Arrivederci, signor Erwin

Lungo il sentiero di Robert Walser

Es gibt kein schlechtes Wetter, es gibt nur schlechte Kleider, non esiste il cattivo tempo, esistono solo vestiti inadeguati.

 

Ho l’appuntamento con Erwin Brugger alle dieci del mattino alla stazione di Herisau. Arrivo dieci minuti in anticipo e lui è già alla stazione che mi aspetta con la sua giacca rossa antipioggia e gli scarponi da montagna.

 

Arriviamo con la macchina all’inizio di un sentiero leggermente in salita. Erwin aveva portato due ombrelli. Incominciamo a risalire il sentiero che entra dentro un bosco in leggera pendenza. Continua a piovere, non fa freddo e l’aria è estremamente piacevole e profumata. Cammino senza parlare al fianco del Signor Erwin e, di tanto in tanto, faccio qualche scatto lungo il sentiero (com’è ingombrante a volte la macchina fotografica!). Erwin Brugger cammina sempre qualche passo davanti a me e mi suggerisce di soffermarmi ogni volta davanti a delle targhe che riportano dei frammenti di scritture di Robert Walser.

 

Io non riesco a leggere perché la mia attenzione è tutta rivolta verso quel signore distinto con i capelli bianchi e il passo sicuro. Sento che la sua presenza non solo è necessaria a me che non conosco il sentiero, ma che è, in un modo che davvero non saprei dire con le parole, necessaria a quel luogo. O forse necessaria a me, come se lui davvero fosse il tramite tra lo scrittore e le mie fantasie.

 

Arriviamo nel punto esatto in cui lui bambino ritrovò il corpo di Robert Walser disteso sulla neve. Mi fermo ed Erwin comincia a raccontare quella storia che era il motivo del mio viaggio. Aveva poco più di dodici anni. Era il giorno di Natale del 1956 e lui era uscito di casa, spinto dalla madre dopo il pranzo, con un altro bambino che Erwin non rivide più negli anni. Aveva risalito la collina davanti alla sua casa fino al maso e aveva visto il corpo disteso sulla neve con un pugno chiuso, un braccio sul petto e un cappello poco distante. All’inizio, Erwin e l’amico, pensavano si trattasse di un ubriacone (in Svizzera si stringe il pugno quando uno ha bevuto troppo), ci dice. Poi si avvicinarono e capirono che si trattava di un morto. Era molto spaventato, era il primo cadavere che vedeva.

 

Quel 25 Dicembre del ’56 aveva nevicato e si camminava con fatica. Era corso fino alla prima casa per avvertire i vicini e quindi chiamare la polizia che, causa la neve alta, era stata costretta a lasciare la macchina distante dal corpo e aveva risalito la collina a piedi. Legarono il corpo ad una slitta per farlo ridiscendere fino alla macchina. Il signor Erwin, mentre lentamente ridiscendevamo la collina, mi disse che aveva saputo che quella mattina R.W. non si era rivolto alle infermiere della Casa di Cura con il consueto "Arrivederci", cosa che usava dire ogni volta che usciva per andare a fare una passeggiata. Quel giorno c’era la neve alta, per camminare bisognava alzare molto le gambe e si faceva fatica. Così mi disse Erwin Brugger. Forse R.W fu stroncato da un infarto per l’eccessiva fatica nel camminare sulla neve.

 

 

Scatto qualche fotografia nel punto esatto che mi viene indicato dal signor Brugger. Dal basso della collina inizia a salire la nebbia e continua a piovere. Chiedo al signor Brugger se posso scattargli una fotografia ma lui continua a camminare come se non mi avesse sentito. Poi ci indica la casa dove fecero scendere il cadavere sulla slitta e poco più sotto la casa dove viveva lui da bambino. Ci racconta sorridendo che sua mamma, perché non scappasse lontano, usava legarlo con una lunga corda a quel bellissimo faggio che ancora oggi fa da guardiano davanti alla casa, che c’era solo un telefono e solo una macchina per otto famiglie! Quel faggio è ancora altissimo, la casa è di un turchese scolorito e tutto intorno i campi sono di un verde acceso; nel piccolo giardino c’è una mangiatoia per uccelli e le foglie umide ricoprono il terreno. Raggiungiamo la macchina e guardiamo incuriositi un recinto di capre nane. Una bianca in particolare è piccolissima.

 

Risalendo in macchina rileggo con la memoria quel passo de I Fratelli Tanner in cui il protagionista, Simon, si imbatte nel corpo morto del poeta Sebastian: «Non ho tempo» disse Simon fra sè «devo affrettarmi per raggiunger almeno la prossima città, altrimenti non avrei nessuna paura a rimanere un po' più vicino a questo povero morto, che è un poeta e sognatore. Con quale nobiltà ha scelto la sua tomba. È sotto magnifici abeti verdi, coperti di neve, che egli giace. Non spargerò denuncia a nessuno. La natura si china a guardare il suo morto, le stelle cantano piano vicino al suo capo, e gli uccelli notturni stridono, è la musica migliore per uno che non ha più udito nè sensi. Le tue poesie, caro Sebastian, le porterò in una redazione, dove forse le leggeranno e le daranno alle stampe, affinchè il mondo conservi di te almeno il tuo povero, sfavillante nome che suona così bene. Un riposo splendido, questo giacere e irrigidirsi sotto i rami degli abeti, nella neve.»

 

E così esco lentamente dalla città di Herisau nel primo pomeriggio di quel 17 Ottobre e dopo un bosco, un campo, un altro bosco ancora più piccolo e poi più grande, poi un paese, un secondo e un terzo, rientro a Milano in tempo per la cena.
Arrivederci, Signor Erwin!

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