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Andare, camminare, (non) lavorare

Si sente forte il silenzio, quassù, sul sentiero ciclabile che, dal rifugio Fedale, sale agrodolce alla malga Pioda. Cinque giorni tra le dolomiti devono avere corroborato lo spirito, rodato muscoli e fiato perché mi sento in forma, oggi, mentre marcio spedito sul monte Civetta, sostenuto dai lusinghieri incitamenti delle endorfine.
Ho staccato di qualche centinaio di metri e di un paio di tornanti le chiacchiere della combriccola, da poco ho superato un altro gruppetto di camminatori ed è appena scomparso dietro una curva il biancovestito ciclista di montagna che mi ha oltrepassato lentamente, mulinando forsennatamente le gambe depilate sui pedali e rantolando un saluto inarticolato.

Ora che, finalmente, sono solo, sperduto nella solitudine relativa e perfetta che ha i confini del mio campo visivo, mi pare che, magicamente, questo paesaggio abbia perduto ogni suono. Come se qualcuno avesse d’improvviso tolto l’audio ad un film già abbastanza loquace per immagini e fotografia. Anche i miei piedi, chiusi negli scarponi, solitamente così inclini a sonori inciampi, sdrucciolii e sfrigolamenti, si sono fatti più taciturni, accordandosi alla nota silenziosa dell’intorno.

Eh sì, si direbbe che vadano da sole le gambe, oggi.
Sole, silenziose e leggere: senza l’attenzione ipertesa dei giorni scorsi, assuefatte alla fatica, senza più cigolii nelle articolazioni, sgravate dello zaino prudente della pigrizia, allegre e spensierate.
Senza pensieri vanno le gambe, oggi, ché i pensieri van per la loro strada ed hanno altro a cui pensare piuttosto che riflettere flessioni e allungamenti di arti inferiori che sanno benissimo dove andare e sulle quali, per una volta, non han niente da ridire. Superiori e superbi, i pensieri sono impegnati a… non fare.
Certo, in principio han pensato di pensare.
Sono stati tentati di lavorare, di produrre, di procreare, di rimuginare sul camminare, di concepire un brano da scrivere. Hanno, a mo’ di esempio, ipotizzato un parallelo tra l’andatura della scrittura e la camminata in altura, immaginando suole tracciare parole su un sentiero di carta bianca srotolato sui rilievi…
Ma quando hanno alzato gli occhi dai propri passi e si son guardati intorno, han perso il filo e la lingua. Ora, contemplano anch’essi a bocca aperta il panorama: i boschi di conifere che sfidano l’inclinazione dei pendii, le dolomiti che incombono monumentali su prati inorgogliti dalle piogge copiose e frequenti, le nubi candide e soffici, il cielo celeste a portata di dita…

Così anche i pensieri, oggi – assorti in sé stessi, trasognati mentre si lasciano trascinare dalle gambe con la medesima beatitudine oziosa e sospesa con la quale ieri mi facevo trasportare dalla seggiovia – fanno silenzio.
E, per una volta, mi lasciano in pace.

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09 Dicembre 2011