990; Preserved Head of a Bearded Woman, 1992; Anatomical Model of a Woman’s Head Crying, 1993).

Pronta a catturare le vestigia del consumismo capitalistico all’interno delle città, Zoe Leonard ha realizzato inoltre, delle vere e proprie mappature sociologiche capaci di restituire in tutta la loro complessità le anomalie e gli squilibridella realtà (il progetto Analogue realizzato tra il 1998 e il 2007, è uno degli esempi più eloquenti di questa indagine. Composto da una serie di quattrocento fotografie a colori e in bianco e nero scattate in varie parti del mondo con una Rolleiflex degli anni quaranta, questo lavoro è un tributo significativo alle ricerche sul sociale intrapresedalle artiste Mary Kelly e Silvia Kolbowsky sul finire degli anni ottanta).

 

La serie Sun Photographs esposta all’interno di questa mostra, tuttavia, ci parla d’altro, dando l’impressione di accompagnarci all’interno di uno spostamento prospettico avvenuto nella narrazione e nella temporalità dell’immagine. Lo sguardo di Zoe Leonard si è improvvisamente staccato dal suolo; quel suolo sensibile, tormentato e autobiografico catturato dalle sue opere e utilizzato come metafora per esprimere sentimenti di perdita, estraniazione e sofferenza. L’obiettivo della macchina fotografica è rivolto ora totalmente verso il cielo, verso la fonte primaria di luce e di vita: il sole.

Nessun riferimento allo spazio civilizzato e urbanizzato dall’uomo (fatta eccezione di quattro fotografie in cui appare la parte alta di un tipico edificio newyorkese a mattoni rossi della metà dell’Ottocento), ma solo un costanterichiamo alla dimensione e al flusso temporale (il sole è ripreso in vari momenti e fasi del giorno). Ciò che colpisce immediatamente di queste fotografie realizzate in bianco e nero, oltre a questa distanza, quantomeno apparente, dai lavori precedenti, è il modo in cui l’immagine è spinta dall’artista fino ai limiti di dissoluzione, collasso e rarefazione completa. Questo senso di crescente disturbo afasico delle immagini aumenta progressivamente man mano che ci si allontana da esse nello spazio della galleria.Il sole, perdendo lentamente ogni contatto con il reale, è ormai diventato un punto bianco insieme a tutti gli altri che compongono la grana dell’immagine fotografica.

 

Zoe Leonard, January 23, frame 8, 2011. Gelatin silver print 47 × 70 cm.

 

E se provassimo a pensare e interpretare per un attimo queste fotografie non in termini di rottura rispetto alle opere precedenti, né tantomeno come violenti “processi di rimozione”, ma come filtri ottici e riflessivi attraverso cui rileggere a distanza di tempo e in modo ancora più profondo quelle fratture autobiografiche mai ricucite del tutto?

A suggerire questa possibilità sembrano essere quelle stesse cicatrici presenti nell’installazione Strange Fruits esposta in varie occasioni e in contesti diversi dal 1992 al 1997. Dedicata alla memoria dell’amico David Wojnarowicz, quest’opera conteneva una serie di bucce di differenti frutti distribuite in modo confuso sul pavimento in uno stato di avanzata decomposizione. Ricucite dall’artista con fili, cerniere lampo e bottoni, queste spoglie residuali continuanoin qualche modo a parlare nel tempo, ricordandoci che le immagini nelle opere di Zoe Leonard restano essenzialmente luoghi inquieti e vulnerabili anche quando sembrano apparentemente colpite da totale amnesia.

Zoe Leonard, Untitled (January 19, frame 7 - frame 11), 2012. Gelatin silver print 24,13×29,85 cm. Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano. Photo credit Lorenzo Palmieri.

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