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Scelta di un mestiere

Le nostre riviste femminili comportano sempre una Direzione della Coscienza. La Fanciulla viene considerata al contempo come la più disponibile tra gli Oggetti e la più fragile delle Anime; così, la vestono e la indottrinano, le suggeriscono contemporaneamente vestiti e principi; da una parte la correzione dei comportamenti, dall’altra il tailleur primaverile: con una felice divisione dei compiti, la toilette permette di sedurre l’uomo, mentre la Legge aiuta a proteggersi da lui.

 

La Direzione della Coscienza è quindi una rubrica essenzialmente difensiva; senza dubbio, certe riviste di stile emancipato (“Elle”) sanno mescolare tattiche di riserva e di espansione, poiché affermare la Donna significa al tempo stesso liberarla e fissarla nella sua essenza femminile. Ma per altre riviste, che sono la stragrande maggioranza delle pubblicazioni lette dai francesi, la Direzione della Coscienza è molto chiaramente una tecnica di immobilizzazione: si tratta di ricondurre la Donna alla sua vocazione: il focolare.

 

Tuttavia, siamo nel mondo moderno: e le Donne, in esso, possiedono sempre più spesso un mestiere. La Consigliera si adatta: lei – dice – aiuta a sceglierlo; conformemente alla tattica sperimentata dalle grandi istituzioni ideologiche, fa mostra di ammettere liberalmente il fenomeno, e poi lo intacca con la morale; progredisce d’un po’, poi torna indietro di molto; apre una gamma di possibilità ma, alla fine, s’installa su un’immobilità. “Mollate sulla morale, ma tenete duro sul dogma”, dice il Gesuita di Gide. E così fa Berthe Bernage, consigliera di “L’Echo de la Mode” (quattro milioni di lettrici, secondo una recente inchiesta); la morale apparente è che la Fanciulla può senz’altro lavorare, a condizione che scelga in modo conveniente il proprio mestiere; il dogma reale è che nessun mestiere, in fondo, è per lei conveniente, dato che il suo statuto naturale è quello di essere parassita dell’uomo; in tal modo, le si offre di scegliere tra possibilità che, alla fine, verranno da lei stessa sistematicamente rifiutate.

 

La prima operazione di questo abile raggiro consiste nell’immaginare il lavoro della Donna sotto forme assolutamente irreali, nel concepire mestieri-miraggio, sui quali non si avrà nessuna pena a raccomandare di perseguirli, a fingere di prenderne sul serio il sogno per poi denunciarne la vanità. “Volete essere star, scrittrici, modelle? Riflettete bene”. Il mestiere è immediatamente sussunto dalle grandi funzioni oniriche: il carattere sacro della vedette, la potenza creatrice dell’artista, la perfezione del corpo umano; in breve: tutto ciò che nella nostra società serve per contraddire magicamente il lavoro, poiché l’origine di tali funzioni è considerata un dono quasi divino. Senza dubbio, la nostra Consigliera prende questo dono nel senso più basso, relativamente all’organo o alla “maniera”: il dono dell’attrice è la memoria e la voce; quello della modella è d’essere naturalmente ben fatta; le romanziere, le donne-poeta, sono le “brave in francese”, quelle che in classe sapevano improvvisare “Un ricordo delle vacanze” o “Il ritratto dell’aiuola” ed erano in grado di commentare un proverbio morale, esattamente come fa Berthe Bernage (Non è tutto oro quel che luccica). Il dono è una natura che bisogna sviluppare. Ma l’esercizio non viene qui inteso come una conoscenza, o quanto meno come un’espe­rienza, poiché è immediatamente la morale a riempirlo: il lavoro non viene mai citato se non sotto forme virtuose: il coraggio, la pazienza, la perseveranza, il controllo di sé, tutto ciò che trasforma la fatica in ascesi, nel test di un carattere (bisogna credere che questa moralizzazione del lavoro sia un mito pernicioso, dato che la ritroviamo anche nel regime comunista).

 

Naturalizzato e moralizzato (è la stessa cosa nella nostra società), il lavoro del talento (come si lavora una pasta) incontra logicamente ostacoli naturali o morali, cosa che permette di eludere qualsiasi riflessione oggettiva sulle condizioni reali della promozione lavorativa. Diventare star, romanziera, cover-girl? Non è per niente, secondo la nostra Consigliera, una questione di ambiente, di geografia o di condizione sociale: sono carriere difficili perché è necessaria la “spinta”, chiamata pudicamente “appoggio” (si disegna qui l’immagine di una società naturalmente immobile, i cui ambiti non possono essere oltrepassati se non per grazia) o perché sono faticose (cure dimagranti per le modelle; nobile sfinimento per le attrici, che devono ogni sera “mettersi nella pelle” dei personaggi). Ma, soprattutto, il divieto con cui la Consigliera marca questi mestieri prestigiosi è quello della moralità: si rischia la virtù, poiché si frequenta “ogni sorta di persone poco raccomandabili”.

 

Restano le “belle carriere”: farmacista, laboratorista, professoressa, infermiera. Dato che per le giovani fanciulle dell’Echo de la Mode questi mestieri possono avere un po’ più di realtà, l’ostacolo viene descritto con maggiore realismo: la lunghezza degli studi, il loro costo; in sintesi, discendiamo dall’Olimpo della Natura e del Dono per abbordare allusivamente la questione del budget, senza comunque concedere molto tempo a questa banale questione: moralista ostinata, Berthe Bernage non è in grado di nominare un mestiere senza manifestare in esso la sublimità data dalla difficoltà e dal prezzo; emerge qui la vocazione del “servire”: non si può essere farmacisti senza altruismo; nella fatica quotidiana della laboratorista o dell’infermiera non c’è alcuna traccia di alienazione: né orari, né monotonia nei compiti da svolgere, né magri salari, nulla di questi mestieri pesa, salvo la loro grandezza: ne possedete la vocazione?

 

Di vuoto in vuoto, dal miraggio all’impossibilità, non resta alla Donna nulla da fare. E se, in questo orizzonte professionale che indietreggia senza sosta, un mestiere rimane, brillando come occupazione femminile per eccellenza, la nostra Consigliera non manca di raccomandarlo alle sue lettrici: è quello dell’impiegata domestica o, in altre parole, di cameriera tuttofare. È una professione che è molto cambiata, ci viene detto, intendendo senza dubbio con questo che la domestica non è più trattata come un animale o un pezzo d’arredamento. I vantaggi? Basta saper bilanciare, con una contabilità ben conosciuta, il temporale (nessun problema di vitto e alloggio) e lo spirituale (la devozione a una Famiglia). Ancora una volta, l’essenziale è che la Donna, in tutte le sue età, non abbandoni la sua dipendenza; che, in quanto individuo mal realizzato, per essenza complementare, come un parassita migratore, mai sola, mai responsabile ma sempre nutrita, essa trasmigri di famiglia in famiglia, sempre rinchiusa in un focolare: adolescente, in quello dei genitori; donna, in quello del marito; anziana, infine, se non può fare altrimenti, in quello dei padroni.

 

Questo parassitismo è esclusivo. Senza dubbio, si trovano anche donne sposate che lavorano. Berthe Bernage non condanna immediatamente la formula: la giudica un problema complesso. Questa complessità consiste d’altronde nell’eliminare a poco a poco i fallaci vantaggi del doppio stipendio, nel riportare lentamente la Donna in un’attività normale, quella della vita nel focolare: non bisogna forse vegliare sull’educazione (cristiana) dei figli? Così, come nel miglior tempo dell’Ordine morale, la Salute della Donna non sta in altro, per sottrazione, che nella cattura del marito e nella guardia di un “interno” che potrà abitare con poca spesa (principalmente riguardante i vestiti). Sgonfiati i miraggi e rifluite le servitù nel grande rinforzo della Morale, bisogna ancora una volta immobilizzare le forme più arcaiche della nostra società. “Restate dove siete”: ecco il principio di questo singolare Orientamento professionale. Potremmo giudicarlo improbabile, insignificante, datato da un’epoca molto antica, se non sapessimo che, oggi, viene indirizzato a quattro milioni di francesi.

 

 

 

Da Le choix d’un métier, “Lettres nouvelles”, 8 aprile 1959.

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