Camminare in città

Nelle città non si cammina. Ci si sposta continuamente e si maledice quel tempo buttato via così, tra un punto e l’altro, tra un ufficio e l’altro. Il camminare è attività fine a se stessa, non un effetto secondario. Se davvero tra la complessa attività del camminare e il pensiero c’è una relazione così stretta potremmo giungere subito alle conclusioni: le persone non camminano perché non pensano. O se si preferisce: non pensano perché non camminano.  Ma se definiamo“complesso” il movimento, l’atto del camminare (basti pensare a quanti muscoli e ossa vengono coinvolti, quanto combustibile viene consumato, quanto sangue pompato addirittura vicariando il cuore con i meno nobili piedi) anche il pensiero segue strade e viottoli infiniti e spesso indefinibili.  Senza avventurarmi in questi intricati percorsi voglio dare corpo a uno spettro dai molti nomi che forse spiega la leggera apprensione che accompagna questa parola: il camminante porta sempre con sé l’immagine del disagio. Chi cammina senza spostarsi semplicemente da un punto all’altro, chi vaga senza meta apparente, è spesso qualcuno che fugge, anche senza rendersene conto. Il male, la patologia, appunto il pathos, la sofferenza, dategli il nome che volete. Nella mia vita ne ho visti tanti incamminarsi per questa strada. Spesso l’insorgenza della cosiddetta schizofrenia trasforma l’individuo in un camminante.  Inizia a girovagare su larga scala, salendo ogni tanto anche su un treno per ottenere una disambientazione totale.  La fisiologia del camminare, dicono gli esperti, aiuta l’organismo a produrre sostanze calmanti, credo appartenenti al grande mondo delle endorfine.  Ricordo il passo di Amelia Rosselli, leggero e costante di chi va lontano senza darlo a vedere.  Era inseguita da nazisti, come si sa, che spesso la spingevano lontano dalla città, verso la costa. Ho sempre pensato che i suoi nazisti non fossero immaginari; eravamo noi ciechi che non li vedevamo.  Anche il ricordo del mio amato Robert Walser, scrittore-camminante per definizione, trasmette al di là del più struggente e amorevole stupore, la puntura del pathos. Probabilmente è un aspetto particolare del pensiero ad attivarsi nel cammino: il ricordo. Che in fondo non è altro che il pensiero di qualcosa che abbiamo vissuto. Conseguente, direi inevitabile, la nostalgia.  Tra le mille testimonianze quella dell’ultimo pensatore-camminante, Cioran, che apparteneva alla non ambita aristocrazia degli insonni, i grandi camminatori notturni. Migliaia e migliaia di muscoli e nervi, migliaia di ossa, migliaia di pensieri, il tormento del ricordo, a volte piacevole a volte spaventoso, ma sempre in qualche modo dolente, come è sempre il pensare. Camminare, pensare, distinguere il vero dal falso, il sogno dal reale, dubitare del nostro stesso passato, della narrazione che ne facciamo. C’è davvero bisogno di cercare una spiegazione al fatto che i pazzi sono gli ultimi camminanti delle città?

 

a soft sonner is all the strength i have
to create, full easy life have i ever and ever
again and again destroyed, but was it god crying
within me turn out all
lights! No love be granted to he who
hates all love save life
writ on paper there goes my
seed wild into
death.

un tenero sonetto è tutta la forza che ho
di creare, piena facile vita che io ho sempre e poi sempre
di nuovo e di nuovo distrutta, ma era dio a gridare
dentro di me spegnete tutte
le luci! Nessun amore sia concesso a colui che
odia ogni amore tranne la vita
scritta su carta, là scorre il mio
seme folle alla
morte.
 

Amelia Rosselli
Da Sleep. Poesie in inglese, Garzanti, Milano 1992. Traduzione in italiano di Emmanuela Tandello

 

Lorenzo Mattotti, da The Raven

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