Dialetto e lingua scritta nella letteratura

Babel 2015 (Bellinzona, 17-20 settembre)

Le letterature della Svizzera

 

Nel 2015 il festival Babel è svizzero: dieci anni di viaggio attraverso le lingue e le letterature mondiali ci portano sulla soglia di casa e, come dopo ogni viaggio, quella soglia è diversa. Entriamo. C’è una forte tensione tra le lingue, tra lingua e dialetti, tra oralità e scrittura, che sta dando risultati letterari senza precedenti. Perché la lingua della Svizzera è la traduzione, e per essere viva deve ascoltare e farsi interprete delle voci della sua confederazione di culture: il tedesco e i suoi dialetti svizzeri, l’italiano e il francese, il romancio e le lingue dell’immigrazione, le varie ibridazioni del parlato – tutte chiavi per accedere, scrivendo, alla propria parola partendo dalle lingue date.

 

Come anticipazione di alcune tematiche del Festival, Babel ha raccolto e commissionato per doppiozero una serie di testi che si confrontano con la dimensione dialettale e vernacolare, ma anche più generalmente orale e colloquiale: a livello di scrittura creativa, il rapporto con il dialetto non è che il caso più marcato del rapporto con la lingua parlata, quindi del rapporto tanto con un contesto socio-culturale specifico quanto con quell’aspirazione universale della letteratura, la voce umana.

 

Abbiamo cominciato con le riflessioni dell'autore svizzero Friedrich Dürrenmatt sul rapporto tra lingua parlata e lingua letteraria, ora proseguiamo con un testo di Corina Caduff, Dialetto e lingua scritta nella letteratura.

 

 

Attualmente la produzione letteraria in dialetto della Svizzera tedesca è molto di moda. Nasce dal fenomeno della spoken word, la cui diffusione dal 2000 a oggi ha subìto a sua volta una diffusione incontenibile. Viene quindi da chiedersi se esista una definizione precisa per questa cosiddetta “letteratura dialettale” che la differenzi in maniera netta dalla lingua scritta, in tedesco standard, o se siano pensabili forme miste. Corina Caduff lo ha chiesto a due autori di punta di questo genere, Guy Krneta e Pedro Lenz.

 

 

“Frou” oppure “Pfrou”? Come si scrive il dialetto?

 

Il modo in cui si scrive il dialetto non è scolpito nella pietra da nessuna parte. Sì, esistono regole e manuali ma, a differenza del Duden, sono talmente sconosciuti che il lettore comune potrebbe anche non accorgersi delle libertà che si prende un autore. Piuttosto, sta al singolo scrittore inventare le sue forme ortografiche e le sue regole… e, volendo, cambiarle di nuovo. Così Guy Krneta racconta come lui, con il passare del tempo, abbia modificato alcuni termini, fra cui per esempio la parola Dienstag (“martedì”), che in un primo momento, perché la grafia fosse più vicina alla pronuncia, aveva scritto con la Ts e due y: Tsyyschti[-nstag]. In seguito ha sostituito la Ts con un suono più snello, Z, e tolto una y, per abbreviarlo ulteriormente: Zyschti[-nstag]. Di recente, prosegue Krneta, grazie alla funzione “Trova-Sostituisci” di Word, ha cercato nei suoi testi tutte le doppie vocali e nella maggior parte dei casi le ha sostituite con una sola. Tuttavia alcuni termini come aafa (da anfangen, “cominciare”) oppure Maa (Mann, “uomo”), avevano bisogno di questa lunghezza. Inoltre, aggiunge, mai gli verrebbe in mente di scrivere st, predilige sempre scht: Umschtänge (Umstände, “circostanze”, “attenuanti”), vorschteue (vorstellen, “immaginarsi”). “Ci tengo che lo scht compaia nel testo scritto anche quando si legge come nel tedesco tradizionale.”

 

Guy Krneta, insomma, evidenzia come all’inizio del suo percorso di scrittore volesse “restare il più vicino possibile al modo di parlare reale”: “Temevo che il mio dialetto risultasse troppo aggraziato e così sottolineavo la durezza e la pregnanza del parlato. Prediligo tuttora l’uso di consonanti dure come la t [al posto della d] e la p [al posto della b], per esempio in träje (drehen, “girare”) e Pruef (Beruf, “mestiere”)”. Applicando la stessa logica Krneta scrive dr l’articolo determinativo maschile der (“il”), mentre Pedro Lenz utilizza sempre der, anche nei testi in dialetto. Nei casi dubbi, infatti, quest’ultimo si rifà alla lingua standard per venire incontro ai lettori, richiamandosi ad autori dialettali come Martin Frank (classe 1950) e Peter Schibler (classe 1952), la cui scrittura è ampiamente ispirata alla pronuncia: nei loro testi compaiono parole come Pfrou (Frau, “donna”) o ter come articolo determinativo maschile (der, es. Ter fögi isch e souhung, Der Traum vom schlafenden Hund, ovvero “Il sogno del cane dormiente”, recitava il titolo del bestseller di Frank del 1979). Ad ogni modo, quel che è certo è che le forme di scrittura che riecheggiano molto da vicino la pronuncia dialettale complicano parecchio la vita al lettore, che ha difficoltà a riconoscere e comprendere le parole.

 

Nell’opera di Lenz si pone anche la questione se alcuni pronomi, che in dialetto vengono postposti – per esempio hani, habe ich [it.: io ho] o hetermi, hat er mich, [it.: lui mi ha]–, debbano essere scritti uniti al verbo o, sempre per agevolare il lettore, staccati. “A un certo punto stabilisco come scriverli,  ma si tratta di processi in continuo mutamento.” Sia Krneta sia Lenz sottolineano dunque che le soluzioni ortografiche prescelte, benché debbano essere coerenti all’interno dello stesso testo, non rappresentano parametri immodificabili e, anzi, devono evolversi nel corso degli anni. Al momento entrambi sembrano puntare in primo luogo a una buona leggibilità. “Non m’interessa” dichiara Lenz, “affermare un modello o stabilire una grammatica fissa, quanto piuttosto continuare ad adattare le espressioni, anche – e soprattutto – in base ai riscontri del pubblico.” Krneta la pensa alo stesso modo: “A volte mi stupisco di quanto mi sia abituato a determinate soluzioni grafiche un po’ eccentriche, seppure non abbiano una giustificazione logica. Poi a un certo punto improvvisamente  mi sembra meglio una forma scritta più vicina alla pronuncia reale o al tedesco standard.” Questa flessibilità è anche una dote linguistica specifica e tipica degli svizzeri tedeschi, che secondo Lenz di solito viene sottovalutata: “Al contrario dei tedeschi, noi abbiamo una sensibilità molto sviluppata che ci permette di riconoscere e comprendere forme linguistiche differenti, visto che a causa dei vari dialetti fin da piccoli siamo abituati ad ascoltare diverse varianti”.

 

Le decisioni in merito a determinate forme scritte del dialetto non sono dunque mai né giuste né sbagliate, perché non esistono regole vincolanti, come per il tedesco ufficiale. Chi scrive in dialetto, quindi, non si rende affatto le cose più facili, semmai il contrario: usarlo in letteratura e restarvi fedele nel corso degli anni predisponendo uno spazio di gioco adeguato, è molto più audace e difficile di quanto possa sembrare.

 

Pedro Lenz

 

 

Tedesco alto e dialetto nello stesso testo?

 

“Inizio sempre da una prima stesura in tedesco, scrivo direttamente in dialetto solo eccezionalmente, per esempio quando mi appunto citazioni dal parlato. Di solito procedo passo per passo a partire dalla lingua standard.” Così Guy Krneta enuncia una sorta di Poetik der Abtrennung (“poetica della separazione”), definita anche come un progressivo abbandono della lingua standard a favore del dialetto. Il risultato è un dialetto letterario che si costruisce per differenza come linguaggio artistico. Anche secondo Pedro Lenz la letteratura dialettale va intesa “in ogni caso come improvvisazione,  creazione ex novo e lingua artistica”, sebbene a differenza di Krneta scriva direttamente in dialetto senza prime stesure in tedesco. Alcuni autori dialettali austriaci o tedeschi, come per esempio Franz Xaver Kroetz, Peter Turrini o El(friede) Awadalla, inseriscono invece parole o formule dialettali all’interno di testi convenzionali, cercando di passare da una lingua all’altra in maniera fluida. Invece le opere in svizzero tedesco raramente presentano un simile miscuglio. In quelle di Krneta e Lenz, per esempio, non succede mai. Il primo definisce questa concomitanza tra lingua ufficiale e dialetto nello stesso testo un “miraggio aporetico”[1]. “Lo farei volentieri, ma è difficile, se non impossibile. Passare in maniera fluida dal dialetto alla lingua ufficiale è arduo, non si può, ma sarebbe bello, molto.” Anche Pedro Lenz risponde negativamente alla domanda sull'ibridazione, è un'idea che ritiene problematica e non nasconde che leggendo i testi svizzeri misti prova sentimenti contrastanti.

 

Di fatto esistono tentativi piuttosto infelici di mescolare dialetto e lingua standard [2], come il romanzo di Silvia Tschuis Jakobs Ross (“Il destriero di Jakob”, 2014), in cui singole espressioni dialettali vengono inserite alla rinfusa in un testo tedesco: Der Jakob wunderet sich dann amigs [manchmal] am nächsten Tag (“Il giorno dopo delle volte il Jakob si stupisce”). Si tratta  di un procedimento letterario triviale che mira a a produrre effetti comici a buon mercato facendo cozzare tedesco alto e dialetto senza che la composizione mista presenti un “valore poetico aggiunto” al di là delle singole trovate. La situazione di diglossia della Svizzera tedesca è diversa da quella presente in Austria o in Germania, Paesi caratterizzati, dal punto di vista linguistico, da una permeabilità reciproca  più forte tra dialetto e lingua ufficiale, mentre in Svizzera restano due fenomeni separati, utilizzati in settori nettamente divisi. Tuttavia, proprio la letteratura può tematizzare la questione, per esempio mettendo in scena un incontro tra svizzeri e tedeschi in cui vengono affrontate le differenze linguistiche come nel testo teatrale di Krneta Fondue-Oper (2008).

 

Guy Krneta

 

 

Dialetto svizzero e lingue straniere

 

Al giorno d’oggi, nell’epoca della globalizzazione, delle migrazioni e dell’ascesa dell’inglese a lingua della comunicazione e dell’economia internazionali, il plurilinguismo è di moda anche nella letteratura, con un’evidente proliferazione di scrittori e scrittrici che pubblicano libri in cui sperimentano il loro bilinguismo (es. Yōko Tawada, Ann Cotten, Maja Haderlap, Zé do Rock e Arno Camenisch). Da ciò deriva inoltre una crisi del concetto di lingue nazionali omogenee, con regole ben definite e sfere di competenza fisse e dell’idea di un’appartenenza chiara e irrevocabile a un’unica madrelingua. Si tratta dunque di autori che s’impegnano proprio in questo: nella sperimentazione di nuove possibilità creative della lingua, scritta e parlata.

 

Da anni Guy Krneta partecipa al progetto Schulhausroman (“Il romanzo della scuola”), inaugurato nel 2005 al Literaturhaus di Zurigo e ora diffusosi in diversi altri luoghi, Austria e Germania comprese. L’iniziativa invita allievi e allieve della scuola secondaria a scrivere insieme, sotto la guida di autori e autrici già affermati, romanzi che diventeranno libri veri. Molti dei ragazzi coinvolti provengono da un contesto migratorio e le loro competenze linguistiche risultano, da un punto di vista scolastico, insufficienti sotto più aspetti. In generale utilizzano il dialetto in maniera eccessiva, soprattutto sui social network, approfittando della sua mancanza di regole ortografiche. Nel progetto Schulhausroman  gli allievi apportano in maniera scherzosa e sperimentale contributi nella loro prima lingua, e dunque può capitare che dialetto e lingua straniera all’improvviso si mischino, come nell’opera seguita da Krneta Die Babo Klasse: “FÜÜRALARM  LAAAN!!!! Allaaaaaah, Atess!!! Kosun lan hadiii!!! Ich lueg, wo mi Abi Granit isch” [3]. (Geschichten aus der Black Box Basel, Zürich 2014, p. 47).

 

La sovrapposizione tra dialetto, lingua giovanile e straniera si espande così dal vocabolario anche alle strutture sintattiche. E proprio qui emergono potenzialità innovative che la commistione tra il dialetto svizzero e il tedesco purtroppo non offre. “Il mio sogno” afferma Krneta, “sarebbe comporre un testo a cavallo tra le varie lingue. Ma è difficile, bisogna essere molto accorti perché il tutto non scada nel cabarettistico.”

 

 

 

[1]  Si tratta in questo caso di un misto di dialetto e albanese che si potrebbe rendere con un misto di italiano e albanese:  "AL FUOCO LAAAN!!!! Allaaaaaah, Atess!!! Kosun lan hadiii!!! Vado a vedere dov'è mio nonno Granit” - n.d.t.

[2] È un po' libera, vedi tu, magari “luogo del desiderio”, ma mi sembra un po' troppo elaborato perché Sehnsuchtsort in tedesco è un termine piuttosto comune.

[3] Sforzati di non edulcorare il testo, ho visto che ogni tanto ti capita (credo che derivi dal fatto che l'autrice dell'intervista fa trasparire determinate sue posizioni personali in modo forse troppo deciso per un'intervistatrice, ma non possiamo cambiare le sue opinioni mettendoci un condizionale, per es.).

 

 

(L’intervista a Guy Krneta si è tenuta il 10 dicembre 2014 a Zurigo, quella a Pedro Lenz l’11 dicembre a Berna.)

 

 

Guy Krneta (Berna, 1964). Scrittore freelance, vive a Basilea. È membro dello Spoken-Word-Ensemble “Bern ist überall” e del trio Krneta, Greis & Apfelböck. Tra le altre cose, è stato direttore artistico dello Staatstheater Braunschweig e del teatro Marie di Aarau e codirettore del teatro Tuchlaube. È autore di numerosi testi teatrali e di prosa. Nel 2014 è uscito il suo nuovo romanzo, Unger üs (2014). www.matterhorn.li

 

Pedro Lenz (1965). Editorialista e scrittore freelance, vive a Olten. È membro dello Spoken-Word-Ensemble “Bern ist überall” e del duo “Hohe Stirnen”. Il suo bestseller Der Goalie bin ig [In porta c’ero io!, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio 2011] è stato tradotto in numerose lingue, è diventato uno spettacolo teatrale e nel 2014 ha ispirato l’omonimo film di Sabine Boss.

www.pedrolenz.ch

 

 

Traduzione di Lucia Ferrantini.

Mario Ceroli

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