Svizzera, mostrare la lingua

Ancora la Svizzera, dunque? Di nuovo la consueta litania di proporzionalità linguistiche e culturali, con tutto il suo corredo di problematiche identitarie? Perché di questo sembra inevitabile ragionare quando si parla di letteratura e di Svizzera; e un simile discorso, che forse non potrà mai davvero esaurirsi, destinato com’è a essere costantemente rivisitato, interrogato e messo alla prova nei tempi mutevoli e nelle ottiche divergenti, risulta a tratti stantìo, ripetitivo. Il rapporto spesso polemico degli scrittori con uno stato tanto solido finanziariamente e politicamente quanto complesso, e secondo alcuni indefinibile o comunque troppo variegato, sul piano culturale; l’altro rapporto, non di rado contraddittorio, che ogni regione linguistica e culturale del paese intrattiene con la nazione europea di riferimento, Germania, Francia o Italia; la maggiore o minore particolarità linguistica di queste stesse regioni culturali; la dinamica di sistole/diastole, cioè di chiusura/apertura delle molte Svizzere nei confronti della cultura europea; e si potrebbe continuare a lungo, snocciolando i grani di un rosario letterario più volte recitato da molti di noi.

 

 

Insomma: si direbbe a volte che la letteratura in questo paese sia incatenata a considerazioni di tipo politico, sociologico, ideologico, e difficilmente riesca a essere considerabile in sé, come organismo almeno parzialmente autonomo, dotato di regole proprie che ogni scrittore cercherà, a modo suo, di modificare, di preservare o di infrangere. E forse proprio a partire da osservazioni di questo tipo si può sperare che la nuova occasione offerta da Babel 2015 apra qualche spiraglio in direzioni diverse. Perché, sia pure dando per assodate e pulsanti le difficoltà e le contraddizioni or ora evocate, l’idea di partenza sembra questa volta un po’ meno scontata; si vorrebbe infatti partire da un problema importante e antichissimo, davvero caratteristico del fare letterario, e forse più drammaticamente urgente per la narrativa e per il teatro che per la poesia, che pure non è neppure lei del tutto estranea alla faccenda.

 

Il problema è presto dichiarato: come si pone lo scrittore di fronte alla divaricazione tra lingua parlata, cioè lingua d’uso, e lingua letteraria, cioè lingua scritta e entro certi limiti sorretta da un’antica tradizione? E quali conseguenze avrà la risposta che ogni autore proverà a dare a questo problema in relazione all’immagine e all’interpretazione del mondo che la sua opera vorrà offrici? Non si tratta, è ovvio, di un problema tipicamente svizzero, né di una questione che abita soltanto l’epoca contemporanea: tutti gli scrittori, a ben guardare, hanno dovuto affrontare un simile interrogativo, soprattutto a cominciare dalla grande rivoluzione romantica europea. Il grande romanzo dell’Ottocento e del Novecento non può fare a meno di scontrarsi con il problema; che si fa tanto più drammatico quanto più l’intenzione dell’autore è di rappresentare con alto grado di realismo la realtà; sicché tutti noi conosciamo i mille turbamenti dello scrittore di fronte al dilemma, e le mille soluzioni creative che duecento anni abbondanti di modernità letteraria hanno saputo escogitare. Ma, formulato oggi con particolare attenzione alla situazione letteraria svizzera, il problema presenta senz’altro caratteristiche interessanti, e solleva interrogativi non banali e non semplici. Intanto, per l’evidente diversità linguistica (di storia linguistica) della situazione romanda da quella svizzero italiana, ed entrambe da quella svizzero tedesca (per non parlare, evidentemente, del caso eccezionale romancio).

 

Visto che con Babel siamo a Bellinzona, cominciamo dall’italiano: che nella migliore narrativa del secondo Novecento ha spesso cercato con successo di affondare le proprie radici linguistiche nel parlato popolare o, non di rado, dialettale. Ma qual è oggi la reale situazione linguistica, e come mutano di conseguenza gli atteggiamenti creativi del narratore? Quanto spazio è ancora possibile riservare ai vecchi serbatoi lessicali, sintattici e simbolici, forse da qualche tempo in via di esaurimento? E se nell’italiano contemporaneo, quello della Svizzera italiana e quello d’Italia, il peso del dialetto pare ridimensionato, quando non del tutto scomparso: la lingua della letteratura deve seguire, e fino a che punto, e con quali scopi, il generale appiattimento della lingua d’uso, l’insorgere di un registro medio o mediocre, televisivo-massmediatico? Edoardo Sanguineti, anni fa, parlando in pubblico amava fare una battuta: diceva di essere uno scrittore che scrive “in italiano, cioè in un dialetto dell’inglese”. Diremmo lo stesso, con o senza ironia, con o senza disperazione, oggi?

 

Spostandoci a Losanna, o a Zurigo, la domanda di fondo non cambia, e tuttavia chiede differenti declinazioni. Cosa rimane, se qualcosa può rimanere, del tentativo di differenziare il francese “romando” da quello un po’ troppo salottiero di Parigi? La langue-geste cara a Ramuz ha ancora qualcosa da dire? E, d’altra parte, quella lingua così aspra, così orgogliosamente capace di contravvenire alle regole, accettando il rischio di sembrare selvatica e persino goffa: voleva, come pretende una certa vulgata nazionale, sorràdere il parlato vodese o piuttosto apparentarsi alle inquiete innovazioni letterarie che agitavano il primo ‘900 europeo? Ramuz era più vicino al genius loci o al Voyage  di Céline? E ora, all’inizio di un nuovo secolo: come si pone la scrittura di fronte ai nuovi sviluppi del francese? Quali nuove inquietudini insegue, se ancora è capace di farlo?

 

Quanto alla Svizzera di lingua tedesca, forse quella in cui oggi simili questioni si agitano in maniera maggiormente vivace e maggiormente contraddittoria, la compresenza inevitabile e pressoché quotidiana di tedesco/tedesco (con tutte le sue sfumature regionali e, come per l’italiano, dialettali) e di tedesco-svizzero mette lo scrittore di fronte a una scelta forse anche più concreta e difficile. Tanto più che non è possibile ignorare, in questo caso, le valenze politiche e ideologiche che la scelta dell’uno o dell’altro corno dell’antitesi porta con sé; l’uso demagogico, nazionalistico e spesso contrapposto a ogni tentativo di apertura culturale che dello schwitzerdütsch viene regolarmente proposto da una certa destra populista (come in Ticino e in Lombardia avviene con il dialetto, rapito alla sua vera, dignitosissima storia e consegnato al leghismo più rozzo e privo di scrupoli) impedisce di affrontare l’argomento in maniera innocente. È possibile, e a che prezzo, e con quali conseguenze, riappropriarsi in maniera creativa di un idioma colonizzato dalle forze avverse al processo letterario e all’apertura politica e culturale? Ed è possibile farlo senza rischiare di venire inghiottiti dal duplice vortice del regionalismo e della comicità a buon mercato? Cosa significa scegliere oggi lo schwitzerdütsch come lingua letteraria a Berna o a Basilea?

 

Ma ancora stiamo ragionando come se le lingue parlate (e scritte) in Svizzera fossero le quattro nazionali; e tutto il resto? Tutto il fermentare di lingue e culture che la nuova realtà multietnica porta con sé, tocca, e in che modo, il lavoro dello scrittore? Alcune letterature europee, a prima vista ben più monolitiche, hanno da tempo imparato a farsi attraversare da nuove componenti, tanto linguistiche quanto culturali; e il concetto stesso di “letteratura nazionale”, come sul piano linguistico quello di “lingua materna”, è sottoposto da tempo a torsioni e verifiche non indolori. Ágota Kristóf, esule ungherese a Neuchâtel, confessava a denti stretti di scrivere in una lingua nemica; e chi ha potuto sporgersi su uno dei suoi dattiloscritti ricorda con commozione l’evidente fatica del suo francese, le imperfezioni ortografiche e morfologiche, la sintassi necessariamente semplificata: cose che non hanno tuttavia impedito alla sua trilogia di diventare un piccolo classico degli ultimi decenni: non (solo) in Svizzera, bensì in Europa. E qualche lettore ha forse ancora la sensazione che un’opera come questa, magari proprio perché in grado di (o costretta a) partire da un’imperfezione linguistica, sia capace di cogliere meglio, di rappresentare con maggiore intensità, le zone grigie del nostro esistere oggi, le contraddizioni del mondo contemporaneo.

 

Forse, allora, le domande sono davvero sempre le stesse; ma stavolta non pensando alla Svizzera e al suo faticoso tentativo di definirsi, ma alla letteratura e al suo desiderio di indagare e rappresentare la realtà: una particella di realtà, un frammento di verità, come diceva Milan Kundera quando ragionava sul compito del romanziere. Usando la lingua, o meglio inventando ogni volta la lingua necessaria; e tentando ogni volta, sapendo che la cosa è impossibile eppure, di nuovo, necessaria, di oltrepassare la barriera invalicabile che proprio la lingua, strumento di precisione meraviglioso, ci pone davanti come un muro, come un fallimento. Poiché le parole non sono le cose, né mai lo saranno; e d’altro canto le cose esistono per noi solo attraverso le parole, che ci orientano tra di loro e ci separano da loro, nel nostro esilio di animali pensanti e parlanti.  E a volte leggenti, e scriventi.

 

Una versione più breve di questo testo esce oggi su "Il corriere del Ticino".

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