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Cammin facendo...

“Cammin facendo…” era l’intercalare col quale la nonna Giulia riprendeva fiato, e riordinava le idee, quando mi raccontava le storie per addormentarmi. Accoccolata vicino al mio letto, con il cane lupo Penelope ai piedi, nella sua grande casa di Firenze, dietro la Questura, si sentiva puntualmente chiedere dalla mia vocetta irrimediabilmente sveglia: “Facendo cosa?” Questo la faceva innervosire. Per lei sembrava ovvio che il tempo si facesse trascorrere camminando. Ma il cammino tornava anche in altre sue espressioni. Per dire che una cosa andava trattata con pazienza, nei tempi giusti, diceva: “Cammin, cammino”. Quando la facevo arrabbiare, invece, mi mandava via con un brusco: “Cammina!”.

Fu lei che, avrò avuto quattro anni, mi portò, in un tiepido pomeriggio primaverile, a fare per la prima volta quella camminata che sarebbe diventata la mia “passeggiata per antonomasia”, finchè abitai nell’appartamento sopra i tetti, dei miei genitori, nella via che prendeva il nome dal maestro sodomita di Dante, alla periferia nord della città.
La strada saliva dolcemente, tra villini inizio Novecento, e si interrompeva difronte a un alto muro di un rigoglioso parco ai piedi della collina di Fiesole. Sulla sinistra si scendeva di pochi passi fino al torrente Mugnone, dove c’era il capolinea del malinconico autobus numero uno e finiva ufficialmente la città. Una strettoia, quasi una gola di alti muri di grigia pietra con dietro alti cipressi, di quelli che solo Ottone Rosai ha saputo rappresentare con poesia, immetteva nella vecchia via Boccaccio che, costeggiando il fiume, iniziava a salire in ampie volute. A sinistra, oltre il Mugnone, la via Faentina, nascosta dalle case e dagli alberi e, sullo sfondo, il dolce e scuro Monte Morello, con le sue antenne punteggiate di luci intermittenti e l’edificio bianco a vetri del Sanatorio. Più avanti, in direzione del cimitero di Trespiano, come candidi funghi abbarbicati nelle fragile roccia, le ville irraggiungibili, alla Frank Lloyd Wright, del suo seguace fiorentino Ricci. A destra, costeggiata dalla strada, la collina di olivi e cipressi, col prato all’inglese, sormontata da quella che chiamavamo la Villa. Là, già in alto e isolati e con l’acqua corrente del fiume a portata di mano, si sarebbero rifugiati, per sfuggire alla peste del 1348, quei buontemponi sedentari che, per passare il tempo, si raccontavan le novelle tramandateci dal Decamerone di Giovanni Boccaccio. Su quel fiume, il povero Calandrino cercò invano la Pietra Filosofale, mentre Buffalmacco e gli altri lo lapidavano fingendo che fosse diventato invisibile.
Per anni, centinaia di volte, ho precorso quella strada in su e in giù, fino a San Domenico, a volte su fino a Fiesole. Durante l’Università, tutti i pomeriggi, prima di mettermi a studiare, salivo quella collina e mi immergevo nell’essenza di Firenze, guardandola poi dall’alto, dalla terrazza dinanzi a quel capolavoro dell’architettura romanica, fatta di marmi iscritti nei mattoni, che è la Badia Fiesolana. Quella era la sosta che dava un certo senso metafisico alla camminata, soprattutto in inverno, guardando il precoce tramonto.
Calpestando le pietre levigate dal tempo di quella strada poco frequentata, percepivo un po’ alla volta il passare delle stagioni. Dopo i primi tornanti, le gambe andavano quasi da sole e la fantasia superava i muri e i cancelli, mettendo assieme con la coda dell’occhio le cime degli alberi. Mi allontanavo e mi riavvicinavo a Firenze in due ore. Quelle camminate eran come false partenze. Andando su e giù per la vecchia via Boccaccio, macinando tutti quei chilometri, mi son passati velocemente gli anni. Cammin facendo mi son fatto adulto, ma non sono riuscito a diventare invisibile.

 

 

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