Fundamentals

Fundamentals non è una semplice passeggiata per il biennale aggiornamento di stili, linguaggi, mode da consumare in attesa della prossima mostra. Ma non credo sia ancora la soluzione ai disagi diffusi e pesanti che la cultura architettonica internazionale sta vivendo in questa delicata fase storica.


La sensazione che si prova dopo un lungo attraversamento degli spazi istituzionali e dei padiglioni nazionali è quella di un salutare disorientamento di fronte alla scelta evidente di non volere offrire ricette preconfezionate, se non quelle derivate dagli infiniti stimoli che ogni evento immaginato sotto l’egida di Koolhaas può provocare a ognuno di noi individualmente.


Questa mostra è comunque figlia dei due secoli appena passati; non sogna futuri imprevedibili, ma è figlia di un pragmatismo modernista e positivista potente che solo la mente tagliente di un uomo del Nord può partorire.
Sicuramente questa è una mostra che finalmente rimette al centro di tutto la ricerca, i suoi materiali imperfetti, il lavoro sperimentale come ricetta unica e fragile per costruire futuri possibili e necessari. E, da solo, questo elemento vale il biglietto della Biennale e la fatica che questo evento richiederà a ogni visitatore. Questo è un evento per adulti, nel senso che è un meccanismo espositivo che impone tempo, attenzione, curiosità problematica e voglia di leggere e studiare. Questo non toglie nulla alla dimensione estetica e formale di alcuni degli spazi che sono risolti con molta ironia e qualità formale senza che però si ritrovi quella dimensione provocatoriamente visionaria  e grottesca a cui ci aveva abituato in questi anni Koolhaas.

 


Il cuore di Fundamentals, la 14 Mostra Internazionale di Architettura curata dall’architetto olandese Rem Koolhaas è sicuramente concentrato nella mostra Elements of architecture ospitata nel cuore dei Giardini della Biennale.


La scommessa del Direttore Artistico è ambiziosa perché questa volta al centro della narrazione non sono le opere degli architetti ma gli elementi primari che compongono tutti i luoghi che quotidianamente abitiamo.
Di fronte a una diffusa crisi di senso e di contenuti della cultura architettonica internazionale Koolhaas da una parte ci propone un necessario azzeramento dei parametri con cui guardiamo allo spazio urbano e alla necessità di tornare ai fondamentali dell’architettura, e dall’altra imponendo ai diversi padiglioni nazionali il tema absorbing modernity 1914-2014, ovvero una riflessione inedita sul ruolo della Modernità nelle diverse culture locali.


Elements of architecture è una mostra complessa, affascinante dal punto di vista visivo, coinvolgente nei contenuti e capace di stimolare la curiosità e gli interrogativi necessari per guardare in maniera inaspettata ai 14 elementi primari dell’architettura individuati da Koolhaas. Insieme questa esposizione impone attenzione e tempo, per scavare tra le tante storie che vengono presentate per raccontare in maniera non unicamente didascalica questi primari edilizi, e per riflettere, anche con ironia, su quei materiali che condizionano la nostra vita e di cui non ci accorgiamo mai.


Stanza dopo stanza, storie di finestre e balconi, mura, facciate, pavimenti, soffitti, sanitari, porte, scale, rampe e scale mobili, corridoi, ascensori e tetti, ci raccontano della complessità di ogni elemento, delle ossessioni che spesso hanno segnato i lavori di molti grandi autori, e delle infinite sperimentazioni artigianali e industriali che hanno fatto evolvere ognuno di questi materiali nella storia dell’uomo.


In un approccio necessariamente enciclopedico Koolhaas ha coinvolto centri di ricerca e università internazionali che hanno saputo interpretare ogni elemento in maniera originale, dimostrando come alla base di una ricostruzione dell’architettura contemporanea debba esserci obbligatoriamente un inedito lavoro di ricerca.
Vedere tanti studi originali al centro della mostra principale di questa Biennale è un segnale potente in un momento drammatico in cui molti Paesi, compreso il nostro, tagliano le risorse delle università.


La sensazione che sorge, attraversando le tante stanze, così differenti una dall’altra, è che questa strano equlibrio tra una grande, sofisticata mostra edilizia e il cabinetto da Museo di Scienza Naturale si giochi soprattutto sulla bravura e acutezza del singolo curatore coinvolto, e non sempre questa abilità è all’altezza di tutti gli spazi prodotti. Resta comunque la sensazione di un incontro necessario, anche se questa carrellata di elementi primari rimane saldamente ancorata a una idea moderna e positivista della realtà, evitando accuratamente ogni possibile legame con la dimensione più profonda e simbolica di quelli che invece potrebbero essere definiti i veri primari archetipici del costruire nella storia millenaria dell’uomo.

 


Absorbing Modernity offre invece la possibilità di uno straordinario viaggio tra le storie d’architettura dei 65 Paesi che quest’anno aderiscono alla Biennale, raccontando delle utopie, difficoltà, fallimenti e risultati inattesi che l’architettura moderna ha saputo generare entrando in collisione con le tradizioni e i paesaggi originali di ogni diversa regione del mondo.


Si tratta di un’occasione unica, soprattutto per incontrare storie apparentemente minori ma che invece avranno il potere di allargare la nostra visione sulla modernità e le ricerche che ha saputo generare. Consiglio quindi un percorso alternativo che, per una volta, lasci in fondo le grandi potenze della cultura occidentale, e che ci faccia scoprire Bahrain, Turchia, Kuwait, Iran, Cipro passando per tutti i Paesi dell’ex blocco Sovietico, le tante storie africane e un Sud America da riconoscere nella sua grandezza.


Si tratta di una volontaria, imperfetta storia dell’architettura moderna a cielo aperto da godere e incamerare con attenzione, magari pensando che la maggior parte delle nostre storie dell’architettura ormai sono irrimediabilmente invecchiate e da ripensare radicalmente.


Andando dai Giardini all’Arsenale ci ritroviamo di fronte alla creatura più imperfetta e debole della narrativa Koolhassiana, perchè le Corderie sono teatro di monditalia, un tentativo molto sperimentale di mettere insieme tutte le arti di cui la Biennale si occupa (tranne l’arte) e di ovviare alla difficoltà di lavorare con uno degli spazi più difficili della Biennale.


Scegliendo però l’Italia come teatro di questa narrazione, non possiamo che constatare la compresenza di due Italie differenti, una spalle all’altra, a distanza di poche centinaia di metri nell’Arsenale di Venezia, risultato di due idee quasi contrapposte del nostro Paese.


La prima è monditalia, terza parte della complessa narrazione orchestrata da Rem Koolhaas a completamento di Fundamentals, che occupa tutte le Corderie incrociando per la prima volta architettura, cinema e danza; la seconda è invece rappresentata da “innesti,” la mostra per il Padiglione Italia curata quest’anno dall’architetto milanese Cino Zucchi.


Non era infatti mai avvenuto che il direttore artistico della Biennale Architettura dedicasse tanta attenzione al nostro Paese al punto da utilizzare uno dei luoghi più rappresentativi della Mostra Internazionale, ma quello che colpisce e impone una riflessione importante è l’immagine che sembra uscire dalla sequenza dei 41 casi studio affidati ad altrettanti giovani ricercatori chiamati a considerare l’Italia come un laboratorio unico, rappresentativo e paradossale della condizione contemporanea.


All’ingresso si è accolti da una doppia immagine: le luminarie di Santa Rosalia e alcuni dettagli degli affreschi del Buongoverno del Lorenzetti, due metafore del Paese che siamo, sempre in bilico tra parodia e bellezza sublime. E in una sequenza perfettamente ritmata di micro-allestimenti si alternano le immagini di 82 film, sessioni di danza e, soprattutto, frammenti schizofrenici di un Paese incapace di trovare una normalità accettabile tra rovine antiche e moderne, frammenti psichedelici, memorie radicali, sospiri di un boom economico sfiorito, spazi di religiosità tradizionale e inedita, sublime alpino ed effimero contemporaneo.


Il tutto però appare fragile, figlio di una cartolina già invecchiata di un Paese che invece è molto più magmatico, complesso e inafferrabile, e la maggior parte dei lavori esposti è debole al limite del dilettantismo espositivo, come se fosse mancato quel tuning curatoriale finale che è necessario in eventi di questa portata.


Si salvano quindi quegli autori che da sempre portano avanti le proprie ricerche con consapevolezza e rigore, ma il complesso della narrazione non sembra all’altezza delle aspettative e non sembra che basti quella salutare frammistione tra performance, laboratori di danza e cinema per dare sostanza credibile al tutto.


Credo sia comunque importante salvare l’esperimento guardando a questo luogo come al laboratorio per eccellenza della Biennale nei prossimi anni.


Entrando nel Padiglione Italia ti confronti invece con una condizione completamente differente, che guarda a un’idea più tradizionale dell’architettura italiana sempre capace di utilizzare la complessa relazione con la storia, il paesaggio e le preesistenze come a una risorsa infinita di sperimentazione e ricerca.


Tutto il padiglione, elegantemente allestito e curato con intelligenza da Zucchi, è organizzato in tre aree tematiche: Milano come laboratorio della Modernità italiana per eccellenza, passando dalla fabbrica del Duomo alla sofisticata stagione del secondo dopo-guerra fino alla sfida contemporanea delle nuove verticali, all’Expo e la sua area come una sfida per il futuro, e a un ricco paesaggio di opere contemporanee che dimostrano la vitalità della nostra architettura attuale.


Rimane sullo sfondo un interrogativo su cosa potrà essere nei prossimi anni la nostra architettura e a quali reali interrogativi sociali e ambientali avrà la capacità di rispondere; ma questo credo non sia una domanda a cui il curatore ha voluto rispondere seguendo necessariamente la richiesta di Koolhaas di compiere una lettura storiografica della storia moderna del nostra Paese.


Guardando, una dopo l’altra, entrambe le mostre si è presi da un forte straniamento e dalla domanda inevitabile su quale sia veramente il nostro Paese.
Che la verità, come spesso capita, sia nel mezzo?


Mai come in questa edizione la Biennale ha saputo porre al centro le domande invece che effimere certezze, i temi invece che gli stili, le storie al posto delle biografie; un punto di partenza interessante per guardare con libertà al prossimo futuro.

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09 Giugno 2014