Dal Sentiero a Ti con zero

I libri di Calvino hanno attraversato quarant’anni di Novecento, il neorealismo, la neoavanguardia, quella che veniva chiamata letteratura del rifiuto, il postmoderno. Il rapporto degli scrittori italiani di oggi nei confronti della tradizione italiana sembra tuttavia contraddittorio, quantomeno non semplice. Lo è sicuramente molto di più rispetto al mondo della poesia dove la presenza, o il peso, del passato ha significati ben definiti. Sarebbe estremamente riduttivo se una tradizione si formasse solo in virtù dell’influenza che un autore riesce a esercitare nei successori. Tuttavia non è affatto scontato segnare una rete di genealogie in rapporto alla tradizione italiana per chi oggi in Italia scrive romanzi. Forse sono state, piuttosto, altre tradizioni a calcare la mano. Negli anni Ottanta poteva apparire ben più immediato, ad esempio, il legame tra un esordiente come Daniele Del Giudice e Italo Calvino. Ma la prosa di Calvino resta comunque una roccia metamorfica e cristallina nei decenni che ha attraversato. L’equilibrio, la fiaba, l’essenzialità, la limpidezza di sguardo, la composizione a strati di storie e personaggi come nella prospettiva aerea di Leonardo dove ogni cosa è leggera in sé e densissima nel flusso matematico delle relazioni, hanno saputo costruire, rispetto all’habitat da cui sono emersi, forme di racconto intellegibili, ed ‘esportabili’, del contemporaneo.

 

Da qualche tempo mi interrogo sul fenomeno delle ricorrenze, dei centenari, di come le riviste, i giornali, i siti letterari, i convegni accademici riescano a creare una rete significativa attorno a ciò che riemerge dal passato e calca le scene con immagini tempestive e un numero apprezzabile di ‘like’. Mi pare che negli ultimi dieci anni questo fenomeno sia incrementato. Lo scoop mediatico letterario può essere una fuorviante interpretazione di quella che avverto al contrario come un’ansia di definire un senso preciso: nulla di archeologico, nessun significato di tradizione del racconto alla Benjamin né di storia hegeliana come quella demolita – anche giustamente – dal Sessantotto, ma una qualche forma di spessore per ricollocare l’esperienza, con più sottile e problematica ‘leggerezza’. Così sono tornata a Calvino, alle sue opere che nella mia libreria, scorrendo da sinistra a destra, si affacciano in questa sequenza: Ultimo viene il corvo, Il sentiero dei nidi di ragno, Il castello dei destini incrociati, Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Fiabe italiane volume primo e secondo, Marcovaldo, I nostri antenati, Le Cosmicomiche, Ti con zero, Palomar, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Lezioni americane, Sono nato in America. Interviste 1951-1985. Sono tornata a Calvino con un ricordo e con due date precise. Il ricordo è legato al fatto che ho con me molte prime edizioni dei romanzi di Calvino perché qualcuno nella mia famiglia, alla fine degli anni Sessanta o all’inizio degli anni Settanta, si è appassionato di Calvino. Le due date sono il 1967 e il 1947, sono scritte a matita sul retro di copertina di entrambi i romanzi che nel 1967 e nel 1947 vengono pubblicati da Einaudi. Con questo filo a ritroso ho mosso i primi passi nella storia di Calvino. Al primo romanzo, Ti con zero, primo libro di Calvino che ho letto, mi ha fatto arrivare la fascinazione del titolo cifrato e della storia in stralci parasaggistici di cui solo diversi anni dopo avrei compreso l’intento di poetica combinatoria, spaziale, sperimentale, il suo significato letterario. Come possono restare in perfetto equilibrio, eppure vorticando pericolosamente, la luna, gli uccelli, i cristalli, il mare, il sangue, una ‘Priscilla’, un leone e un killer, e far sì che il lettore acquisisca uno sguardo puro, di bambino, ma dilatato agli estremi della saggezza senile. Con l’immagine di una scrittura che distilla il presente in materie prime e in materie artificiali, in natura e in chimica, nella trasparenza compatta di una gelatina e nella vibrazione tintinnante di un vortice spaziale, ho risalito la china e, più inconsapevolmente, i rampanti anni Sessanta, per trovarmi, qualche tempo più tardi, di fronte alla seconda data, il 1947, e al primo romanzo scritto da Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Questa volta c’era di mezzo un tema in classe, una lettura metodica, un pastiche di nozioni sulla seconda guerra mondiale e sul neorealismo. Nel Sentiero dei nidi di ragno il mosaico per curiosi specialisti di Ti con zero tornava a un grado d’origine. La meraviglia di Qfwfq era sciolta nella trama di Pin, che aveva un tempo del racconto e un tempo della storia subito riconoscibili, un asse di dicibilità immediata. Lo stupore di fronte alle combinazioni cellulari e galattiche si convertiva nella favola di un personaggio bambino in carne ed ossa con la sua storia di avventura sulle montagne e di dolore in carne ed ossa. L’umanità bollente della guerra partigiana, la spietatezza, la natura, come ne parla Calvino nella prefazione del 1964, era in uno dei nodi più forti della narrativa del Novecento, con ponti incrociati tra Pavese e Hemingway, Fenoglio e Fadeev: anche per l’abilità di fare dell’impegno non un derivato di una tesi ideologica a priori, ma il risultato di una narrazione letteraria. Con questa resa fragrante dell’esperienza, del vero, della storia ho ridisceso poi la china nell’opera di Calvino, nel combinatorio, nel fantastico, fino a Palomar.

 

Osservo adesso le narrazioni che mi circondano: molti nuclei di privato che, dopo il postmoderno, dopo gli anni dei cannibali, si sforzano di ritrovare una ‘storia’, il ricorso a forme ibride – con il documentario, con il saggio – per spingere il pedale su un senso di ‘storia’. Se il neorealismo di Calvino non è sorto da un documento ideologico, ma dal romanzo di un’esperienza, forse ci troviamo di fronte a ciò che, senza affibbiarle significati categorici, può essere chiamata una eredità? E forse da recuperare con la giusta attenzione anche il messaggio che l’esperienza diventa letteratura non nel naturale scrivere di un individuo, ma nel talento della scrittura come ‘lezione’. Mi piace pensare che ci possiamo trovare, oggi, al termine di quella carreggiata di cui Calvino parla bene in una intervista del 1980. «Un neo-individualismo le sembra augurabile?» gli domandano e lui risponde: «La società in cui viviamo dichiara d’essere al servizio dell’individuo, stimola i consumi individuali, esalta nella cultura valori e interessi individuali: ma per la sua stessa natura impone un’uniformità e un appiattimento terribili. […] È come se, venuta meno una certa illusione collettiva, da una società senza più criteri di costrizione né modelli saltasse fuori una collettività di figli unici viziati. Non è un caso se oggi ristampano L’unico di Max Stirner, che è stata la prima, estrema protesta dell’individuo nella sua particolarità contro l’astrazione del concetto di uomo, di cittadino ecc.»[1]. Mi piace pensare che queste parole possano trasformarsi adesso in un cristallo in mezzo alla storia e che possiamo guardarle dall’esterno con la consapevolezza, e con la sicurezza, di chi ha investito nuove energie in un progetto, ha fiducia in esso e lo possiede, che possiamo tenere in mano il cristallo. Mi piace pensare che anche la letteratura possa riuscire a tenere in mano il cristallo.

 

 

[1] Calvino: io, io e gli altri (Intervista con lo scrittore sul “neo-individualismo”), di Lietta Tornabuoni, «La stampa», 12 gennaio, 1980, p. 3; ora in Italo Calvino, Sono nato in America. Interviste 1951-1985, a cura di Luca Baranelli, Introduzione di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 2013, p. 347.

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