Artigiani dell’immaginario

Il tema del fallimento affiora di continuo, non solo nel mio cammino personale, ma anche nelle vicende collettive, in cui spesso si configura come una tara storicizzata, parte insondabile e tuttavia consolidata di un tessuto sociale. L’urgenza di intervenire, di rimediare è spesso la spinta motivazionale che pungola l’artigiano dell’immaginario a parlare con la collettività, ad assumersi la responsabilità di interrompere il disastro, a incarnarsi in decisioni progettuali che temporaneamente o a lungo diventano missioni. 

La storia di alcuni luoghi e delle persone che hanno dovuto prendersene cura oggi mi fa riflettere sul legame tra necessità e scelta. Non saprei collocarmi tra queste due se non avessi appreso, e affinato, le qualità “artigianali” con cui ho iniziato la mia conversazione con voi. Il ragionamento prosegue ritornando ancora una volta a Sennet, al momento in cui egli afferma che la vita può essere vissuta in forza di un desiderio umano fondamentale, il desiderio di svolgere bene un lavoro per sé stesso. Sennet chiarisce che ciò può riferirsi a qualunque mestiere praticato con maestria e con amore. La ricompensa è emotiva perché aggancia alla realtà tangibile.

 

Eppure nella vita di tutti i giorni il “mestiere” quale fonte di gratificazione per sé stesso sembra una circostanza rara. È molto più frequente riscontrare una diffusa demoralizzazione. L’utilità del lavoro ben fatto figura idealistica, romantica e persino ingannevole. Ciò mi induce a considerare che non gli effetti positivi di un lavoro ben eseguito, ma le motivazioni estremamente soggettive siano l’elemento che convince l’uomo lavoratore ad esercitare metodo e perizia nel principale obiettivo che il lavoro sia fatto bene. Anche secondo Sennet la motivazione è più condizionante del talento, ma essa non è separabile dall’organizzazione sociale ed è inficiata dall’istituzione sociale che agisce senza prevedere che il lavoro debba avere un senso per le persone vi sono impiegate. La motivazione, dunque, se non è preparata e offerta dall’istituzione sociale, diventa un elemento fortuito, casuale. Spesso scaturisce da un innamoramento. Avverti che qualcosa manca, desideri, vuoi. Ciò che vuoi, anche quando è solo un’idea, ti seduce. 

 

E innamorandosi di qualcosa, di un luogo, di una narrazione, delle persone coinvolte da un problema, l’artigiano dell’immaginario incontra così le ragioni per cui lavorare. E nel lavoro trova il suo compito.

A pochi chilometri da Caserta, il Real Sito di Carditello ha vissuto decenni di abbandono e degrado. La magnifica reggia di caccia di Carlo di Borbone, trasformata da Ferdinando IV in una tenuta di 2.070 ettari bagnati dalle acque dei Regi Lagni, con l’Unità d’Italia ingrassò il bottino di re Vittorio Emanuele II e fu affidata a un “capo” locale. Nel 1920 gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale Combattenti. Dalla vendita della lottizzazione della tenuta furono esclusi solo il fabbricato centrale e 15 ettari circostanti.

Durante la Seconda guerra mondiale, la reggia fu occupata dai nazisti. Al termine del conflitto portarono via quel che potevano, persino dei camini. La Reggia di Carditello entrò nel patrimonio immobiliare del Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno. Presto una valanga di debiti si è abbattuta sul sito che finì ipotecato dalla Sga che assorbì i crediti in sofferenza dell’Istituto fallito.

Asta dopo asta, il “valore” della Reggia calava e la sua bellezza sfioriva. I camorristi della zona la depredavano sistematicamente: i marmi delle scalinate, gli stucchi, i cancelli, le panche, i camini, i pavimenti dell’altana, l’impianto elettrico, persino il sistema di allarme che avrebbe dovuto contrastare vandalismi e ruberie.

 

 

Nel 2014 la Sga ha incamerato la Reggia a pagamento del debito e ha firmato un contratto preliminare per cedere la dimora settecentesca al ministero dei Beni culturali e del Turismo. 

La storia del Carditello, come quella di molti luoghi morenti dei nostri territori, è l’esito di una battaglia navale tra Istituzioni che si succedono e si disconoscono a vicenda e soggetti sommersi che influiscono tragicamente sulle rotte collettive, ma è anche lo scenario di esperienze umane indimenticabili. Forse ogni artigiano dell’immaginario ha incontrato uno di questi angeli. I custodi.

Il Carditello negli anni dell’incuria, della desolazione, del nulla, ebbe un compagno ardito e tenace: Tommaso Cestrone. Lui, pastore, volontario della Protezione Civile, aveva iniziato spontaneamente a fare la guardia alla Reggia dopo i furti, passandovi le notti dentro una roulotte. Ogni giorno su Facebook denunciava i roghi tossici e il continuo sversamento di rifiuti fuori dal real sito. Oltre alle innumerevoli minacce verbali, il 18 di febbraio del 2013 fu incendiata la roulotte che custodiva i suoi attrezzi all’interno della reggia. Accanto a lui molti altri “angeli custodi del Carditello” si mossero per chiedere alle autorità di trasferire una struttura mobile per garantire le attività di guardia svolte da Cestrone e di predisporre un servizio interforze permanente di vigilanza e polizia, diurno e notturno. Circa 20 giorni dopo, Cestrone morì per un infarto. Il 20 febbraio 2014, a un anno dall’incendio doloso e dalla morte del volontario, la sua fattoria ha subito un altro incendio doloso, quasi un macabro modo di celebrare un anniversario.

Non ho personalmente conosciuto Tommaso Cestrone, ma l’immaginario che ispira le mie attività di “aggregatore sociale” si nutre del sentimento della bellezza, soffre per la sua violazione. Ciò mi avvicina alle persone che grazie alla forza di tale sentimento si attaccano per tutta la vita a uno scopo. Non penso solo a Cestrone. Ho imparato e portato con me, nel mio lavoro, diverse e grandi bellezze. Non posso non ricordare quanto è stato importante conoscere Gennaro Matrone e Giuseppe Spagnuolo.

 

Nell’arcipelago delle Isole Ponziane, sull’Isola di Santo Stefano nel 1795 fu costruita una struttura penitenziaria, una delle prime al mondo ad essere concepita secondo i principi del Panopticon del filosofo Jeremy Bentham il quale riteneva possibile ottenere il recupero dei detenuti correggendone la mente, grazie alle caratteristiche architettoniche della struttura entro cui sarebbero stati rinchiusi: “Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus.

La struttura architettonica, concepita per dominare le menti e redimerle, aveva forma circolare, a ferro di cavallo, affinché i detenuti fossero costretti a vedere le torture subite dagli altri compagni di pena. Un carcere-arena dove il secondino vinceva sull’animale incatenato. Il 26 agosto 1797 nel carcere un tentativo di evasione di massa fu represso nel sangue. Un altro tentativo, nel 1798. Poi il carcere fu coinvolto dai moti rivoluzionari del 1799, quindi del 1848. Tra i detenuti del periodo, c’erano Silvio Spaventa e Luigi Settembrini: “Qui il tempo è come un mare senza sponde, senza sole, senza luna, senza stelle, immenso ed uno”.

 

Durante il Ventennio Fascista, Santo Stefano fu luogo di pena e di isolamento di dissidenti politici come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, autori nel 1941 dello storico Manifesto di Ventotene, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Rocco Pugliese e Sandro Pertini.

Negli anni Sessanta è nominato direttore del carcere Eugenio Perugatti che avvia programmi di recupero dei detenuti, coinvolgendoli in un’officina tessile e nella coltivazione di un orto. Le celle, di 16 metri quadri e nessuna finestra sul mare, vengono tinteggiate. I detenuti possono scegliere il colore in cui chiudersi. Il cerchio terribile di soprusi si è trasformato in una coppa capace di rispondere alla parte di cielo sovrastante e di rapportarsi alla bellezza da cui è tagliata.

Dal 1960 al 1965, anno di chiusura del carcere, Gennaro Matrone è stato guardia penitenziaria a Santo Stefano. Insieme a lui, nella prigionia entra la compassione. Egli rinviene le lapidi distrutte e profanate di circa cinquanta detenuti, per lo più ergastolani di cui nessun parente ha avanzato richiesta di restituzione del corpo, uomini morti dal secondo dopoguerra al 1965. Matrone ricompone le tombe in un piccolo cimitero. Per non lasciarlo all’incuria, per non veder morire l’area coltivata del carcere che produceva vino e legumi diretti a Ventotene, Gennaro Matrone da guardia dei prigionieri diventa custode dell’isola e per quasi vent’anni ne è stato l’unico abitante. Quando l’ho conosciuto, tra i profumi liberati dal vento, quasi si stupiva di aver suscitato il mio interesse. Invece volevo capire, o almeno “sentire”, come si compie la scelta della vita.

 

Non esaurita la domanda, sono tornato a ripeterla a un altro uomo. Giuseppe Spagnuolo: unico abitante, libero, abusivo e speciale di Roscigno Vecchia, borgo di pastori che prende il nome dal verso degli usignoli che cantano tra i tigli, gli aceri e i castagni della vallata fino al Passo della Sentinella.

Nel 1908, il paese fu dichiarato inagibile e a rischio epidemie. Anziché intervenire sulle costruzioni, venne eretto un nuovo borgo. Negli anni ‘80 Roscigno vecchia non era sulla carta topografica. I proprietari degli edifici erano ancora quelli del ‘700. Una Pompei del ‘900 a 40 km dal mare, vicina alle grotte di Pertosa, a cinquanta chilometri dagli scavi di Paestum.

Restano a Roscigno solo tre persone. Luigi Passerella, quello “strano” che non si adattava a nulla. Dorina, cacciata dal convento, e infine Giuseppe Spagnuolo, l’emigrante ritornato a casa, unico residente dal 2001. Figlio di contadini, aiuto carpentiere in Lombardia nei primi anni Sessanta, spaccapietre in Svizzera, trent’anni in giro per il Nord Italia come operaio edile, torna a casa quando resta senza lavoro. 

Giuseppe sostiene di non essere l’ultimo abitante di Roscigno. Ma il primo abitante della Roscigno che deve rinascere. Come la immagina? La vede? Credo che chi trova il proprio posto nel mondo, trova un compito.

 

Questo testo è tratto dal volume di Agostino Riitano, Artigiani dell’immaginario. Cutura, fiducia e cocreazione, ed. Mimesis, 2019, che ringraziamo.

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