L'animale che racconta storie

La narrazione come habitat della specie umana

Modellando il concetto di semiosfera su quello di biosfera Jurij Lotman ha indicato il livello di contiguità e interconnessione che l’azione della specie umana sul mondo ha stabilito tra natura e cultura, tra ambiente fisico e ambiente antropico, attraverso la proiezione di significati sulla nuda esistenza delle cose e degli esseri. In questo spazio ibrido, in questa sovrapposizione tra il dominio simbolico e quello percettivo, la fissazione, il consolidamento e la conservazione dei gruppi umani è il risultato combinato della trasmissione tanto dell’informazione genetica, che avviene attraverso la riproduzione biologica, quanto dell’informazione non genetica, che avviene attraverso la riproduzione e il potenziamento delle forme culturali. Nel suo libro L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani (Bollati Boringhieri 2014) Jonathan Gottschall esplora l’intuizione che l’attività umana di significazione possa aprire un ambiente virtuale dentro l’ambiente fisico, definendo la narrazione come un vero e proprio habitat, una biosfera aumentata che costituisce una nicchia ecologica ideale per lo sviluppo della specie umana.

 

L’indagine di Gottschall parte da una domanda semplice e vertiginosa: da cosa dipende la straripante pervasività sociale, culturale, antropologica della narrazione, costante culturale che si manifesta identica nel tempo e nello spazio? Perché gli esseri umani sono così irresistibilmente attratti dalle storie? Alcuni studiosi sostengono che la narrazione sia un elemento accessorio nell’esistenza umana, un’attitudine superflua, una forma di sovrapproduzione dell’attività mentale e sociale, e quasi un analogo delle droghe, un fattore psicotropo, un’alterazione degli stati mentali, usato dagli uomini per procurarsi piacere senza finalità biologiche, approfittando del fatto che il cervello, proprio come contiene i ricettori per le sostanze stupefacenti, è vulnerabile al potere delle storie. La narrazione sarebbe quindi un effetto collaterale dell’evoluzione, una facoltà che si è sviluppata in modo parassitario a partire dalla configurazione assunta dal cervello per svolgere altre funzioni di base. Contro queste ipotesi, Gottschall formula l’idea radicale che la capacità di inventare e raccontare storie abbia rappresentato per la specie umana un vantaggio evolutivo decisivo, uno dei tratti che l’hanno definita rispetto agli altri esseri viventi.

 

Dalle costruzioni narrative che strutturano i giochi d’infanzia, alla fruizione massiccia di prodotti finzionali, letteratura, cinema, fumetti, videogichi, tutti i linguaggi del racconto in tutte le combinazioni abilitate dalle piattaforme intermediali, fino ai sogni, ovvero le storie notturne che il cervello racconta a se stesso (tecnicamente “allucinazioni sensomotorie con struttura narrativa”), le storie sono sempre una forma di allenamento mentale, un laboratorio di costruzione dell’intelligenza emozionale e relazionale. Come già le ricerche di ispirazione strutturalista, e particolarmente quelle di Propp (ignorato, come del resto il già citato Lotman, dalla bibliografia prevalentemente anglofona di Gottschall) hanno dimostrato, l’intera galassia delle storie può essere ricondotta a una grammatica universale imperniata sull’emergenza di un problema, che arriva a rompere un equilibrio iniziale, e che muove gli eventi attraverso l’energia impiegata per la sua risoluzione.

 

Christian Schloe

 

“La finzione narrativa”, scrive Gottschall, “è un’arcaica tecnologia virtuale specializzata nella simulazione di problemi umani.” Allestendo mondi possibili nei quali si dispiegano tutti i grandi conflitti esistenziali, tutti i nodi e le possibilità fondamentali della vita umana (l’amore, la morte, la guerra, il dolore, la paura, il potere, ecc.), le narrazioni diventano un luogo di incubazione delle competenze cognitive essenziali, acquisite senza affrontare direttamente i pericoli che tali esperienze comportano. Le storie sono simulatori dell’esistenza che consentono agli individui di esercitarsi a vivere. E la mente è un dispositivo programmato per processare storie, e allo stesso tempo costruito perché le storie possano modellarlo.

 

L’efficacia della narrazione come veicolo di esperienza, infatti, si basa su una capacità di coinvolgimento di chi legge radicata a livello fisiologico: attivando l’ormai celebre meccanismo del rispecchiamento neuronale, le storie agiscono su chi le fruisce inducendo una partecipazione corporea e mentale, che riproduce tutti gli effetti fisici e psichici impliciti nella situazione narrata. Gli stati mentali prodotti dalle narrazioni sono contagiosi, e il contagio agisce su chi lo contrae in modo permanente: secondo molte evidenze sperimentali le storie contribuiscono alla plasticità del cervello, modificano le connessioni neurali, e costituiscono una forma di apprendimento incorporato, uno stimolo che altera la configurazione psichica e determina nuove modalità di interazione col mondo. Anche i sogni, nonostante spesso scivolino via dalla memoria cosciente, plasmano il cervello, trasmettendo alla memoria inconscia la loro elaborazione dell’esperienza.

 

Le ricerche sperimentali hanno individuato un network di strutture cerebrali deputate all’organizzazione narrativa delle informazioni incamerate dal cervello. Si tratta di una rete di connessioni situata nell’emisfero cerebrale sinistro, il cui compito è creare spiegazioni narrative dei fenomeni esterni: anche quando le informazioni sono insufficienti o contraddittorie, la mente le forza in uno schema dotato di senso, che si struttura secondo i moduli della narrazione.

 

Christian Schloe

 

Gli esseri umani riescono ad abitare la realtà soltanto se la organizzano come una storia, rispondendo a una necessità che si colloca all’origine di tutte le mitologie, laiche e religiose, nazionali o confessionali che, si potrebbe dire in una versione aggiornata della scienza vichiana, hanno avuto una funzione evolutiva e conservativa della specie in quanto ordinatori sociali, fattori di stabilizzazione morale dei gruppi umani, strumenti di registrazione e rafforzamento di modelli etici di comportamento. Le storie sono un dispositivo di convocazione della comunità, creano uno spazio abitato contemporaneamente da tutta una collettività, e contengono per questo, secondo l’avvertimento di McLuhan, un forte potere omogeneizzante, una capacità di livellare e di costringere le immaginazioni individuali dentro un immaginario unificato. Di qui anche il massiccio utilizzo di autonarrazioni da parte dei regimi totalitari, e in particolare da parte dei dittatori in prima persona, il cui carisma si fonda sulla capacità di persuadere i popoli ad aderire a una narrazione dei loro destini.

 

Perfino la storiografia, ovvero la scienza dell’accertamento dei fatti del passato, si avvale delle strutture del racconto per poter distribuire e organizzare i documenti. Il tasso di finzionalità contenuto nelle narrazioni storiografiche è stato, a partire dalle provocatorie tesi di Hayden White, uno degli elementi di discussione intorno ai quali si è sviluppato il dibattito sulla condizione postmoderna. Tuttavia non è necessario affermare la totale finzionalità della storiografia per poter ammettere che, in quanto pratica discorsiva, anche la ricerca storica si fonda su strumenti retorici che creano ampie zone di sovrapposizione con le strutture del racconto.

E lo stesso vale per le storie individuali: anche il microcosmo biografico conosce la necessità di appoggiarsi a dinamiche narrative per dare senso all’esperienza. La memoria è un’operazione di ricostruzione narrativa del ricordo, e ogni autobiografia è una forma di autofiction. Il disagio psichico è spesso dovuto a una smagliatura nel racconto di una vita, e la psicoterapia lavora ad aggiustare le incongruenze narrative, corregge lo script che ha inceppato l’evolversi di una vicenda esistenziale.

 

Gottschall mostra in atto l’efficacia conoscitiva della narrazione, escogitando una scrittura saggistica ibrida che si serve di premesse narrative per immettere chi legge nell’argomentazione, utilizzando uno dei poteri delle storie tematizzati dal libro, ovvero la loro capacità di abbassare le difese critiche, riuscendo così più efficacemente persuasive di ogni procedimento logico-argomentativo. Ad aumentare la natura ibrida del saggio lavora anche il “fototesto” che affianca il testo verbale: le immagini nel libro infatti non instaurano un rapporto illustrativo e didascalico con le parole, ma raccontano piccole storie autonome che si intrecciano alla linea argomentativa, raddoppiandola e potenziandola.

 

Christian Schloe

 

L’agilità della scrittura di Gottschall è segnata da qualche momento di eccessiva facilità: quando liquida sbrigativamente tutta l’area della sperimentazione avanguardistica e modernista come esperienza che rompe la grammatica universale della narrazione e quindi è destinata ipso facto a una quasi “meritata” impopolarità. O quando con disinvoltura semplifica alcune questioni complesse (per esempio, la questione del genere sul crinale tra biologia e cultura) dando spiegazioni “riduzionistiche”. Si tratta, evidentemente, di scelte strategiche funzionali a enfatizzare le tesi portanti del libro, che nella sostanza non escono indebolite da queste smagliature, e insistono a porre domande decisive per il presente e il futuro delle pratiche simboliche.

 

Le storie sono il più potente argine che la specie umana abbia sperimentato contro la morte e l’entropia cui l’esistenza naturale la destina. Nell’imminenza di un esodo di massa verso una realtà integralmente virtualizzata, verso i mondi possibili creati dalle tecnologie digitali, il cui perfezionamento promette di rendere la loro potenza affabulatoria più allettante della realtà primaria, comprendere l’azione della narrazione all’incrocio tra biologia e cultura diventa decisivo per individuare il destino stesso della specie umana. Il futuro degli esseri umani, infatti, sembra minacciato contemporaneamente dalla distruzione e dall’inquinamento dei loro due habitat, la biosfera e la semiosfera.

 

Anche le storie, nonostante la loro decisiva funzione evolutiva, possono diventare tossiche, provocando, come sta accadendo nell’orizzonte della attuale saturazione semiotica, una crisi da sovralimentazione finzionale. Di fronte a questo pericolo, si prospetta una grande opportunità perché la critica possa ritornare a svolgere una funzione determinante, ovvero continuare a indicare alla comunità quali sono le storie che arricchiscono e intensificano la conoscenza del mondo e le facoltà cognitive degli individui. È questo uno degli assunti fondamentali di un altro libro recente, che per molti aspetti dialoga con quello di Gottschall, Letteratura e controvalori. Critica e scritture nell’era del web (Donzelli 2014) di Alberto Casadei, soprattutto nella parte in cui ridiscute la nozione di realismo.

 

Il “realismo allargato” che Casadei definisce riprendendo e criticando le categorie auerbachiane, risiede proprio in ciò che in un’opera letteraria riguarda l’umano e le sue modalità di esistenza biologico-culturali, la cui complessità suggerisce di abolire l’opposizione secca tra realismo e antirealismo a favore di una teoria dei mondi possibili, realistici in quanto plausibili dal punto di vista della densità cognitiva. Casadei rintraccia le conseguenze artistiche de “l’istinto di narrare” nel fatto che le esperienze letterarie più recenti, tornando a raccontare storie dopo la decostruzione prodotta dalle avanguardie e dal romanzo modernista, rielaborano le forme narrative di lunga durata, collegate all’origine remota e profonda dell’essere umano come animale narrante.

 

Christian Schloe

 

Gli archetipi narrativi si rivelano spesso costituiti da nuclei di senso che riproducono la nuclearità originaria della cognizione umana, così come la descrivono le più recenti ricerche neuroscientifiche, e particolarmente quelle di Antonio Damasio. Individuare questi significati nucleari, spesso contraddistinti da elementi attrattori, dall’uso orientato di elementi cognitivamente e culturalmente marcati, che segnalano un addensamento conoscitivo, diventa il compito della critica, chiamata a indicare i punti in cui i testi denunciano la loro significatività, il loro realismo profondo, il loro punctum, “il nesso inscindibile di biologia e cultura del singolo” e la sua “capacità di segnalare un quid significativo per tutti.”

 

Ciò che è realistico, ciò che riguarda la specie umana, è una riproduzione della complessità cognitiva della vita vissuta: non come inerte registrazione, ma come rielaborazione stilizzata, ovvero riformulata attraverso la mediazione di un pensiero stilistico, dello stile in quanto “interfaccia tra le propensioni biologico-cognitive proprie di ogni essere umano (e però diverse in ciascuno a causa della biografia, della formazione culturale ecc.) e il mondo esterno, ovvero l’ambito della ricezione e della interpretabilità, che non è arbitraria appunto se lo stile di un’opera guida verso determinate dominanti e non altre.”

 

La riqualificazione possibile degli studi letterari quindi passa da una rinnovata capacità di individuare in che modo le operazioni creative danno una forma cognitivamente forte e innovativa alle costanti antropologiche e biologiche della specie, che l’arte isola e organizza in strutture di senso, allo scopo di attribuire significato all’indistinto, e di dare all’individuo la possibilità di riconoscersi nelle vicende universali, nei tentativi di soluzione dei problemi che formano il patrimonio di esperienze e di conoscenze della comunità.

 

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Illustrazioni di Christian Schloe

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