Bunker, introduzione

 


 

La mia Barriera è il mondo che ci sta dentro. I torinesi di via Cuneo e via Boito, i cerignolesi di piazza Foroni e gli africani attorno al Dazio, tra corso Vercelli e corso Palermo, nel quartiere vecchio. La differenza l’hanno sempre fatta gli operai e i partigiani, i bottegai e i commercianti. Che poi, nemmeno per loro, il punto era mica il negozio in sé: potevi essere dal fotografo o dalla fioraia, dentro trovavi sempre un capannello di gente, che a tutto pensava tranne a comprare. Prima di tutto, c’era da godersi il fresco e raccontarsela un po’, far passare la giornata. E poi darsi una mano, certo, come si poteva. A un certo punto però, la Barriera si apre e chi è dentro, se ne va. Se ne è sempre andato. È successo ai nostri genitori, che ora li andiamo a trovare in centro, e ai nostri fratelli maggiori, che hanno scelto la cintura. Chissà cosa faranno questi africani?

 

 

I miei ricordi iniziano da via Brandizzo. Era la strada per andare a scuola, con i vigili che ti facevano attraversare in bici e quasi finivano per accompagnarti. Come li chiamavamo, era un nomignolo buffo, che non c’entrava niente, ma non me lo ricordo più. Poi c’era il mio palazzo. Poverino non aveva più il cortile, che come tanti altri era diventato magazzino, parcheggio o bottega. E oltre al cortile, al mio palazzo mancavano anche i bambini. A parte me, certo: che così, per giocare con qualcuno, non mi restavano che quelli del palazzo di fronte. Il gioco era lanciarci i fili da finestra a finestra, attaccare un cestino, e passarci le cose. Le variazioni erano chi finiva prima, chi riusciva a mettere nel cestino più cose e chi quelle più pesanti. Senza rompere il filo. Mai rompere il filo, che erano gli anni Ottanta e giocare in strada una bestemmia. No, peggio.

 

 

Come per tutte le ragazze della mia età, c’erano tante cose che mi facevano schifo. Le case delle cooperative attorno via Leoncavallo, a dirne una. Per la generazione dei miei, che ci avevano portato lì, erano il massimo. Per noi, tremende. Abitarci non le ha fatte diventare belle, ma almeno me le sono godute. Si viveva assieme ai vicini quando nessuno lo faceva ancora, o almeno non andava di moda. Però mica era facile, che ognuno appena vedeva qualcosa che non gli andava ti rompeva. Subito dopo però, amici come prima. Come a casa. Per quelle vie girava sempre un vecchietto, con la sua bici. Sempre pronto a correre dietro ai ladruncoli, quando passava ti diceva: “Qui c’è profumo di gelsomino non senti? Se fai attenzione lo senti anche tu.”

 

Erika Mattarella

(Abitante e operatrice culturale presso i Bagni Pubblici di Via Agliè)

Fotografie di Francesca Cirilli

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09 Settembre 2013